“Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco”: così inizia il capitolo 1, parte prima, della Vita Prima di S. Francesco d’Assisi di Tommaso da Celano. La tradizione francescana ci tramanda la celebre frase che il Santo, dal Monteluco di Spoleto, dedicò a questa sua valle: Nihil jucundius vidi valle mea spoletana (Non ho visto nulla di più piacevole della mia valle spoletana). La valle spoletana, o valle umbra, era considerata un luogo di particolare bellezza e serenità, un giardino naturale.
Arcidiocesi, Comuni di Bevagna, Montefalco, Spoleto e Trevi, Parco Culturale Ecclesiale: insieme è più bello. In occasione dell’VIII centenario della morte di S. Francesco (1226-2026) un’Arcidiocesi, quattro Comuni e un Parco Culturale Ecclesiale hanno fatto rete per pensare e promuovere alcuni momenti significativi per celebrare questo anniversario. Si tratta dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, dei Comuni di Bevagna, Montefalco, Spoleto e Trevi e del Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Pietre e d’Acqua” dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia. Questi territori sono stati arricchiti e benedetti dalla presenza, documentata dalle fonti, di Frate Francesco. Il primo incontro tra l’arcivescovo Renato Boccardo e i sindaci Annarita Falsacappa (Bevagna), Alfredo Gentili (Montefalco), Andrea Sisti (Spoleto), accompagnato dal vice Danilo Chiodetti, e Ferdinando Gemma (Trevi) si è tenuto il 1° dicembre 2025 nella residenza di mons. Boccardo. Tutti si sono mostrati entusiasti nel poter progettare insieme un calendario di iniziative in occasione dell’VIII centenario della morte di S. Francesco e sono fin da subito emerse varie ipotesi. Dopo le festività di Natale l’Arcivescovo ha avuto modo di dialogare singolarmente con i rispettivi Sindaci e ha coinvolto nel progetto anche il Parco Culturale Ecclesiale “Terre di Pietre e d’Acqua” preseduto da Anna Rita Cosso. Il 23 gennaio 2026, a Cannaiola di Trevi, c’è stato un nuovo incontro per condividere i programmi abbozzati da ogni Ente. Il Comune di Spoleto è stato individuato come capofila nel mettere insieme i vari programmi da presentare anche alla Regione Umbria nella speranza di ottenere, oltre al patrocinio, anche una qualche forma di sostegno economico. All’incontro di Cannaiola erano presenti: per l’Arcidiocesi, l’arcivescovo Renato Boccardo, il vicario generale don Sem Fioretti e l’addetto stampa Francesco Carlini; per il comune di Bevagna, il sindaco Annarita Falsacappa; per il comune di Montefalco, il sindaco Alfredo Gentili e il suo vice Daniele Morici; per il comune di Spoleto il vice sindaco Danilo Chiodetti e la responsabile del settore attività culturali Maria Stovali; per il comune di Trevi il sindaco Ferdinando Gemma, l’assessore Isabella Burganti e il Coordinatore del Complesso Museale di S. Francesco Simone Cerquiglini; per il Parco Culturale Ecclesiale la presidente Anna Rita Cosso e il consigliere Andrea Trevisi. Si è anche deciso di presentare, congiuntamente, il programma delle celebrazioni francescane nei territori di Bevagna, Montefalco, Spoleto e Trevi in una conferenza stampa che si è tenuta lunedì 9 febbraio 2026, alle ore 11.00, nel Salone dei Vescovi del Palazzo Arcivescovile di Spoleto.
Nei loro interventi l’Arcivescovo, i quattro Sindaci e la presidente del Parco Culturale ecclesiale, oltre ad illustrare il programma, hanno sottolineato come i territori di Spoleto, Bevagna, Trevi e Montefalco siano profondamente francescani. Tutti hanno ribadito la bellezza di aver lavorato insieme per mettere in luce i luoghi dove Frate Francesco è passato.
La presenza e l’azione di S. Francesco nei territori di Bevagna, Montefalco, Spoleto e Trevi, senza dimenticare che il francescanesimo, mediante l’azione di tanti frati, ha avuto un ruolo importante anche in altri territori dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia, dove però non è documentata la presenza del Poverello di Assisi.
