Omelia nella festa di S. Benedetto, Piazza S. Benedetto in Norcia, 21 marzo 2019

Omelia nella festa di S. Benedetto, Piazza S. Benedetto in Norcia, 21 marzo 2019

Omelia nella festa di S. Benedetto, Piazza S. Benedetto in Norcia, 21 marzo 2019

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Omelia nella festa di S. Benedetto, Piazza S. Benedetto in Norcia, 21 marzo 2019
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Descrivendo nella sua opera I Promessi sposi l’accorrere della gente per incontrare il Card. Federigo Borromeo, Alessandro Manzoni scriveva: «… per un uomo. Tutti premu­ro­si, tutti allegri, per vedere un uomo. Un uomo persuaso che la vita non è già destinata ad es­sere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno ren­derà conto». Questa immagine sembra descrivere anche noi, convenuti questa mattina «per vedere Benedetto», padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa. Il Santo di Norcia infatti continua a parlare al nostro cuore e ricorda a tutti che la vita è un dono e un impegno, una grave responsabilità della quale dovremo un giorno rendere conto.

L’invito che abbiamo appena ascoltato nella pagina evangelica, «Rimanete in me e io in voi», Benedetto lo ha accolto e vissuto. E oggi, dalle macerie della sua Basilica, Egli si fa per noi eco di quelle parole di Gesù: se sapessimo davvero metterle in pratica, non ci sa­reb­be­ro più paura, dubbio, guerra, morte (cf Ap 21, 4). Perché Benedetto, diventato uomo di amore e di pace, ci insegna a sostituire il male con il bene, il risentimento con il perdono, l’egoi­smo con la gratuità.

È anche il messaggio che il santo Patriarca rivolge all’Europa, aggredita dal cancro dei populismi e dei nazionalismi sempre risorgenti. L’insegnamento e la testimo­nian­za del Santo di Norcia hanno cementato nel nostro continente quell’unità spirituale in for­za della quale genti divise sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costi­tui­re un unico popolo. Oggi però, mentre si procede sulla strada della globalizzazione – cioè del­l’unificazione virtuale, culturale, economico-finanziaria – dobbiamo riscontrare una lon­ta­nanza umana e spirituale tra popoli pur resi più vicini (e anche confusi) dalla nuova si­tua­­zione. L’Europa ha perso – e talvolta anche rinnegato – le sue radici, che non sono ar­cheo­logia, ritorno al passato, muro dietro cui proteggersi; ma un modo di pensare e di vi­ve­re che esprime uomini, donne e comunità fondate in qualcosa di verace e duraturo.

Nel Novecento i Paesi europei, anche allora ammalati di nazionalismo, sono andati alla guerra degli uni contro gli altri. Quanti dolori e quante vite perdute! Oggi siamo in un’al­tra stagione: la cultura del vivere per sé conduce all’egoismo nazionale e locale, all’as­senza di visioni. Ma, a forza di vivere per sé, l’uomo muore; si spegne un paese, una co­mu­nità, una nazione. E così l’Europa rischia il congedo dalla storia. Il mondo, invece, ha bisogno dell’Europa, del suo umanesimo, della sua forza ragionevole, della sua ca­pa­cità di mediazione e di dialogo, della sua tradizionale accoglienza, delle sue risorse, del­la sua intraprendenza economica, della sua cultura; ha bisogno di quell’ordine spiri­tua­le ed etico che costituisce la ricchezza più autentica del nostro vecchio continente.

Il brano evangelico continua: «Ogni tralcio che non porta frutto, il Padre mio lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (cf Gv 15,2). Contempliamo l’immagine in tutta la sua semplicità ed eloquenza: in primavera, una vigna potata sembra ridotta, fe­ri­ta; ma la stessa vigna, in autunno, sarà ricolma di grappoli proprio grazie alla potatura che ha subito. Così è della nostra esistenza quotidiana: quando dobbiamo affrontare una pri­va­­zione, una rinuncia, una rottura (come può essere un evento sismico), immaginiamo fa­cil­mente e prevediamo quanto possa essere difficile. Ma la vita ci insegna presto che chi non si rifiuta nulla e rifugge da una purificazione sempre necessaria, non produce che l’ombra delle sue foglie o l’illusione della sua legna secca (cf Gv 15, 2). Al contrario, quando la sof­fe­renza ci ha purificato, quando una attesa paziente ci ha permesso di mettere radici, allo­ra esperimentiamo quali frutti di giustizia e di pace una tale potatura ha prodotto in noi (cf Ebr 12,11).

