Omelia al termine dell’Assemblea Diocesana 2017

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Omelia al termine dell’Assembela diocesana 

Spoleto, Basilica Cattedrale, 15 ottobre 2017

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio», racconta la pagina del Vangelo che è stata proclamata. Tutto comincia con una festa e con il desiderio che questa festa possa riuscire nel miglior modo possibile. Al re di cui parla la parabola di Gesù preme più di ogni altra cosa che la partecipazione al banchetto sia piena e fruttuosa. Anche noi, in un qualche modo, abbiamo partecipato ad una festa, ad un banchetto, celebrando l’Assemblea Sinodale che questa sera solennemente concludiamo. L’abbiamo iniziata esattamente un anno fa in questa Basilica Cattedrale, il 16 ottobre 2016, con il proposito di volgere alla nostra Chiesa diocesana – come indicava l’Instrumentum laboris – «uno sguardo amoroso, non ansioso, rassegnato o ingenuo, ma coraggioso e capace di guardare al futuro» (p. 3).

Oggi benediciamo insieme il nome del Signore (cf Sir 51, 12) perché riconosciamo di aver vissuto un “tempo di grazia”, nel quale ci siamo lasciati condurre dallo Spirito di Dio e, esperimentando la gioia della fraternità e della condivisione, abbiamo realizzato un vero “esercizio di amore” per la nostra Chiesa, amandola ed accogliendola nella sua realtà fatta di luci e di ombre, ed impegnandoci a renderla sempre più vera, più bella, più affascinante e più fedele alla sua missione tra la gente. L’Assemblea Sinodale termina, ma il cammino continua. Quale eredità raccogliamo?

Procediamo nella lettura della parabola, che dice che il re «mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze», cioè a diffondere un invito, ad annunciare una parola. Quanto si è vissuto nell’Assemblea Sinodale deve ora essere trasmesso a tutti e diventare come la “carta di intenti” per il prossimo futuro. Tutti noi che siamo qui questa sera siamo come i servi della parabola, mandati a dire: «Venite alla festa!» con il mettere in pratica le indicazioni operative per la vita diocesana scaturite dai lavori assembleari e confermate autoritativamente dal vescovo.

Il Documento di carta che verrà distribuito all’uscita dal Duomo deve diventare Documento di carne, deve scendere nelle comunità, rendere attraente la vita delle parrocchie, mutare la qualità delle relazioni, dare scioltezza ai nostri ambienti, incoraggiare il protagonismo dei laici, prendersi cura delle famiglie sia nel loro sorgere che con le loro ferite, puntare sulla formazione degli adolescenti e dei giovani, manifestare e rendere credibile l’attenzione e la sollecitudine dei credenti per i piccoli, i poveri, gli esclusi.

Su quali piste occorre allora camminare, quali devono essere le scelte strategiche? C’è una sola scelta fondamentale: attuare uno scambio più assiduo tra le parrocchie vicine, lavorando insieme nelle pievanie, che non sono una strategia organizzativa ma un antidoto alla morte della parrocchia che si trincera attorno al proprio campanile. Conosciamo bene la povertà di alcune parrocchie, ma anche la fatica di quelle che riescono ancora a realizzare molte iniziative: tendono a diventare circuiti ristretti, chiesuole dove si sente sempre la stessa musica.

È giunto il tempo di dire: curiamo di più il clima delle nostre parrocchie, cioè le relazioni di stima, fiducia, attenzione, concordia, dedizione, amore. Sono parole che stanno perdendo di spessore e le nostre comunità cristiane spesso sono piene di cose da fare e povere di significati e di relazioni da scambiare. Questo è il volto missionario della parrocchia: una autentica comunità fraterna! Questo è il bene più grande che possiamo offrire oggi, quando tanta è la solitudine, l’invidia, la gelosia, la maldicenza. Se le parrocchie fossero luoghi di riparo per la preghiera e la conoscenza della Parola di Dio, spazi di ascolto per chi è turbato, focolari di accoglienza e fraternità, sarebbero già capaci di attirare la gente per il clima che si respira. Ciò significa che i ministeri e i servizi laicali, che operano all’interno e all’esterno delle comunità cristiane, devono diventare sempre più presenze necessarie; che i sacerdoti devono ripensare il loro ministero in parrocchia, lasciando molti compiti impropri che li dissipano e non li rendono disponibili all’ascolto delle persone; che i laici accedano a forme più intense di partecipazione alla vita della Chiesa locale, formandosi a uno stile non di egemonia ma di vero servizio. Ciò significa, in una parola, che non bisogna “fare di più”, ma “essere di più”.

Ora che l’Assemblea Sinodale chiude il sipario, non si spengono però le luci sul sogno della Chiesa di domani. La parabola infatti continua, raccontando il desiderio del re di raggiungere tutti, affinché la sala delle nozze non rimanga con un solo angolo vuoto e inutilizzato. Come “operai del Vangelo”, dobbiamo riscoprire continuamente la nostra identità di discepoli-missionari (cf EG 120-121), ponendoci all’ascolto docile del Maestro e diventando annunciatori e testimoni della Parola che salva, affinché all’invito insistente di Dio tutti possano finalmente rispondere un “sì” convinto e incondizionato. Si tratta di un “sì” a una festa, a un banchetto di nozze, non a un dovere da compiere, a un compito gravoso da assolvere, a un comandamento minuzioso da osservare… «Tutto è pronto; venite alle nozze!». Ci sorprende sempre un Dio che non si stanca di chiamare i suoi figli, che ha pazienza di riproporre ogni giorno i suoi accorati appelli, che non demorde nella sua volontà di aprire a tutti la festa in onore di suo figlio. Nessuna condizione è posta e non vi è ostacolo che impedisca l’ingresso nella sala se non l’esplicito e consapevole rifiuto da parte degli invitati.

Dio chiama tutti al banchetto del regno (a questo sontuoso banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti e raffinati, di cibi succulenti, come ci ricorda il profeta Isaia nella prima lettura). Il suo grande desiderio è che tutti possano partecipare alla festa e condividere fino in fondo la sua gioia. È anche la preoccupazione e l’anelito che ha animato, nel suo piccolo, la nostra Assemblea Sinodale, desiderosa di trovare le strade affinché la gioia del Vangelo raggiunga e contagi gli uomini e le donne del nostro territorio.

In ogni eucaristia riviviamo il mistero del banchetto nuziale che il gran Re prepara per i suoi figli. «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello!» (Ap 19, 9), proclama l’angelo dell’Apocalisse. È lo stesso invito che sentiremo risuonare fra poco nella liturgia eucaristica. Ancora una volta, siamo destinatari di una beatitudine non per ciò che riusciamo a essere o a fare, ma per il semplice fatto di essere degli “invitati”. È forse questa una delle più belle definizioni del cristiano: un invitato alla festa di Dio.

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