Francesco a Bevagna
Francesco viaggiava molto tra le città e i borghi dell’Umbria, come Assisi, Gubbio e Spello, e Bevagna si trovava lungo questi percorsi. Bevagna era un centro importante, soprattutto per la pastorizia, e rappresentava un nodo di passaggio strategico. S. Francesco ha pregato nelle chiese di Bevagna, si è fermato nelle campagne, nelle botteghe, si è nutrito dei piatti umili del tempo, che ancora oggi vengono riproposti durante il Mercato delle Gaite. Per le vie della Città si è imbattuto nei fabbri, nei cuoiai, nei ceraioli, nei cordai, nei pescivendoli, nei fornai, nei bottai, negli arrotini, negli armaioli, nei fornaciari, nei vignaiuoli, negli osti…e il suo saio poco si discostava dagli umili abiti della gente semplice di Bevagna.
La predica agli uccelli
Mentre, come si è detto, il numero dei frati andava aumentando, Francesco percorreva la valle Spoletana. Giunto presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi uccelli d’ogni specie, colombe, cornacchie e “monachine”” (Vita prima di San Francesco di Tommaso da Celano, Capitolo XXI, 58). L’edicola di Pian d’Arca, al centro di una splendida ed incontaminata oasi naturalistica, con campi coltivati, vigneti ed oliveti, è stata eretta nel 1926 in occasione del VII centenario della morte del Santo. Nella Chiesa di S. Francesco si conserva anche la pietra sulla quale S. Francesco poggiò durante la sua predica agli uccelli a Pian d’Arca.
Le origini della chiesa risalgano alla fine del XIII secolo, sorge su un luogo che si pensa fosse un tempio romano. All’interno si possono ammirare opere d’arte di Dono Doni e Ascensidonio Spacca. Nel 1213 ebbe inizio la costruzione del primo convento francescano fuori porta S. Giovanni. Nel 1275 il priore e i canonici di S. Angelo donarono l’Oratorio di S. Giovanni per costruirvi il convento. Dapprima la chiesa dei frati francescani si intitolò a S. Giovanni Battista. La costruzione della chiesa durò circa un secolo.
Questo episodio è narrato sin dalla prima biografia di S. Francesco scritta da Tommaso da Celano due anni dopo la morte di San Francesco (1 Cel. 21,58= FF 424-5) ed è stato ripreso dai biografi successivi, tra i quali Bonaventura da Bagnoregio nelle ufficialissime Legenda maior (12,10 = FF 1206) e Legenda minor (VI = FF1371) e dall’autore dei ben più tardi, notissimi Fioretti di S. Francesco (16 = FF 1846). È una delle storie più iconiche che ha contribuito a plasmare l’immagine di Francesco come amico della natura e di tutte le creature. Il racconto appare in forma elaborata nei Fioretti compilati intorno al 1390 da autore anonimo toscano, probabilmente frate Ugolino da Montegiorgio. Secondo i Fioretti, mentre predicava a Bevagna, S. Francesco vide una moltitudine di uccelli nei campi e si rivolse a loro con parole di lode per la loro libertà e dipendenza solo da Dio. Gli uccelli si narra, rimasero immobili ad ascoltarlo. Nel capitolo XVI dei Fioretti si narra:
E andando S. Francesco con certi compagni per lo contando di Bevagna levò gli occhi e vide alcuni alberi in su i quali era grandissima moltitudine d’uccelli … e S. Francesco subito si gittò in mezzo a loro e cominciò a predicare loro nel Signore.
