Omelia dell’Arcivescovo nella solennità dell’Assunta
Spoleto, Basilica Cattedrale, 15 agosto 2026
Lo specifico del cristianesimo è la speranza della resurrezione, la certezza che la morte non ha l’ultima parola sulle vicende degli uomini e della creazione intera. E questo per una ragione molto semplice, ricordataci dall’apostolo Paolo nella seconda lettura: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15, 20); è lui che ci ha aperto la strada e ora ci attende nel Regno. Eppure dobbiamo riconoscere la nostra enorme fatica ad aderire a questa realtà. In altre parole: crediamo davvero nella vita eterna che ci attende dopo la morte?
La festa dell’Assunzione della Vergine Maria si colloca proprio al cuore di questa domanda. Nel tentativo di rispondere, la comunità dei credenti ha compreso fin dai primi secoli che in Maria, madre del Risorto, era anticipata la meta che attende ognuno di noi: l’assunzione di tutto l’umano e di ogni essere umano nella vita di Dio, per sempre (cf 1Cor 15, 28). E così la fede della Chiesa è giunta gradualmente a proclamare Maria al di là della morte, in quella dimensione altra dell’esistenza che non sappiamo chiamare se non “cielo”.
E in questo termine non c’è contrapposizione ma, piuttosto, abbraccio con la terra: chi può infatti dire, guardando dentro e intorno a sé oppure scrutando l’orizzonte, dove finisce la terra e dove inizia il cielo? È terra solo la zolla dissodata o non lo è anche la crosta che indurisce il nostro cuore? È cielo solo la volta stellata o non lo è anche il soffio vitale che ci abita? Così Maria, assunta in Dio, resta infinitamente umana, Madre per sempre, rivolta verso la terra, attenta alle sofferenze degli uomini e delle donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, presente al loro pellegrinare sovente incerto.
Affermare questo di Maria non richiede di compiere complesse indagini sull’evento della sua morte. Al contrario, per chi ha «un cuore capace di ascolto» (cf 1Re 3, 9), è sufficiente andare all’inizio della sua vicenda, narrato nel brano evangelico che è stato proclamato. Letto oggi, questo testo ci dice una cosa semplicissima e fondamentale: la vita eterna per ciascuno di noi comincia qui e ora, a misura della nostra capacità di amare e di essere amati, un amore che manifesta la verità della nostra fede e della nostra speranza. Così, l’amore della fanciulla di Nazareth colma di Spirito Santo l’anziana Elisabetta, che riconosce prontamente nella fede di Maria l’origine di una tale circolazione d’amore: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Maria risponde a questa acclamazione intonando il Magnificat, leggendo cioè nell’oggi le meraviglie operate da Dio, le grandi opere di salvezza riassunte e ricapitolate nel frammento della sua esistenza; la sua esultanza sa aprirsi a quella giustizia che sarà piena solo nel Regno, quando finalmente gli affamati saranno ricolmati di beni e gli ultimi saranno 1 i primi… Tutto ciò si radica in qualcosa di concretissimo. Maria riconosce lo sguardo di amore di Dio su di lei: «Dio ha guardato l’umiltà, la piccolezza della sua serva» con quell’amore che chiede solo di essere accolto. Forse che a questo amore non sarà possibile anche richiamare tutti noi alla vita senza fine, trasfigurare i nostri corpi di miseria in corpi di gloria (cf Fil 3, 21)?
Mentre proclamiamo che Maria – sposa, madre, discepola – è approdata alla pienezza definitiva della comunione con Dio, dichiariamo che questo evento non riguarda soltanto lei, ma tutti noi. Il suo mistero ci coinvolge perché è segno e primizia di quanto avverrà in ciascuno, è promessa e anticipo di quella “gloria” – che è luce, verità, riconciliazione – preparata da Dio per noi e per l’intera umanità.
Nel contesto asfittico e ansioso del nostro tempo, ammorbato da opposti egoismi e da una quieta rassegnazione alle perversioni del potere, la festa che oggi celebriamo ci esorta con forza ad allargare gli orizzonti della quotidianità, ad avere una visione ampia e positiva della storia, ricordandoci che la misura non è vivacchiare, o salvarci la pelle, o preservare i modelli di una società spesso decadente, ma ritrovare quella mèta che è essere con Gesù Risorto, è contemplare il suo volto glorioso, è oltrepassare il male della separazione e del disinteresse per riconoscerci tutti chiamati alla comunione con Dio.
Una tale speranza è quella che la liturgia oggi proclama, esprimendo un anelito che non si spegne neanche nel frastuono del Ferragosto: noi amiamo questa nostra terra, eppure essa ci sta stretta; ci preoccupiamo del nostro corpo, eppure sentiamo di essere più grandi della nostra fisicità; lottiamo nel tempo, eppure percepiamo che la nostra verità supera il tempo; godiamo dell’amicizia e dell’amore, eppure ne avvertiamo i limiti e ne temiamo la caducità. È proprio di questa possibilità di “pensare in grande” che è pegno per noi un’umile donna di Nazareth, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore.
Sì, la fede di Maria e il suo amore, un amore che si fa agire concreto per gli altri perché concretamente è stato sperimentato su di sé, dicono meglio di tante parole la sua capacità di vita piena, quella vita che non può esaurirsi qui sulla terra. Questo farsi carne dell’amore di Dio e questo ingresso di ogni carne nello spazio di Dio è quanto dovremmo vivere e sperare ogni giorno, per noi e per tutti.