Omelia dell’Arcivescovo nel Giorno di Natale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 25 dicembre 2025
Nell’ormai lontano 1963 Ignazio Silone scriveva: «Non è in nostro potere risolvere l’eccesso di problemi della nostra epoca. Ma è in nostro potere essere sinceri». Parole che sono tanto più vere in questi giorni: c’è un eccesso di problemi nel nostro tempo – guerre, violenze, povertà, solitudini, minacce, paure. E la soluzione, inutile essere retorici, non è in nostro potere. Però, come annotava lo scrittore, almeno «è in nostro potere essere sinceri». E per essere sinceri, dobbiamo guardare al Natale senza i filtri dei buoni sentimenti astratti e dei bei discorsi edificanti.
Arriviamo a questo giorno di festa gravati dalle pene del mondo, che sembrano non cessare ma anzi moltiplicarsi, ogni anno di più: prima la pandemia, poi una guerra alle porte dell’Europa, insieme a molte altre mai chiuse; quindi, di nuovo, una guerra nelle regioni antiche dove si diffuse per la prima volta il canto degli angeli: «Sulla terra pace agli uomini, che Dio ama»; e infine una tregua che appare sempre più fragile e una pace sempre più lontana. Troppa violenza, ancora una volta, in questo Natale. Ferite invece che suture; vendette invece che ricomposizioni. Viviamo in un mondo di violenza, che serpeggia e si diffonde e si alimenta anche nel quotidiano di persone comuni. L’aggressività e il risentimento sono ormai dominanti nel discorso pubblico, dove non vi è più alcun pudore nel fare ricorso ogni giorno ad espressioni di rancore e, quindi, di distruzione. E non possiamo negare che anche il parlare privato è ormai denso di flutti di tensione e di prepotenza.
Le nostre parole, le parole del nostro tempo, ai vari livelli, sono spesso divenute parole di morte, che generano gesti di morte. Eppure, di altre parole abbiamo sete, abbiamo desiderio: di parole di vita. Parole che edificano, che costruiscono, che allacciano e non strappano, che saldano e non fratturano, che siano di consolazione e non di desolazione. Di queste parole il nostro dire – sia pubblico che sia personale, intimo – avrebbe necessità. Ma dove le possiamo trovare?
Il Cristo Bambino è la Parola che il Padre ci dona. «Il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi… In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4). Ma, anche qui, siamo sinceri: il Natale che il Vangelo racconta è una nascita di rifiuto, di scarto, di povertà, di violenza: un parto in un luogo disagevole, lontano da casa, dopo aver avuto il divieto di accesso a uno spazio di sollievo. Come molti ammalati, abbandonati per ore e anche per giorni nei corridoi dei reparti di pronto soccorso; come molti anziani, condannati alla nostalgia e alla solitudine; come molti profughi che attraversano il Mediterraneo e si vedono rifiutata accoglienza e solidarietà; come molte persone, che da mesi, da anni sono private della serenità, della salute, della famiglia… e anche della vita. Mentre constatiamo con orrore i risultati delle guerre: uomini, donne, anziani, bambini, vittime innocenti dei missili e dei droni, del crollo delle case, delle carneficine perpetrate nel nome del potere. Mucchi di macerie, mucchi di cadaveri, mucchi di anime disperate. E non possiamo dimenticare le macerie dello spirito, ben più terribili delle macerie materiali.
Chi verrà incontro agli uomini sprofondati negli abissi del male? Chi restituirà all’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, la sua dignità calpestata? Chi porterà una luce nel profondo della nostra notte? Chi ci assicurerà una guida nell’attuale disorientamento? Solo questo Bambino potrà salvarci. È lui che dirà al mondo intero: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12). È lui che «a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».
«Dio … ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio», scrive l’autore della lettera agli Ebrei (cf 1, 1-2). Nel Natale del Vangelo sono richieste responsabilità: alla scuola di Gesù Cristo, Parola di verità e di vita, domandiamoci quanto la nostra parola è stata ed è parola di vita, e quanto è stata ed è parola di morte. E riconosciamo di avere fame di parole di vita, che rilancino speranze e siano di consolazione; di avere urgenza di parole vere, che rispondano a vite vissute, autentiche, profonde, che sappiano concedere significato al nostro quotidiano. È Natale ogni volta che ci raggiunge quella Parola incarnata che ha avuto una mangiatoia come culla.
È Natale ogni volta che sentiamo nostalgia di quella Parola nella sua purezza e audacia originale. È Natale ogni volta che non ci arrendiamo alle parole di morte. Il Natale che ci introduce alla speranza della misericordia, mentre questo anno di Giubileo volge al termine, ci aiuti a trovare, custodire e pronunciare parole di vita.