I miracoli a Bevagna
- La richiesta provvidenziale di pane e vino. Narra Tommaso da Celano:
Una volta Francesco era diretto a Bevagna, ma indebolito dal digiuno non era in grado di arrivare al paese. Il compagno allora mandò a chiedere umilmente a una devota signora del pane e del vino per il Santo. Appena la donna conobbe la cosa, assieme ad una figlia, vergine consacrata a Dio, si avviò di corsa, per portare al Santo quanto era necessario. Ristorato e ripreso alquanto vigore, rifocillò a sua volta madre e figlia con la parola di Dio. Ma nel parlare ad esse, non le guardò mai in faccia. Mentre quelle ritornavano a casa, il compagno gli disse: “Perché fratello, non hai guardato la santa vergine, che è venuta a te con tanta devozione?”. E il Padre: “Chi non dovrebbe aver timore di guardare la sposa di Cristo? Se poi si predica anche con gli occhi ed il volto, essa da parte sua poteva ben guardarmi, ma non occorreva che la guardassi io”. Spesso parlando di queste cose, asseriva che è frivolo ogni colloquio con donne, fatta eccezione della sola confessione o, come capita, di qualche brevissimo consiglio. E commentava: “Di cosa dovrebbe trattare un frate minore con una donna, se non della santa penitenza o di un consiglio di vita più perfetta, quando gliene faccia religiosa richiesta?” (II Cel., 114).
- Miracolo della vita ad una bambina cieca. La Leggenda Maggiore di S. Bonaventura, inoltre, tramanda che Francesco, sempre nei pressi del luogo della predica agli uccelli, restituì la vista ad una bambina cieca, spalmandole gli occhi con lo sputo:
Bevagna è un nobile castello della Valle Spoletana. Viveva in esso una santa donna con una figlia vergine ancor più santa e una nepote assai devota a Cristo. San Francesco onorava spesso la loro ospitalità con la propria presenza, poiché aveva un figlio nell’Ordine, uomo di specchiata virtù. Ora la nipote era priva di lume degli occhi esterni, benchè quegli interni, con i quali vi vede Iddio fossero illuminati di meravigliosa chiarezza. San Francesco implorato una volta perché avendo pietà del male di lei, avesse anche riguardo alle loro fatiche, inumidì gli occhi con la sua saliva, per tre volte, nel nome della Trinità, e le restituì la desiderata vista (Leg. Maior, XII, 10).
- A Bevagna è legato anche il ricordo di Santa Chiara d’Assisi, la “pianticella di San Francesco”, grazie a un miracolo che si legge nella sua biografia, scritto quasi certamente dallo stesso Tommaso da Celano (Vitae Sanctae Clarae 38 = FF 3273).
San Francesco a Montefalco
Dalle memorie francescane sappiamo che il Poverello di Assisi salì più volte a Montefalco.
La fonte di S. Francesco
In località Vecciano, a pochi chilometri dal centro storico di Montefalco, è presente una fonte “magnesiaca” chiamata fonte di Vecciano o di S. Francesco. La tradizione narra che fu S. Francesco a far sgorgare l’acqua nel 1215 come indicato da una lapide messa in posto nel 1936 che riporta le parole del Bullarium Franciscanum:
Sanctus Franciscus anno Domini MCCXV hunc mirabilem fontem oriri fecit cuius aqua ad fugantes febres morbosque pellendos mirabiliter operatur” (S. Francesco nell’Anno del Signore 1215 fece sgorgare questa meravigliosa sorgente la cui acqua è molto efficace nel tenere lontane febbri e malattie).
Alla ricerca di un locus per i fratelli
Nello stesso Bullarium Franciscanum si riporta che Francesco nel 1215 è stato a Montefalco per cercare un locus per i suoi fratelli. Ciò è stato reso noto dai documenti solo a partire dal 1240: nei pressi della località Camiano si parla di un “loco fratrum de Camiano” (1242) adiacente alla cappellina di Santa Maria della Selvetta, chiamata in seguito chiesa di S. Rocco. La nuova intitolazione della chiesetta trova il motivo nella commissione da parte dei frati al pittore locale Francesco Melanzio di un dipinto ritraente il Santo protettore dalla peste, che colpì la città nel 1516.
La nascita del Terz’Ordine Regolare
Dunque il primo insediamento francescano a Montefalco è fatto ufficialmente risalire al 1240 ed ivi rimasto fino al 1275 quando i frati Minori si traslocarono in un luogo entro le mura urbiche Ai Minori subentrarono i “fraticelli de povera vita” e ancora successivamente i frati del Terz’Ordine Regolare (emanazione dei precedenti) i quali tennero nel “campo di San Fortunato” il loro primo capitolo generale nel 1448, quando elessero il loro primo ministro generale. Si può quindi affermare che tale ordine francescano ebbe a Montefalco le sue origini. Nel 1526 abbandonarono il convento.
