Omelia dell’Arcivescovo nella Messa in suffragio di mons. Riccardo Fontana, Arcivescovo di Spoleto-Norcia dal 1996 al 2009
Spoleto, Basilica Cattedrale, 15 febbraio 2026
Il Vangelo ci ha presentato un discorso estremamente incisivo e provocatorio, che utilizza anche un linguaggio paradossale («Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliata…»). Se ascoltiamo attentamente, però, vediamo che Gesù non propone dei comandamenti da osservare, ma piuttosto un nuovo modello di azione: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel regno dei cieli». Scribi e farisei sono quelle persone credenti che riducono la vita religiosa a precetti da osservare.
Gesù non abolisce la Legge ma, scrive Matteo, le “dà pieno compimento”. Ovvero ne svela il senso più profondo. Si tratta cioè di vivere in modo da superare la pura osservanza della Legge in quanto tale. Gesù va alla radice, ed esorta a non cadere nel legalismo o nell’illusione di potersi sentire a posto con Dio per aver adempiuto freddamente qualche precetto. Lo ricordava già il profeta dell’Antico Testamento: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (cf Is 29, 13).
Il vangelo rompe questi abbagli- dei quali l’umanità si nutre- e si spinge fino ad interpellarci direttamente. Tu sei una persona religiosa e vai al Tempio a pregare e là ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te: lascia lì la tua offerta e va’ prima a riconciliarti con lui; prendi tu l’iniziativa se non la prende lui. Non pensare di pregare con l’odio nel cuore, perché l’unica preghiera che Dio non gradisce è quella di chi non perdona il fratello.
Dunque, Gesù non intende ridurre la vita del cristiano ad un continuo tentativo di ubbidire a regole impossibili. Vuole piuttosto aprire uno spazio di libertà e di speranza. Le parole che abbiamo ascoltato ci obbligano ad uscire dalle nostre ipocrisie e dal nostro immobilismo e ci spingono ad un “fare” che nasca da ciò che davvero crediamo. Infine, Gesù ricorda lo “scandalo” (alla lettera, l’ostacolo che fa inciampare) da evitare: ai credenti spetta il compito di non essere di inciampo per nessuno, ma di essere piuttosto, con le opere buone, sale del mondo e luce della terra, testimoni cioè di una vita diversa ma possibile.
È stato il messaggio che l’Arcivescovo Riccardo declinava, con appassionata insistenza, dall’ambone della Basilica Cattedrale lungo i 13 anni nei quali è stato padre e pastore di questa Chiesa diocesana, quando domandava «vite concrete, coraggiose, ispirate al Vangelo». E noi lo ricordiamo con gratitudine come un “lavoratore” energico, dirompente e schietto a servizio di Dio e della gente. Lo aveva scritto nel suo motto episcopale: “Non recuso laborem”, che significa “Non mi sottraggo a lavorare per te”.
Carattere deciso e generoso, con una capacità di agire immediata, vulcano di idee e di iniziative, negli anni spoletini ha indetto il Sinodo diocesano, ha attivato il Fondo di solidarietà delle Chiese umbre, ha promosso la pastorale giovanile e gli oratori, ha dedicato attenzione al percorso di iniziazione cristiana dei fanciulli, ha valorizzato il laicato ed ha manifestato particolare cura nei confronti delle diverse forme di povertà, dando inizio anche alla Mensa della Misericordia, all’OAMI a Baiano, alla Fattoria di Eggi; ha dilatato gli orizzonti della carità raggiungendo con concreti progetti di aiuto la Georgia e il Kosovo; si è impegnato per la ricerca e la promozione del bene comune favorendo il dialogo e la collaborazione con le Istituzioni civili. E ha affrontato con coraggio e determinazione le complesse responsabilità della ricostruzione dopo il terremoto del 1997.
Nei giorni scorsi tante persone mi hanno fatto pervenire espressioni di cordoglio e di stima nei confronti di Mons. Fontana. Tutti ringrazio vivamente. Sui social il nostro antico Arcivescovo è stato descritto come imprenditore, architetto, politico, comunicatore; e forse ognuna di queste definizioni illustra un aspetto della sua personalità. A me, che l’ho conosciuto fin dai tempi dei comuni studi romani, piace ricordarlo soprattutto come prete innamorato del Signore e della Chiesa. Il fuoco che gli ardeva in cuore e che ha ispirato e motivato tutto il suo ministero sacerdotale ed episcopale è stato sempre la chiara coscienza della chiamata a condividere sacramentalmente la vita del Maestro e della missione di ripetere i suoi gesti e le sue parole “per la salvezza del mondo”. Diceva infatti: «Come preti abbiamo il privilegio di essere il sacramento di Dio perché la sua Parola arrivi a tutti e la potenza dei sacramenti della Chiesa faccia giungere la Grazia divina in ogni risvolto della nostra azione. Per essere adeguati a questo meraviglioso compito di veri ed efficaci benefattori dell’umanità ci è domandato innanzitutto di essere uomini innamorati di Dio, facitori di ponti tra l’umanità e il Signore. Saremo fedeli al mandato solo se per primi ci impegneremo al rischio della fede, fidandoci di Dio più che di noi stessi, umili e saggi, ma anche forti della Grazia e ricchi di umanità, che è il primo ponte con il quale realizzare stabili e significative relazioni con il mondo».
Giungendo a Spoleto il 14 gennaio 1996, aveva affermato: «Vorrei tutti invitare a recuperare la categoria della meraviglia, per contemplare insieme, con gli occhi della fede, l’avventura che il Signore ci propone di avviare nel nostro tempo». E chiedeva di portare l’annuncio del Vangelo «per le strade e per le piazze delle città e dei villaggi. A noi tocca di riproporre a tutti- diceva l’attualissima vicenda di Gesù Redentore e la sua salvezza gratuitamente offerta a tutti coloro che crederanno nel Suo nome. Per essere docili alla Parola di Dio e attenti alle necessità dell’ora presente toccherà a noi tutti insieme- laici e laiche, religiosi e religiose, presbiteri e Vescovo di questa Chiesa- rispondere alle speranze degli uomini e delle donne del nostro tempo, sotto la guida dello Spirito: a noi tutti, insieme, compete di farci carico dell’evangelizzazione e della testimonianza da rendere al Vangelo con la santità della vita».
La pratica di queste indicazioni sarà il modo migliore di onorare la memoria e manifestare la nostra gratitudine verso l’Arcivescovo Riccardo, per il quale imploriamo da Dio la ricompensa promessa ai suoi servi fedeli.