Descrivendo nella sua opera I Promessi sposi l’accorrere della gente per incontrare il Card. Federigo Borromeo, Alessandro Manzoni scriveva: «… per un uomo. Tutti premurosi, tutti allegri, per vedere un uomo. Un uomo persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto». Questa immagine sembra descrivere anche noi, convenuti questa mattina «per vedere Benedetto», padre del monachesimo occidentale e patrono d’Europa. Il Santo di Norcia infatti continua a parlare al nostro cuore e ricorda a tutti che la vita è un dono e un impegno, una grave responsabilità della quale dovremo un giorno rendere conto.
L’invito che abbiamo appena ascoltato nella pagina evangelica, «Rimanete in me e io in voi», Benedetto lo ha accolto e vissuto. E oggi, dalle macerie della sua Basilica, Egli si fa per noi eco di quelle parole di Gesù: se sapessimo davvero metterle in pratica, non ci sarebbero più paura, dubbio, guerra, morte (cf Ap 21, 4). Perché Benedetto, diventato uomo di amore e di pace, ci insegna a sostituire il male con il bene, il risentimento con il perdono, l’egoismo con la gratuità.
È anche il messaggio che il santo Patriarca rivolge all’Europa, aggredita dal cancro dei populismi e dei nazionalismi sempre risorgenti. L’insegnamento e la testimonianza del Santo di Norcia hanno cementato nel nostro continente quell’unità spirituale in forza della quale genti divise sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire un unico popolo. Oggi però, mentre si procede sulla strada della globalizzazione – cioè dell’unificazione virtuale, culturale, economico-finanziaria – dobbiamo riscontrare una lontananza umana e spirituale tra popoli pur resi più vicini (e anche confusi) dalla nuova situazione. L’Europa ha perso – e talvolta anche rinnegato – le sue radici, che non sono archeologia, ritorno al passato, muro dietro cui proteggersi; ma un modo di pensare e di vivere che esprime uomini, donne e comunità fondate in qualcosa di verace e duraturo.
Nel Novecento i Paesi europei, anche allora ammalati di nazionalismo, sono andati alla guerra degli uni contro gli altri. Quanti dolori e quante vite perdute! Oggi siamo in un’altra stagione: la cultura del vivere per sé conduce all’egoismo nazionale e locale, all’assenza di visioni. Ma, a forza di vivere per sé, l’uomo muore; si spegne un paese, una comunità, una nazione. E così l’Europa rischia il congedo dalla storia. Il mondo, invece, ha bisogno dell’Europa, del suo umanesimo, della sua forza ragionevole, della sua capacità di mediazione e di dialogo, della sua tradizionale accoglienza, delle sue risorse, della sua intraprendenza economica, della sua cultura; ha bisogno di quell’ordine spirituale ed etico che costituisce la ricchezza più autentica del nostro vecchio continente.
Il brano evangelico continua: «Ogni tralcio che non porta frutto, il Padre mio lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (cf Gv 15,2). Contempliamo l’immagine in tutta la sua semplicità ed eloquenza: in primavera, una vigna potata sembra ridotta, ferita; ma la stessa vigna, in autunno, sarà ricolma di grappoli proprio grazie alla potatura che ha subito. Così è della nostra esistenza quotidiana: quando dobbiamo affrontare una privazione, una rinuncia, una rottura (come può essere un evento sismico), immaginiamo facilmente e prevediamo quanto possa essere difficile. Ma la vita ci insegna presto che chi non si rifiuta nulla e rifugge da una purificazione sempre necessaria, non produce che l’ombra delle sue foglie o l’illusione della sua legna secca (cf Gv 15, 2). Al contrario, quando la sofferenza ci ha purificato, quando una attesa paziente ci ha permesso di mettere radici, allora esperimentiamo quali frutti di giustizia e di pace una tale potatura ha prodotto in noi (cf Ebr 12,11).
È un po’, mi pare, la nostra situazione dopo le ferite del terremoto. Con il tempo, la pazienza, l’impegno e l’onestà, tutto ciò che è crollato può ritornare a vivere. E dal genio di Benedetto dobbiamo imparare sempre di nuovo a “edificare”, cioè a costruire essendo coscienti che ogni azione, per essere tale, deve avere in sé l’idea di un bene comune verso cui tendere. È lo stile e il contenuto della “ricostruzione” alla quale tutti aneliamo.
Perché queste vallate, questa gente vuole vivere! Non vuole essere accompagnata dolcemente alla morte, che si manifesta nello spopolamento delle frazioni, nella precarietà del lavoro, nell’incertezza della ripresa del turismo; chiede di essere messa in grado di ritrovare una vita dignitosa e sicura, facendo ritorno alle proprie case, ritrovando i monumenti della cultura e della fede, recuperando quel patrimonio di relazioni che rende la vita buona e feconda. Lo chiediamo ai vari Presidenti del Consiglio, Ministri e Sottosegretari, Parlamentari italiani ed europei, che in questi quasi tre anni non hanno mancato di farsi vedere a Norcia, con tante assicurazioni e promesse…
Perché tanta gente non può godere il calore della propria casa, il cui recupero continua ad essere un problema apparentemente senza soluzione? Perché tante pratiche che potrebbero e dovrebbero essere risolte celermente si perdono nei meandri della burocrazia, generando scoraggiamento e irritazione nelle generazioni più giovani e rassegnazione in quelle più anziane? Perché non è stato ancora ripristinato l’accesso ai cimiteri, dove le persone conservano la memoria dei loro cari? Perché i nostri ragazzi disabili, con genitori e assistenti, sono costretti a raccogliersi in un container per trascorrere qualche ora in serenità ed armonia? Perché i lavori di sgombero delle macerie a San Benedetto si sono interrotti, a Santa Maria non sono iniziati, a San Salvatore si sono conclusi e tutto si è fermato, a Sant’Eutizio non possono procedere per la mancata messa in sicurezza della montagna sovrastante? Perché la politica continua a proporre le consuete contrapposizioni, frutto delle diversità di appartenenza e della volontà di primeggiare sempre e comunque? Perché tanti devono ricevere per carità ciò che sarebbe loro dovuto per giustizia?
Tuttavia, non è recriminando e moltiplicando segnalazioni e proteste che si potrà uscire da questo che sembra ormai essere diventato un vicolo cieco. È solo con il concorso generoso e intelligente di tutti – Istituzioni nazionali, regionali e locali, Associazioni di categoria, Comunanze e Pro-loco, comunità civile ed ecclesiale, singoli e gruppi – che potremo veramente “ricostruire”. A cominciare da un tessuto sociale fatto di umanità, di coerenza e di onestà, di reciproco aiuto ed accoglienza, di mutuo perdono, di civile e cristiana solidarietà.
Vorrei dunque che da questa piazza di San Benedetto il grido di tanti, che il vescovo raccoglie e fa suo, giungesse fino ai cosiddetti “palazzi del potere” e scuotesse la coscienza e stimolasse la responsabilità di chi li abita: non di continua propaganda elettorale abbiamo bisogno, non di visite ufficiali e proclami altisonanti, ma di risposte veloci ed efficaci, di semplificazione delle procedure, di soluzioni concrete ai diversi problemi, soprattutto di gesti eloquenti che restituiscano a queste popolazioni fiducia e speranza.
Con l’intercessione potente di San Benedetto, imploriamo dallo Spirito di Dio la luce e la sapienza per i governanti di oggi e di domani, e per tutti, piccoli e grandi, la forza e la determinazione affinché non si spenga la speranza e grazie all’impegno comune ci sia dato di vedere fin da ora l’alba di un domani migliore.