Francesco e S. Fortunato
Che S. Francesco fosse legato a Montefalco e in particolare al suo Santo patrono Fortunato lo dimostra il fatto che egli avrebbe consultato il calendario del messale nella chiesa di S. Niccolò ad Assisi (un raro codice della fine del secolo XII esulato in America) e tra i molti Santi umbri, al 1° di giugno, compare Santo Fortunato (Silvestro Nessi in “San Fortunato di Montefalco”).
Francesco a Spoleto
Nella biografia di Francesco d’Assisi, Spoleto ha avuto una parte rilevante, perché proprio in questa città il Santo fece un’esperienza sconvolgente di Dio, che gli cambiò la vita, e lasciò tracce di grande valore: dalla “implantatio Ordinis” nel 1213 alla lettera autografa lasciata a Frate Leone. Essendo capitale di un ducato, di cui Assisi era la punta di diamante in direzione Perugia, e chiudendo a sud quella incomparabile valle spoletana in cui il movimento francescano nacque e fiorì e da cui si diffuse prodigiosamente in tutto il mondo, Spoleto non poteva non essere una delle prime città ad accogliere l’esperienza straordinaria dell’”homo novus” di Assisi e a lasciarsi permeare e rigenerare dalla sua dirompente spiritualità. Nel secolo XIII, poiché Assisi con il suo territorio faceva parte del potente ducato di Spoleto, i rapporti tra le due città, a livello politico, culturale, religioso e di scambi commerciali, erano strettissimi. Si può avanzare l’ipotesi, anche se le fonti tacciono, che il giovane Francesco, figlio del ricco mercante Pietro Bernardone, prima ancora dell’inizio della sua trasformazione interiore, abbia intrattenuto relazioni con la capitale del ducato.
Il sogno di Spoleto: la nascita di uomo nuovo
Nel 1205 a Francesco si presentò l’occasione di realizzare i suoi sogni e di andare combattente nella terra di Puglia. Arrivato il giorno della partenza, rivestito di una nuova fiammante armatura, si congedò dai suoi, uscì dalla porta orientale della città e con i suoi sogni di grandezza si lanciò verso sud. Giunse nella città di Spoleto al tramonto del sole e lì si fermò per la sosta notturna, pronto a ripartire l’indomani mattina. Ma intervenne un fatto nuovo, del tutto inatteso, e quella che per Francesco doveva essere soltanto la prima tappa di un cammino verso il trionfo, divenne in realtà la fine delle sue effimere imprese e l’inizio di una straordinaria avventura umana e spirituale.
Dicono infatti le antiche biografie che Francesco, colpito da un improvviso attacco di febbre durante la notte, ebbe un nuovo sogno e sentì una voce “divina”. L’episodio viene così raccontato dalla Leggenda dei tre compagni:
Messosi dunque in cammino, giunse fino a Spoleto e qui cominciò a non sentirsi bene. Tuttavia, preoccupato del suo viaggio, mentre riposava, nel dormiveglia intese una voce interrogarlo dove fosse diretto. Francesco gli espose il suo ambizioso progetto. E quello: “Chi può essere utile: il padrone o il servo?. Rispose: “Il padrone”. Quello riprese: “Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo, e il principe per il suddito?”. Allora Francesco interrogò: “Signore, che vuoi ch’io faccia?”. Concluse la voce: “Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare; poiché la visione che ti è apparsa (in Assisi) devi interpretarla in tutt’altro senso” (Comp 6: FF 1401. Per il sogno di Spoleto, come per il precedente sogno di Assisi, cf. 2 Cel 6: FF 586-587).
Spoleto, come Damasco, dunque, e Francesco come Paolo? In qualche modo sì: dopo più di mille anni, si ripeteva il prodigio di Paolo percosso dall’inaudito splendore sulla via di Damasco. La notte e il sogno di Spoeto furono per Francesco la notte e il sogno che cambiarono il corso della sua vita, la notte e il sogno della libertà o della conversione. Tommaso da Celano nella Vita Prima, dove non parla esplicitamente del sogno di Spoleto, afferma:
Già cambiato spiritualmente, ma senza lasciare nulla trapelare all’esterno, Francesco rinunciava a recarsi nelle Puglie e si impegnava a conformare la sua volontà a quella divina (1 Cel 6: FF 328).
