Omelia per la festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2026

Omelia per la festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2026

Omelia per la festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2026

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Omelia per la festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2026

Omelia dell’Arcivescovo per la festa di S. Ponziano

Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2026

«Noi siamo gli eredi de la loro vittoria, e godiamo di tutto ciò che essi hanno conquistato con la morte». Così si esprime lo scrittore Evelyn Arthur Waugh a proposito di alcuni martiri inglesi. E noi spoletini possiamo affermare che anche il nostro San Ponziano “morì per vincere”. Aveva sicuramente sentito, come noi, l’affermazione di San Paolo: «Ho lasciato perdere tutto e lo considero spazzatura, per guadagnare Cristo» (cf Fil 3, 8).

“Morire per vincere”, però, sono parole che possono descrivere pure certe posizioni che si stanno diffondendo anche in Italia, intese a permettere ai malati terminali di porre fine a la propria vita, come già avviene in altri Paesi che rendono il suicidio legale e, quasi, da promuovere. Lo abbiamo visto ancora recentemente, quando il suicidio assistito de le famose gemelle è stato presentato e celebrato sotto l’egida dell’autodeterminazione e della dignità, classificato come una “scelta libera”, ma in realtà espressione eloquente di una modernità che pare non tollerare più il limite, la fragilità o il declino. Se Waugh ha parlato di “morire per vincere”, si potrebbero invertire le sue parole e parlare qui di “vincere per morire”. E questo suscita uno sguardo preoccupato sula nostra cultura occidentale: l’uomo contemporaneo, saturato da la retorica de l’individualismo e de l’onnipotenza tecnologica, sembra credere che non esista più alcun margine o limite ala sua volontà, nemmeno per quanto riguarda la vita e la morte. E così la vita non è più un valore assoluto da preservare, ma un onere eliminabile.

Questa non è la visione cristiana de la vita e de la morte. I cristiani sono discepoli di un Dio che è morto su una croce. E oggi celebriamo un martire, e lo celebriamo proprio nella sua morte. La sua però non è stata una vittoria per morire, ma una morte per una vittoria più grande: Ponziano è morto per vincere. Per questo le diverse immagini di lui che punteggiano le nostre strade lo rappresentano mentre impugna la bandiera del vincitore. E, forse proprio perché ammirata dal suo coraggio e dalla sua coerenza, la città di Spoleto lo ha eletto patrono.

Riunirsi oggi per la sua festa significa lasciarsi interrogare da un gesto che inquieta. Il martirio non è un tema rassicurante; non consola, non addolcisce, non si presta a devozioni facili. Eppure la Chiesa continua a custodirne la memoria, non per amore della morte, ma per fedeltà ala vita. Perché il martire non insegna a morire; insegna a vivere in modo che anche la morte perda il suo potere assoluto. Egli ha ascoltato infatti una parola più grande della paura di smarrire sé stesso: «Chi vuol salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16, 25). Dunque, una vita offerta. La Bibbia non esalta la sofferenza, ne sottolinea il senso. Una vita vale perché è orientata, non perché è indolore. «Nulla ti dona la consapevolezza della sacralità della vita come la sofferenza», afferma il pianista Giovanni A levi, affetto da mieloma multiplo. Quando si smarrisce il senso de la vita, la morte viene chiamata liberazione; quando questo senso è custodito, il dolore non diventa padrone. Gesù non riduce la salvezza ala sola eliminazione del dolore, non promette una vita senza ferite, ma dona una vita che non viene annientata dalle ferite. Qui nasce e si realizza la libertà cristiana: non nel contro lo totale de l’esistenza, bensì ne l’affidamento.

In questa luce comprendiamo il martirio. San Ponziano non ha cercato la morte, non l’ha interpretata come liberazione, non l’ha utilizzata come protesta. Ha custodito la vita fino in fondo, anche quando questo ha significato perderla. Il martire non dice che soffrire sia un bene; dice che la vita non perde valore quando soffre; dice che esiste qualcosa per cui vale la pena vivere anche quando vivere costa tanto. Qui si chiarisce il paradosso cristiano che oggi celebriamo. “Morire per vincere”: morire non come fine, bensì come passaggio; vincere non su la vita, bensì sula paura che la rende schiava. Il martire vince perché non consegna il senso della sua esistenza ala logica del potere, dell’autoaffermazione, del calcolo. La sua morte non è una scelta contro la vita. È una testimonianza resa ala vita come dono.

