Omelia alla Messa Crismale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 1° aprile 2026
Riconoscenti e pensosi, cari Confratelli, ci accostiamo ancora una volta questa sera al santo altare per fare memoria del tempo benedetto in cui abbiamo scoperto il peso, soave e tremendo, di una scelta irrevocabile da parte di Cristo, non meritata, non cercata, eppure trepidamente amata e voluta. Ricordando con gratitudine il dono immenso della vocazione sacerdotale e quello, forse ancora più grande, della perseveranza, siamo qui a celebrare un cammino che va da Cristo a Cristo: dalla prima fondamentale configurazione a lui nel sacramento dell’Ordine alla progressiva assimilazione a lui nella fedeltà dell’amore.
C’è tutto il nostro presbiterio: i preti giovani, ancora freschi dell’unzione crismale; quelli in età matura, che da anni portano «il peso della giornata e del caldo» (Mt 20, 12); gli anziani, carichi di fedeltà ed esperienza; ci sono idealmente i preti più deboli e ammalati, uniti a noi con il pensiero e la preghiera; e ci sono io, piccolo e povero, eppure chiamato a sorreggere il vostro carico e a confortare la vostra speranza. Tutti insieme condividiamo fraternamente il Magnificat di chi celebra un anniversario significativo di ordinazione: mons. Vincenzo Alimenti e don Elio Zocchi 70 anni, don Saverio Saveri 60 anni, don Artemio Bastianini e don Angelo Nizi 50 anni, don Tomasz Grodzki e don Elvis Antony 25 anni. Nel mistero della comunione dei santi, ci sono anche i presbiteri che nel corso dell’anno sono stati chiamati a celebrare la liturgia del Cielo e che affidiamo ancora alla misericordia del Padre: don Luigi Runci e i Padri Mario Di Quinzio e Mario De Santis, degli Agostiniani di Cascia.
In questa Messa, che per più ragioni è singolare fra tutte, io desidero farmi voce della nostra Chiesa diocesana, qui rappresentata da tanti fedeli laici delle nostre Pievanie, per ringraziarvi, cari Confratelli, per la vostra vita donata a servizio del Regno, per le vostre fatiche quotidiane, per tanta generosità nell’esercizio del ministero, per tutto ciò che vivete nel silenzio e che, a volte, è accompagnato da sofferenza o da incomprensione. Svolgiamo servizi diversi, è vero, ma siamo tutti preziosi agli occhi di Dio e importanti per la realizzazione del suo progetto. Con il carico delle nostre infedeltà e la corona di spine delle nostre fragilità, sentiamo ugualmente che tutto è grazia nella nostra vita, a cominciare da quel giorno che l’ha misteriosamente ma fortemente contrassegnata per sempre. «Se un uomo usa vasi rotti è una disgrazia, ma per Dio le cose vanno diversamente: tutti i suoi servi, infatti, sono vasi rotti», dice un midrash della tradizione ebraica sul Salmo 34 (Pesiqta di Rav Kahana cap. 28: ed. S. Buber, 158b). Non possiamo illuderci di essere infrangibili. Siamo nelle mani di Dio come vasi di terracotta (cf Ger 18, 6; 2Cor 4, 7). Eppure proprio in questi vasi Dio ha depositato il suo amore: Egli sa che cosa fare dei nostri cocci, ci accetta e ci ama come siamo; perché non sceglie i più adatti, ma rende adatti quelli che sceglie.
Impegniamoci dunque ad essere sacerdoti credibili ed esemplari! E lasciamoci ancora attrarre dalla chiamata del Maestro, per sentire e vivere l’amore della prima ora, quello che ci ha spinto a compiere scelte forti e rinunce coraggiose.
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha consacrato con l’unzione» (Lc 4, 18). Pur trepidanti, siamo autorizzati a ripetere con legittimo orgoglio questa solenne affermazione. Perché, come scrive un autore contemporaneo, «l’olio non è acqua: non lava, unge. Non si toglie, resta. L’olio lascia il segno, non lascia mai uguali… Unto, allora, significa che sei di qualcuno. Per questo l’olio fa brillare le cose. Tu brilli quando trovi un’appartenenza. Splendi quando sei di Qualcuno» (L. M. Epicoco). Perciò la Chiesa ci convoca questa sera per una celebrazione di gioia e ci offre, secondo la parola del profeta, «olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3). E così ci ricorda che sempre, e dunque anche in questi giorni, il nostro è un annuncio di vittoria e di vita: se ci apprestiamo a richiamare una morte, lo facciamo con l’animo sereno di chi sa che è la morte di Uno che è risorto e ormai non muore più; se nei prossimi giorni riascolteremo una vicenda di sofferenza, è perché riconosciamo che essa è la strada che porta davvero alla felicità; se guardiamo con compassione una corona di spine, è perché la vediamo posta sul capo di Uno che è, e resta nei secoli, il Re della storia, dei cuori, dell’universo; se non temiamo di ripensare alla sconfitta e alla croce del nostro Salvatore, è perché già ci è stata donata nel mistero una partecipazione al suo definitivo trionfo.