Mentre nella Vita Seconda afferma:
Ritornò senza indugio, fatto ormai modello di obbedienza e trasformato col rinnegamento della sua volontà da Saulo in Paolo … mutò le armi mondane in quelle spirituali, ed in luogo della investitura militare ricevette una investitura divina (2 Cel 6: FF 587).
Un segno di tale cambiamento lo diede subito: sulla via del ritorno, a Foligno, vendette il cavallo e le sue vesti, si ricoprì con abiti poverissimi e donò poi i soldi al prete di S. Damiano per il restauro della chiesa.
Il significato e l’importanza della notte spoletina è dunque evidente e lo ha ben evidenziato Raoul Manselli, secondo il quale Spoleto fu il momento iniziale, ma anche quello centrale della conversione di Francesco, perché lì “si poneva l’alternativa esistenziale, il problema della scelta definitiva” (R. Manselli, S. Francesco a Spoleto, in AA.VV., San Francesco e i Francescani a Spoleto, Spoleto 1984, pp. 10-11)
La rivoluzione di quella notte, con la decisione di ritornare a casa buttando all’aria i suoi ideali, la parola data, il suo onore e il suo nome, per intraprendere un nuovo cammino, si può spiegare perciò non con un semplice sogno, ma solo con una esperienza fortissima e liberatrice di Dio (Cf. I. Larrañca, Nostro Fratello di Assisi. Storia di una esperienza di Dio, Padova 1986, pp. 25-27).
Perché S. Sabino?
La tradizione indica la chiesa dedicata a S. Sabino, il santo vescovo che, dimostratosi intrepido sotto i tormenti del martirio, era stato assunto come protettore di tutti coloro che dovevano affrontare le fatiche e i rischi della guerra, molti dei quali, prima di partire, si recavano a venerare il corpo del Santo, sepolto in quella chiesa, e a impetrarne la benedizione.
Convenivano a S. Sabio soldati di ogni parte. Anche Francesco, così sensibile a questo particolare culto della santità eroica, accingendosi ad affrontare la sorte delle armi sui campi di battaglia pugliesi, secondo la tradizione si inginocchiò davanti a quel sepolcro e invocò la protezione del Santo, di cui egli fin da piccolo aveva imparato a venerare l’immagine, essendo considerato S. Sabino uno dei principali protettori della Città di Assisi.
Le altre volte di Francesco a Spoleto
- La scelta della vita apostolica. Nella Vita Prima Tommaso da Celano, narrando il viaggio di ritorno di Francesco e dei suoi compagni dopo l’approvazione orale della regola da parte del Papa, mette di nuovo in relazione il Santo e Spoleto per un problema di grande rilievo. Racconta, infatti, che nel gruppetto dei frati provenienti da Roma, una volta entrati nella valle spoletana (dunque s Spoleto o nei dintorni), affiorò un importante interrogativo: privilegiare la vita attiva o quella contemplativa, stare tra gli uomini o ritirarsi nella solitudine degli eremi? La scelta di Francesco e dei suoi compagni cadde sulla vita apostolica, sull’aiuto spirituale e morale da recare al prossimo, perché tutti potessero sperimentare l’amore di Dio e ottenere la salvezza.
- Fondatore di conventi. Francesco, per andare a Roma o nella valle reatina, la sua valle prediletta dopo quella spoletana, doveva passare per Spoleto e c’è da supporre che vi facesse sosta volentieri. Inoltre, poiché nel 1213 fondò un convento minoritico nella città, presso la chiesa di S. Apollinare, e secondo la tradizione ne fondò uno anche a Monteluco nel 1218, si può facilmente e ragionevolmente dire di una certa frequenza delle sue visite a Spoleto.
- I miracoli. Tommaso da Celano, nel Trattato dei miracoli di S. Francesco, descrive una serie di miracoli operati in vita e post mortem da Francesco. Nessuno di questi racconti risulta compiuto a Spoleto. Altri scrittori, però, riferiscono di alcuni prodigi in questa città:
- Bartolomeo da Pisa narra che Francesco convertì in modo singolare un ricco spoletino malato di grande avarizia. L’episodio è ambientato a S. Apollinare, prima abitazione dei frati a Spoleto (Cf. Bartolome da Pisa, De conformitate, in Analecta Franciscana [=AF] V (1912)18).
