Omelia per la conclusione in Diocesi del Giubileo ordinario della Speranza, 28 dicembre 2025

Omelia per la conclusione in Diocesi del Giubileo ordinario della Speranza, 28 dicembre 2025

Omelia per la conclusione in Diocesi del Giubileo ordinario della Speranza, 28 dicembre 2025

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Omelia per la conclusione in Diocesi del Giubileo ordinario della Speranza, 28 dicembre 2025

Omelia dell’Arcivescovo per la conclusione in Diocesi del Giubileo ordinario della Speranza Spoleto

Spoleto, Basilica Cattedrale, 28 dicembre 2025

Con questa celebrazione, uniti a tutte le Chiese sparse nel mondo, concludiamo l’Anno Santo. E ricordiamo con piacere i momenti comuni che hanno segnato il nostro cammino, a cominciare dalle Liturgie Penitenziali durante il tempo di Quaresima e i Pellegrinaggi Giubilari in ogni Pievania, fino al grande Pellegrinaggio regionale a Roma il 13 settembre scorso, con il passaggio della Porta Santa coronato dall’incontro con Papa Leone XIV nella Basilica Vaticana, stracolma di fedeli giunti dall’Umbria.

Abbiamo celebrato il “Giubileo della speranza”. Appare allora lecito domandarsi quali segni di speranza emergano nell’attuale situazione del mondo, attraversato dalla violenza di guerre senza risparmio di colpi, da cambiamenti repentini e carichi di incognite, da una persistente crisi morale, economica, politica e sociale, da estremismi religiosi e dalla crescita di nuove influenze che pretendono di orientare e finalmente dominare la vita degli uomini e della società. E ci domandiamo ancora quale futuro si vada profilando per l’umanità con l’imporsi dell’intelligenza artificiale e dei suoi usi. In una situazione così effervescente ha ancora senso parlare di Dio e della speranza fondata sulle sue promesse? E quale speranza affidabile potrà offrire la fede in Gesù Cristo?

È stato probabilmente questo l’interrogativo che ha motivato Papa Francesco ad indicare l’urgenza di farci tutti “pellegrini di speranza” nel Giubileo. Diceva infatti: «Dobbiamo tenere accesa la fiaccola della speranza che ci è stata donata, e fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante. II Giubileo potrà favorire la ricomposizione di un clima di speranza e di fiducia, come segno di una rinnovata rinascita di cui tutti sentiamo I’urgenza» (Lettera a Mons. Rino Fisichella per il Giubileo 2025, 11 febbraio 2022). In cosa consiste dunque la speranza della fede che il Giubileo ha voluto riproporre e testimoniare?

Certamente, il cuore dell’uomo ha bisogno di amare e di essere amato per vivere e imparare a morire: si tratta di un bisogno incancellabile, presente in tutti. Proprio per questo, la penuria più grande di speranza che si possa vivere oggi è quella riguardante la possibilità di un amore che non risulti svenduto o effimero, come avviene nelle tante forme in cui è spesso esibito e offerto; manca la speranza perché manca un amore che vinca l’ingiustizia, la solitudine, l’infedeltà e la morte e risani le ferite dell’anima. Se il rischio dei tempi di tranquillità e di relativa sicurezza è l’illusione di poter cambiare facilmente il mondo e la vita, il rischio opposto – proprio dei tempi di prova – è quello di vivere la paura del domani in maniera più forte della volontà e dell’impegno di plasmarlo. Accogliere la sfida della speranza vuol dire, allora, vincere questa paura; rinunciarvi sarebbe rinunciare alla vita. Solo se c’è in noi una speranza certa potremo dare senso all’esistenza e riusciremo ad amare al di là di ogni misura di stanchezza. Ricordiamo la parola di Gesù, che ha detto: «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

La speranza cristiana, insomma, può essere concepita e proposta solo come un dono 1 che viene dall’alto e apre all’eterno: essa non è una semplice dilatazione del desiderio, ma l’orientamento del cuore e della vita verso una meta che vale la pena di essere raggiunta e che appare raggiungibile solo come grazia, cercata e accolta a prezzo di uno sforzo serio, perseverante, onesto, capace di sostenere anche la fatica di un lungo cammino. La speranza della fede non è qualcosa che possiamo creare e gestire con le nostre sole forze, quanto piuttosto è Qualcuno che si offre a noi, trascendente e sovrano, libero e liberante: il Figlio di Dio venuto nella carne, Cristo Gesù, che abbiamo contemplato ancora una volta nel suo Natale. ln Lui l’Eterno si è offerto come il Dio che ha tempo per I’uomo, il Dio che viene a farci dono della speranza che non delude. «In lui è la vita, e la vita è la luce degli uomini» (cf Gv 1, 4).

Ma come apprendere a sperare così? Benedetto XVI risponde indicando tre vie: la preghiera; la disponibilità a pagare un prezzo d’amore, soprattutto nel servizio di chi soffre; e l’obbedienza al giudizio di Dio, misura di verità e di giustizia per ogni scelta e sorgente di senso per chiunque l’accolga (cf Spe salvi, 30 novembre 2007). Il Giubileo ci ha ricordato che questa è la speranza di cui tutti abbiamo bisogno per vivere e costruire il domani: conoscere Cristo, riceverlo nella grazia della fede e dei sacramenti, adorarlo nel più profondo del cuore, seguirlo nella carità operosa verso il prossimo.

Con la parola dell’angelo – lo abbiamo appena sentito nel Vangelo – Dio ha chiesto più volte a Giuseppe di “prendere con sé”, cioè di “prendersi cura” del Bambino e di sua Madre. Con il Giubileo che oggi si chiude, Egli rivolge a noi lo stesso invito a “prenderci cura” della speranza. La nostra speranza è Cristo Signore, la sua persona, il suo insegnamento, la sua vittoria sul male e sulla morte: è lui la “nostra speranza” (1 Tm 1, 1), come afferma l’Apostolo Paolo. Ci è richiesto di “prenderci cura” di Cristo, cioè della nostra vita cristiana, del nostro rapporto esistenziale con lui, della “vita nuova” che il suo Spirito infonde incessantemente nel nostro cuore. E questo ci renderà capaci di far prevalere la fiducia sul sospetto, la tenerezza sulla rigidità, la vicinanza sulla solitudine, la compassione sulla durezza, la generosità sull’egoismo, l’accoglienza sull’esclusione, la fiducia nel prossimo piuttosto che la rivalità sfrenata. In una parola, saremo abitati da una “speranza viva” perché l’abbiamo ricevuta in dono e non possiamo non regalarla agli altri facendoci ogni giorno “pellegrini di speranza”, incamminati nella complessità della storia verso il giorno che non conosce tramonto e la bellezza che non delude.

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