È un po’, mi pare, la nostra situazione dopo le ferite del terremoto. Con il tempo, la pazien­za, l’impegno e l’onestà, tutto ciò che è crollato può ritornare a vivere. E dal genio di Bene­detto dobbiamo imparare sempre di nuovo a “edificare”, cioè a costruire essendo coscienti che ogni azione, per essere tale, deve avere in sé l’idea di un bene comune verso cui ten­de­re. È lo stile e il contenuto della “ricostruzione” alla quale tutti aneliamo.

Perché queste vallate, questa gente vuole vivere! Non vuole essere accompagnata dolce­men­te alla morte, che si manifesta nello spopolamento delle frazioni, nella precarietà del la­voro, nell’incertezza della ripresa del turismo; chiede di essere messa in grado di ritrova­re una vita dignitosa e sicura, facendo ritorno alle proprie case, ritrovando i monumenti della cultura e della fede, recuperando quel patrimonio di relazioni che rende la vita buona e fe­conda. Lo chiediamo ai vari Presidenti del Consiglio, Ministri e Sottosegretari, Parlamen­ta­ri italiani ed europei, che in questi quasi tre anni non hanno mancato di farsi vedere a Nor­cia, con tante assicurazioni e promesse…

Perché tanta gente non può godere il calore della propria casa, il cui recupero continua ad es­sere un problema apparentemente senza soluzione? Perché tante pratiche che potreb­be­ro e dovrebbero essere risolte celermente si perdono nei meandri della burocrazia, ge­ne­ran­do scoraggiamento e irritazione nelle generazioni più giovani e rassegnazione in quel­le più anziane? Perché non è stato ancora ripristinato l’accesso ai cimiteri, dove le persone conservano la memoria dei loro cari? Perché i nostri ragazzi disabili, con genitori e as­si­stenti, sono costretti a raccogliersi in un container per trascorrere qualche ora in se­re­ni­tà ed armonia? Perché i lavori di sgombero delle macerie a San Benedetto si sono inter­rotti, a Santa Maria non sono iniziati, a San Salvatore si sono conclusi e tutto si è fermato, a Sant’Eutizio non possono procedere per la mancata messa in sicurezza della montagna sovrastante? Perché la politica continua a proporre le consuete contrapposizioni, frutto del­le diversità di appartenenza e della volontà di primeggiare sempre e comunque? Perché tan­ti devono ricevere per carità ciò che sarebbe loro dovuto per giustizia?

Tuttavia, non è recriminando e moltiplicando segnalazioni e proteste che si potrà uscire da que­sto che sembra ormai essere diventato un vicolo cieco. È solo con il concorso genero­so e intelligente di tutti – Istituzioni nazionali, regionali e locali, Associazioni di categoria, Co­­munanze e Pro-loco, comunità civile ed ecclesiale, singoli e gruppi – che potremo vera­mente “ricostruire”. A cominciare da un tessuto sociale fatto di umanità, di coerenza e di onestà, di reciproco aiuto ed accoglienza, di mutuo perdono, di ci­vi­le e cristiana solidarietà.

Vorrei dunque che da questa piazza di San Benedetto il grido di tanti, che il vescovo rac­co­glie e fa suo, giungesse fino ai cosiddetti “palazzi del potere” e scuotesse la coscienza e sti­molasse la responsabilità di chi li abita: non di continua propaganda elettorale abbiamo bisogno, non di visite ufficiali e proclami altisonanti, ma di risposte veloci ed efficaci, di sem­plificazione delle procedure, di soluzioni concrete ai diversi problemi, soprattutto di ge­sti eloquenti che restituiscano a queste popolazioni fiducia e speranza.

Con l’intercessione potente di San Benedetto, imploriamo dallo Spirito di Dio la luce e la sa­pienza per i governanti di oggi e di domani, e per tutti, piccoli e grandi, la forza e la de­ter­minazione affinché non si spenga la speranza e grazie all’impegno comune ci sia dato di vedere fin da ora l’alba di un domani migliore.

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