- Faloci Pulignani narra: in un manoscritto del conte spoletino Paolo Campello si parlerebbe della guarigione di un bambino operata dal Santo. Ma è impossibile dove questo scrittore possa aver letto la notizia (Cf. Faloci Pulignani, Il B. Simone da Collazzone e il suo processo nel 1252, in MF 12 [1910] 101).
- Narra S. Bonaventura della guarigione, nella contea di Spoleto, di un uomo colpito da una malattia devastante alla bocca e alla mascella (Cf. Leg mag II, 6: FF 1046.
La lettera di S. Francesco a Frate Leone
Una delle relazioni particolari tra S. Francesco e la città di Spoleto è la celebre lettera autografa scritta dal Santo a frate Leone, che costituisce uno dei cimeli più importanti della Città, conservato nella Basilica Cattedrale. Non c’è dubbio, infatti, che dopo le sacre spoglie custodite e venerate nella cripta della basilica di S. Francesco in Assisi, le reliquie più preziose di Francesco siano i suoi autografi, documenti di inestimabile valore anche per la loro rarità; sono infatti soltanto due. Il primo autografo è la cosiddetta «chartula», un foglietto scritto subito dopo la stigmatizzazione sul monte della Verna, nel settembre del 1224, e conservato nella cappella delle reliquie della basilica di S. Francesco in Assisi. Contiene, da un lato, il testo delle «Lodi di Dio Altissimo» e, dall’altro, la «Benedizione a frate Leone». Il secondo autografo è appunto la «Lettera a frate Leone», conservata originariamente nella chiesa minoritica di S. Simone a Spoleto e oggi esposta nella cappella delle reliquie della Cattedrale spoletina. Si tratta di un piccolo foglietto rettangolare di pergamena, tratta da pelle di capra, che misura cm 13×6; è formato da diciannove righe complessive e perfettamente conservato. La lettura più accreditata della lettera di Spoleto è quella che accentua il segno di fraterna tenerezza che Francesco ha voluto manifestare a Leone. Questi era in crisi e, nonostante il colloquio avuto da poco con Francesco mentre erano in cammino, voleva di nuovo andare da lui per consultarlo su qualche punto della sequela di Cristo e dell’osservanza regolare, soprattutto in tema di povertà. Il problema sollevato da frate Leone non era solo suo, come si può facilmente evincere dalla risposta di Francesco, che passa improvvisamente dalla seconda persona singolare alla seconda persona plurale («… in qualunque modo ti sembra meglio… fatelo…»). Egli si era fatto portavoce di altri frati che intendevano in modo diverso da altri qualche norma e desideravano un confronto con Francesco. Nessuna meraviglia: la fraternità francescana, ormai numerosa, non poteva essere esente da una pluralità di idee, da interpretazioni diverse, da discussioni e contrasti anche animati.
San Francesco a Trevi
La Città di Trevi e il suo territorio mostrano un insieme complesso di fonti scritte, tradizioni agiografiche, tracce fisiche e rielaborazioni tardomedievali che hanno costruito una memoria francescana tra fatti storici e significati simbolici.