L’olio che fra poco benediremo è prima di tutto un balsamo per le nostre ferite. Quando le tentazioni e i travagli dell’esistenza attentano alla nostra salute spirituale, e magari ci troviamo pieni di piaghe e di lividure, non ci abbandoneremo al pessimismo: Colui che è “ospite e pellegrino in mezzo a noi” ci è sempre vicino e non manca mai di versare sulle nostre ferite “l’olio della consolazione e il vino della speranza” (cf Lc 10, 34; Prefazio comune VII e VIII). E non dimenticheremo che noi, a nostra volta, come suoi ministri, siamo mandati a tentare di guarire i molti mali del mondo: guarire innanzi tutto la ragione malata dell’uomo con la verità del Vangelo; guarire la debolezza di una società che sembra ormai incapace di fronteggiare i molti attacchi del Maligno con l’energia sempre nuova dello Spirito Santo; guarire ogni dilagante disperazione con la speranza certa e confortante della vita eterna.
L’olio è anche mezzo di irrobustimento spirituale e di addestramento alla lotta. Nei momenti in cui ci sentiamo prossimi alla resa o ci culliamo nell’illusione che sia possibile una vita cristiana senza combattimento e senza contrasti, ripensiamo all’unzione ricevuta. «Sei stato unto – ci ricorda sant’Ambrogio – come un atleta di Cristo che si prepara a sostenere la lotta contro questo mondo. Chi lotta ha motivo di sperare. Perché dove c’è lotta, là c’è una corona. Lotti nel mondo, ma sei incoronato da Cristo. E sei incoronato per le lotte sostenute contro il mondo; infatti, benché il premio sia in cielo, il merito per ottenerlo si acquista quaggiù» (De sacramentis, I, 2, 4).
Infine, l’olio è soprattutto segno di consacrazione. Sotto questo profilo ci aiuta a comprendere la nostra vera identità: «Uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico – essere alter Christus – lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate» (Papa Leone XIV, Lettera ai Sacerdoti di Madrid, 28 gennaio 2026). È Cristo il segreto della nostra fedeltà. È Lui la ragione della permanente giovinezza della Chiesa, sempre debilitata dai nostri errori e dalle nostre pigrizie, sempre ringiovanita dal suo amore sponsale.
L’olio inteso così diventa il segno della grande consolazione che deve vibrare nel nostro cuore. Siamo fortunati dal momento che ci è garantito l’olio della perseveranza, perché le lampade della nostra fede non si spengano (cf Mt 25, 8). Siamo fortunati perché la nostra vita redenta è alimentata, curata, custodita con i sacramenti della Chiesa; perciò ciascuno di noi può manifestare gratitudine a Dio per il vino che allieta il cuore dell’uomo, per l’olio che fa brilIare il suo volto e per il pane che sostiene il suo vigore (cf Sal 103, 15). Siamo fortunati perché in virtù della partecipazione alla consacrazione del Figlio di Dio, che ci immette con pienezza nel progetto del Padre, tutte le cose sono nostre, come noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio (cf 1 Cor 3, 22. 23).
Oggi noi che, pur essendo di Cristo siamo stati collocati “nel mondo”, ci sentiamo amati “fino alla fine” (cf Gv 13, 1). Alle soglie del grande triduo pasquale, la bontà del Padre ci regala questa ora di grazia per rinsaldare il nostro impegno, per rinnovare in noi la volontà di spenderci per i fratelli, per farci riscoprire il senso della nostra appartenenza alla famiglia del presbiterio diocesano. Ogni autentica comunione ecclesiale – e perciò anche la nostra – trova il suo fondamento nella verità e il suo vertice nell’amore. Noi che, con il Battesimo siamo stati rigenerati dal Padre con una Parola di verità (cf Gc 1, 18) e con il sacramento dell’Ordine siamo stati configurati a Cristo «pastore e custode delle nostre anime» (1 Pt 2, 25), siamo mandati ad essere scrupolosi dispensatori di quella stessa Parola (cf 2 Tm 2, 15). Noi che, come cristiani, abbiamo ricevuto il “comandamento nuovo” di amarci come fratelli, come “vicari dell’amore di Cristo” dobbiamo fare della nostra reciproca carità il modello e lo stimolo di ogni vita autenticamente fraterna tra coloro che ci sono stati affidati.
Il Signore Gesù – che in questi giorni contempleremo messo a morte per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione (cf Rm 4, 25) – ci aiuti ad entrare cordialmente e totalmente nel disegno del Padre e ci doni la grazia di restare sempre fedeli alle nostre promesse, che ora con sincerità e con animo lieto vogliamo rinnovare.