Omelia nel giorno di Pasqua, 5 aprile 2026

Omelia nel giorno di Pasqua, 5 aprile 2026

Omelia nel giorno di Pasqua, 5 aprile 2026

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Omelia nel giorno di Pasqua, 5 aprile 2026

Omelia dell’Arcivescovo nel Giorno di Pasqua

Spoleto, Basilica Cattedrale, 5 aprile 2026

«Ecco il giorno che ha fatto il Signore. Rallegriamoci ed esultiamo!». È il grido di gioia della liturgia odierna, l’eco della commozione e dello stupore di Maria di Magdala e di Pietro e dell’altro discepolo quando scoprono il sepolcro vuoto; l’eco dell’annuncio sorprendente risuonato nella Veglia di questa notte: «Cristo è risorto!». Oggi dunque celebriamo il giorno in cui avvenne quello che umanamente non è possibile: la morte è vinta.

La nostra esistenza umana si abitua spesso a rimpicciolire le speranze, a ridurle progressivamente di fronte alle delusioni della vita. Era successo anche a Maria di Magdala e agli altri apostoli: morto il Maestro, avevano finito per rinunciare ad una speranza che sembrava troppo grande, l’avevano ridotta, e ormai gli sarebbe bastato visitare con affetto la tomba di Gesù. Ma da quella tomba è uscita la vita e lo Spirito del Signore va dicendo loro, come già l’angelo a Maria di Nazaret, che «quello che è impossibile all’uomo è possibile a Dio» (cf Lc 1, 37).

Questo evento infatti è un caso unico perché non si è mai realizzata la risurrezione definitiva e gloriosa di un uomo di cui sono state documentate storicamente l’esistenza, la morte e la sepoltura. Nella storia del mondo sono tanti gli uomini dei quali si sarebbe voluto sperimentare la sopravvivenza alla morte. Ma soltanto di Gesù di Nazaret i discepoli e anche gli avversari, come Saulo (cf 1 Cor 15, 1-8), hanno proclamato di averlo incontrato risorto e hanno creduto che egli ora vive nella pienezza della vita divina e nello stesso tempo è vicino ai suoi con la potenza del suo Spirito.

L’unicità, la straordinarietà di questo fatto storico manifesta, tuttavia, una legge universale: rivela che la risurrezione di Cristo risponde alla nostra intuizione, alla nostra speranza di un destino umano aperto al futuro, viene incontro al nostro desiderio che la morte non sia l’ultima parola della vita, che la posa di una pietra tombale non sia l’ultimo atto della nostra esistenza. Tale segreta premonizione è dentro di noi: ogni creatura umana, di qualunque credo, vive infatti una sorta di speranza della propria durata oltre la morte, e la vive e la compie o nel modo della libera accettazione e della fiducia oppure del libero rifiuto e della sfiducia. Ma l’atto di fiducia nella propria sopravvivenza, anche quando è posto, rimane un protendersi verso un avvenire sconosciuto; e quando è negato fa rinchiudere con scetticismo in sé stessi, fa rimanere insoddisfatti, come in attesa perenne di qualcosa.

Questa notizia unica, di Gesù di Nazaret che – dopo aver pronunciato parole di salvezza e di speranza a nome di Dio, dopo essere morto ed essere stato sepolto – è veramente risorto ed è apparso ai suoi, cade sulla nostra trepida attesa quale luce sfolgorante; una luce che ci permette di vedere in Gesù la primizia della nostra risurrezione e la certezza di una vita che non verrà mai meno. In Lui risorto noi siamo liberati, in Lui si concentrano i nostri destini, si risolvono i nostri drammi, si spengono i nostri dolori, si avverano le nostre speranze; in Lui il bene trionfa per sempre sul male.

Tra i tanti frutti della Pasqua due sono particolarmente significativi: la speranza e la gioia. Speranza che noi e tutta la terra siamo chiamati a risorgere; gioia perché il Signore Gesù è vivo, risorto, è presente tra noi in questa Eucaristia. Tuttavia, troppe sono le ragioni umane che militano contro questa speranza e questa gioia: la malvagità dell’uomo, la tracotanza dei potenti, l’umiliazione dei più deboli, la corsa agli armamenti, le guerre che sembrano non finire mai mentre continuamente ne nascono di nuove, la mancanza di pace, la soppressione della vita nascente, le nostre sorti incerte. Di fronte a questa dolorosa realtà, ci capita di coltivare l’idea fantasiosa e illusoria che tutto possa e debba cambiare all’improvviso, che dalI’oggi al domani non ci debbano più essere malattie, dolori, turbamenti sociali, ingiustizie. E quando il sole tramonta su un giorno di festa come questo e, con il lunedì ricomincia la settimana e vediamo che gli uomini continuano a soffrire, allora siamo presi dalla delusione. Aspettavamo la fraternità, la pace, l’accoglienza e il rispetto reciproco, e non avviene niente di tutto questo: domani e dopo domani si riprenderà a fabbricare armi, a uccidere, a fare violenza.

Che cosa vuol dire, allora, la vittoria della Pasqua di Cristo? Come possiamo accogliere la speranza e la gioia di questo giorno? Dobbiamo capire che se la vittoria pasquale di Gesù riguarda certamente tutto il male del mondo, essa però parte da noi. Parte da me, parte da voi che proclamate con me la risurrezione e, attraverso di noi, si realizza nella società. Noi, con la nostra vita e le nostre parole, siamo la prima opera del Risorto, siamo la rivelazione della sua vittoria. Se la nostra libertà raccoglie tutte le energie per affidarsi a Cristo e fare spazio al suo amore, noi diventiamo veramente principio di un mondo nuovo a partire dalla nostra persona, amata, perdonata, rinnovata dalla presenza viva di Gesù.

È il mio augurio per tutti voi: buona Pasqua!

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