Il complesso museale e culturale di Trevi si trova nell’ex convento dei frati minori francescani, presenti in città già dal XIII secolo. Un primo insediamento è documentato nel breve di Alessandro IV del 1258, mentre la bolla di Onorio IV del 1285 conferma l’esistenza del convento e il suo ruolo politico e religioso, incaricando il Guardiano di assolvere dalla scomunica i cittadini che avevano sostenuto Perugia nella guerra contro Foligno. L’assegnazione di questo compito al Guardiano, invece che alle autorità locali, indica l’importanza del convento nella vita della città. La fondazione risalirebbe quindi a poco dopo la morte di san Francesco, quando l’Ordine si stava diffondendo in Umbria, e già nel 1285 il convento era un punto di riferimento della comunità. I francescani a Trevi operavano non solo nel campo religioso, ma anche in quello sociale e politico. Sostenevano i nuovi gruppi cittadini, collaboravano con le autorità comunali e favorivano la crescita della città, con effetti sulla vita sociale, religiosa ed economica, contribuendo così alla formazione di una città organizzata e coerente nella sua struttura urbana e istituzionale. Un esempio significativo del legame tra francescani e istituzioni civiche è la fondazione del Monte di Pietà nel 1469. Su indicazione di frate Agostino da Perugia, predicatore dell’Ordine dei Minori osservanti, i rappresentanti municipali crearono uno dei primi Monti di Pietà in Italia. Lo stesso frate dettò i capitoli costitutivi del Monte, poi registrati nel consiglio generale di Trevi del 5 marzo 1469, dimostrando come l’Ordine fosse protagonista anche nello sviluppo delle strutture finanziarie cittadine. I documenti papali e municipali mostrano che il convento francescano non era solo un luogo di culto, ma un nodo centrale nella vita sociale, politica ed economica della città medievale. La presenza dei Minori osservanti a Trevi evidenzia chiaramente il ruolo degli ordini mendicanti nell’urbanizzazione, nella coesione sociale e nella strutturazione del potere comunale nell’Umbria tardo-medievale.
La predicazione urbana e il “miracolo dell’asino”: Trevi nella geografia francescana della parola
La predicazione di Francesco nella piazza principale di Trevi, riferita da Bartolomeo da Pisa nel De Conformitate, e il celebre episodio dell’asino imbizzarrito che si placa alla voce del Santo costituiscono una delle memorie più vivide del patrimonio locale. La struttura narrativa del racconto rientra nel genere agiografico: il Santo che domina la natura non per potere magico, ma per carisma spirituale, manifesta la compatibilità del creato con l’ordine evangelico. La storiografia artistica mostra come la pittura tardo-cinquecentesca (altare di San Francesco, 1598) e seicentesca (affreschi del chiostro, 1645) testimoniano la forza della tradizione francescana a Trevi. Questi dipinti non servivano solo a raccontare la vita del Santo, ma anche a far ricordare la sua presenza e a rafforzare il legame tra la comunità e la religiosità locale, creando un senso di continuità con il passato.
Pietrarossa e il lebbrosario: marginalità, cura e spiritualità francescana
La presenza del lebbrosario dei SS. Tommaso e Lazzaro presso Pietrarossa, attestato nei primi decenni del XIII secolo lungo la via Flaminia, inserisce Trevi nel sistema assistenziale dell’Umbria medievale. La tradizione che vi colloca Francesco e alcuni suoi compagni all’opera tra i malati è coerente con la centralità che la vicinanza ai lebbrosi riveste nelle fonti francescane più antiche, dove l’incontro con la sofferenza rappresenta momento di rivelazione cristologica e passaggio spirituale fondante.
La visione del trono celeste di San Francesco: tra esperienza mistica e costruzione agiografica
L’abbazia di Bovara, antica fondazione benedettina situata in un’area caratterizzata da una forte densità cultuale sin dall’età romana, diviene, nella tradizione francescana trevana, teatro di uno degli episodi più significativi della spiritualità del Poverello. Lo Speculum Perfectionis, Tommaso da Celano e la Legenda Antiqua riferiscono la notte di tentazioni e turbamento vissuta da Francesco in una chiesa abbandonata; al mattino, la visione mistica di frate Pacifico – un trono splendente, un tempo appartenuto a Lucifero, ora destinato all’umile Francesco – fornisce la chiave interpretativa dell’episodio. L’episodio della visione del trono celeste, narrato da Celano nella Vita di San Francesco d’Assisi e nei Trattati dei miracoli, rappresenta un momento emblematico della spiritualità francescana, in cui esperienza mistica, significato morale e simbologia cristiana si intrecciano. Secondo le fonti, la vicenda si svolge in una chiesa isolata, dove Francesco, desideroso di pregare in solitudine, viene lasciato da frate Pacifico, incaricato di recarsi all’ospedale di San Tommaso a Pietrarossa di Trevi.