E questo suo messaggio non giudica nessuno, non ignora il dolore profondo di tanti uomini e donne del nostro tempo, non offre risposte facili. Mostra una possibilità diversa. In una società che fatica a custodire la vita che diventa fragile, il martire ricorda che l’esistenza è sempre degna di essere vissuta perché non ci appartiene, ma ci è affidata- potremmo dire- “in amministrazione”. E a chi amministra è richiesto di essere fedele (cf Lv 16, 1-10). San Ponziano non ci invita a cercare la morte, ma a vivere con tale verità da non doverla mai invocare come soluzione. Ci insegna che la vittoria cristiana non consiste nello scegliere quando morire, bensì nel non permettere ala morte di decidere il senso della vita. E questa, oggi come allora, è una parola scomoda. Proprio per questo ci è necessaria.

I santi patroni sono gli amici di Dio. Essi, ne la Ioro opera di mediazione, Gli parlano con noi e per noi. Che cosa diremo allora a Dio, noi spoletini, per mezzo di San Ponziano? Gli vogliamo parlare de la nostra città, de la nostra gente, de le sue sofferenze e delle sue gioie, delle sue speranze e delle sue delusioni. Non sempre siamo contenti della società in cui viviamo; lamentiamo la crisi de la famiglia, la situazione del mondo del Iavoro, l’emergenza educativa nella scuola, la scarsa qualità di partecipazione e di responsabilità sociale, la prepotenza e la sicumera di quanti si credono padroni del mondo e si ergono ad arbitri e controllori della vita delle Nazioni, il moltiplicarsi dei conflitti e la corsa sconsiderata al riarmo in tanti Paesi; attendiamo una pace che sembra sempre più fragile e lontana. Vogliamo raccomandare a Dio le nostre famiglie, perché siano scuola di vera umanità e luogo di autentica educazione ala vita e all’amore. Gli vogliamo raccomandare i nostri bambini, perché siano protetti da la malizia degli adulti e non siano sacrificati daIl’egoismo dei genitori. Gli vogliamo raccomandare i nostri adolescenti, ai quali in città vengono venduti impunemente alcool e fumo, e i nostri giovani, perché non siano lasciati soli ne la ricerca di un futuro di concordia, di stabilità e di giustizia. Gli vogliamo raccomandare i nostri malati, perché siano curati con amore e professionalità. Gli vogliamo raccomandare i nostri politici, perché operino sempre per il conseguimento del bene comune e Io antepongano agli interessi personali o di partito. Gli vogliamo raccomandare questa comunità diocesana, perché sia sempre testimone di fede, speranza, carità; sia sempre una casa accogliente dove ognuno si senta amato, perdonato, incoraggiato. Gli vogliamo affidare la nostra coscienza, perché sia sempre i luminata dalla Parola di Dio e rimanga un sacrario di decisioni giuste.

«Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila su la città, invano veglia la sentine la», dice il salmista (Sal 127, 1). San Ponziano ci ricorda che, nel costruire la città, l’amore di Dio non è contro l’amore del prossimo, il pensiero del cielo non è dimenticanza della terra, il tempo dato a Dio non è tempo sottratto all’uomo. Perciò, la comunità cristiana è pronta a condividere impegni comuni, per alleviare sofferenze, sanare conflitti, difendere i deboli; per mettere a servizio del vivere civile tutte le sue risorse di spiritualità, di trascendenza, di umanità.

San Ponziano ci aiuti a scrivere pagine luminose nella storia della nostra città e della nostra diocesi, perché divengano ogni giorno di più spazi nei quali si ami gioiosamente la vita e sia dato ala gente il gusto di guardare in avanti, la voglia di avere un futuro, l’energia necessaria a costruire una società più vivace, più pronta a capire il senso ultimo delle cose, in grado di rispettare ed esaltare i veri valori de l’esistenza. E così sia!

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