È un mistero di Dio quello al quale partecipiamo questa sera. È un mistero di Chiesa, di cui noi poniamo insieme il segno santificatore e operatore. È un mistero nel quale si concentra in tutta la sua grandezza e dinamicità la realtà stessa della nostra salvezza e il significato e il valore della presenza della Chiesa nel mondo. La Parola di Dio che è stata proclamata disegna mirabilmente il valore ed il significato, le dimensioni e le conseguenze di questo mistero, poiché attraverso le pagine dell’Antico e Nuovo Testamento che abbiamo ascoltato possiamo chiaramente comprendere come ciò che ora si attua è davvero un mistero di povertà , un mistero di ricchezza, un mistero di carità .
Innanzitutto un mistero di povertà , di quella povertà che Cristo stesso Figlio di Dio ha assunto nella nostra condizione umana, di quella povertà che è il terreno unico e fecondo del dono di Dio, che è sempre e soltanto ammirabile e impenetrabile iniziativa d’amore. Già il profeta Geremia si dichiarava con sgomento giovane e impotente dinnanzi alla chiamata del Signore (Cf Ger 1,6). E lo stesso apostolo Pietro insieme a Giovanni diceva allo storpio che gli chiedeva aiuto: «Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina!» (At 3, 6). E un mistero di povertà è apparso anche e più ancora nella triplice interrogazione che Cristo Gesù ha fatto a Pietro, dopo il suo triplice rinnegamento, interrogazione che scopriva in Pietro il vuoto, la povertà , la condizione miserabile dell’uomo che pur è chiamato ad essere il capo del collegio apostolico, il fondamento visibile e il sacramento operativo dell’unità della Chiesa di Dio (Cf Gv 21, 15-17).
Così questa sera anche Davide, come già noi che siamo stati gratificati dal dono incommensurabile del Signore nel sacerdozio, è qui con tutto il carico della sua povertà . Non è la sua preparazione che lo rende degno di questa iniziativa; non è la sua scienza teologica che lo rende capace del dono della sapienza dello Spirito Santo; non sono nemmeno le sue qualità umane e la sua bontà che lo abilitano ad accogliere e assumere la parola santificante e creatrice di Dio che ora sta per farlo diventare suo ministro per sempre. È solo la sua trepidante e consapevole povertà che può essere il terreno fecondo dell’abbraccio di Dio. Ed è solo nella misura in cui anche lui, come ogni sacerdote, come ogni Vescovo, come tutta la Chiesa, saprà di continuo riscoprire questa nudità dinnanzi al dono grandissimo e gratuito di Dio e saprà permanere in questo spirito di povertà , che sarà fecondo ed efficace il suo ministero.
Ma ciò che noi ora compiamo, ciò che si attualizza dinnanzi a noi, se parte da un mistero di povertà diventa un mistero di ricchezza, così come il Cristo che si è fatto povero pur essendo ricco, affinché noi diventassimo ricchi (Cf 2 Cor 8, 9). Quello che ora viene conferito a questo nostro fratello lo rende partecipe del collegio presbiterale, assumendolo nello stesso ministero episcopale che è continuazione del ministero apostolico e la concentrazione di tutta la mirabile ricchezza salvifica che Cristo ha dato alla sua Chiesa; è una stupenda ricchezza che fa di lui, povera creatura, sacramento vivente della presenza operante di Cristo Gesù in mezzo a noi. E questo fa sì che lui sia capace di dare la prova suprema che è quella di amare Cristo in totalità di dedizione e di servizio per tutta la vita. È di questa ricchezza che Davide oggi diventa ricco in modo permanente e indelebile. Non è una funzione transitoria quella che a lui viene affidata, non è per una deputazione della comunità che Davide viene chiamato ad essere sacerdote; è Cristo Gesù che lo chiama e determina e specifica la chiamata che già nel Battesimo gli ha rivolto come membro del popolo di Dio. E questa ricchezza lo fa capace ora di ripetere e rendere efficaci le parole e i gesti del Salvatore.
Tuttavia, questa ricchezza tremenda non Io separa dalla Chiesa, non lo separa dalla comunità , non lo separa dal corpo di Dio. Anzi, fa di lui e della ricchezza che riceve nella sua anima la concentrazione e l’apice del potere salvifico e del servizio d’amore che Cristo ha lasciato alla sua Chiesa. Non Io separa anche se lo distingue e fa sì che in lui si manifesti e si realizzi la responsabilità , la grandezza, il formidabile peso della missione della Chiesa nel mondo, missione che è quella di rendere presente Gesù e operante il suo amore che salva e redime e, attraverso il mistero della croce, porta alla partecipazione della sua gloria di risorto.
È in tal modo, allora, che il mistero di povertà e di ricchezza che si compie questa sera sotto il nostro sguardo, diventa un mistero di carità . Gesù l’ha chiesto a Pietro prima di conferirgli il potere supremo e il servizio supremo nella Chiesa di Dio, ponendo in chiara e precisa relazione il ministero apostolico con l’effusione della carità . Un amore che nel sacerdote in modo tutto speciale deve diventare totalità , ricerca dell’assoluto evangelico. Questo assoluto che egli è chiamato a vivere, la povertà , la castità e l’obbedienza ecclesiale, non è determinato unicamente da una legge estrinseca, bensì è una esigenza dell’appello di Dio, è un dono del suo amore che è immenso in noi e chiede a noi soltanto un’umile, costante, dinamica fedeltà .
Sicché il sacerdozio che ci è donato non deve essere visto semplicemente come qualcosa che rimane in noi fermo e immobile e incancellabile; deve piuttosto essere vissuto come un continuo e umile crescere in questa realtà sacerdotale che – una volta che ci ha afferrati nell’amore di Cristo (Cf 2 Cor 5, 14) – deve condurci alla sequela di lui in una scelta di totalità piena e completa che sia servizio e amore di Dio, manifestato e completato nel servizio e nell’amore del prossimo.
Mistero dunque di trepidante povertà il tuo, caro Davide, e il mio, che ho il peso formidabile di comunicarti il dono del Signore. Mistero di ricchezza per questa Chiesa di Spoleto-Norcia che ti accoglie oggi con gioia nel suo Presbiterio. Mistero di ricchezza per la tua anima e per la tua vita, che ormai dovrà essere tutta tesa, tutta carica dell’amore di Dio che diventa amore dei fratelli. Mistero dunque di carità . E soltanto nella misura in cui saprai essere sempre fedele a questa carità , che è amore di Cristo e si traduce nell’amore di comunione con la Chiesa tutta – dal Vescovo, al Presbiterio, al popolo di Dio -, tu sarai fedele, umilmente, ma gioiosamente e costantemente, al mistero di povertà , di ricchezza e di amore che ora si compie dentro di te. Risuona dunque anche per te, caro Davide, la domanda che Cristo ha rivolto quel giorno a Pietro, sulle rive del lago di Galilea: «Mi ami tu?». E a noi pare di risentire da te in qualche modo l’esclamazione dell’apostolo: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Cf Gv 21, 15-17). Questa risposta – umile e trepidante – ti accompagni, come croce e come gloria, per tutta la vita e faccia di te in mezzo a noi un segno credibile dell’amore di Dio.