Durante la notte, Francesco è soggetto alle tentazioni e agli assalti dei demoni, che Celano descrive con grande intensità, enfatizzando la tensione tra debolezza fisica e forza spirituale. Il gesto del santo – accettare le sofferenze del corpo come giusta punizione dei peccati – evidenzia la centralità dell’umiltà e della rassegnazione cristiana di fronte al male. Questa esperienza prepara alla rivelazione culminante: la visione in estasi di un trono celeste riservato all’umile Francesco, trono un tempo appartenuto a Lucifero e perduto per superbia. La voce che accompagna la visione chiarisce il significato morale: la grandezza spirituale deriva dall’umiltà, non dalla superbia. Dal punto di vista storico-critico, le narrazioni di Celano non vanno lette come mere cronache di eventi soprannaturali, ma come strumenti di costruzione dell’immagine del santo, tipici dell’agiografia medievale. La visione del trono diventa così un simbolo della legittimazione celeste della santità di Francesco, enfatizzando la sua eccezionale umiltà rispetto alla caduta degli angeli ribelli. L’episodio trova inoltre riscontro nelle arti visive: Giotto nella Basilica di Assisi e Bernardino Gagliardi a Trevi reinterpretano il racconto, traducendo in immagini la tensione tra il mondo terreno e la gloria celeste. La visione del trono celeste non solo riflette la concezione francescana della santità come umiltà, ma testimonia anche la funzione educativa e morale dell’agiografia medievale: attraverso la lettura e la rappresentazione artistica, il fedele è chiamato a contemplare la gerarchia dei valori spirituali, dove la vera grandezza si misura nella capacità di dominare la superbia e abbracciare l’umiltà.
Così il Celano:
Il Santo giunse una volta con il compagno ad una chiesa, lontano dall’abitato. Desiderando pregare tutto solo, avvisò il compagno: “Fratello, vorrei rimanere qui da solo questa notte. Tu va all’ospedale e torna da me per tempo domattina”. Rimasto dunque solo, rivolse a Dio lunghe e devotissime preghiere, e alla fine guardò attorno, dove potesse reclinare il capo per dormire. Ma subito turbato nello spirito cominciò a sentirsi oppresso dallo spavento e dal tedio e a tremare in tutto il corpo. Sentiva chiaramente che il diavolo dirigeva contro di lui i suoi assalti, e udiva folle di demoni che scorazzavano con strepito sul tetto dell’edificio. Immediatamente si alzò e, uscito fuori, si fece il segno della croce, esclamando: “Da parte di Dio Onnipotente vi comando, demoni, che riversiate sul mio corpo tutto ciò che è in vostro potere. Lo sopporto volentieri, perché non ho un nemico peggiore del mio corpo: mi farete così giustizia del mio avversario e gli infliggerete la punizione in vece mia”. Quelli, che si erano riuniti per atterrire il suo animo, incontrando uno spirito più pronto anche se in una carne debole, subito si dileguarono confusi dalla vergogna. Fattosi giorno, ritorna il compagno, e trovando il Santo prostrato davanti all’altare, aspetta fuori del coro e anche lui nel frattempo si mette a pregare fervorosamente, davanti ad una croce. Rapito in estasi, vede fra tanti seggi in cielo uno più bello degli altri, ornato di pietre preziose e tutto raggiante di gloria. Ammira dentro di sé quel nobile trono, e va ripensando tacitamente a chi possa appartenere. Ma nel frattempo sente una voce che gli dice: “Questo trono appartenne ad un angelo che è precipitato, ed ora è riservato all’umile Francesco”. Rientrato in se stesso, il frate vede Francesco che ritorna dalla preghiera. Gli si prostra subito dinnanzi, con le braccia in forma di croce, e si rivolge a lui non come ad uno che viva sulla terra, ma quasi ad un essere che regni già in cielo: “Prega per me il Figlio di Dio, Padre, che non tenga conto dei miei peccati”. L’uomo di Dio gli tende la mano e lo rialza, sicuro che nella preghiera ha ricevuto una visione. Alla fine, mentre si allontanano dal luogo, il frate chiede a Francesco: “Padre, cosa ne pensi di te stesso?”. Ed egli rispose: “Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me”. A queste parole, subito lo Spirito disse interiormente al frate: “Conosci che è stata vera la tua visione da questo: perché questo uomo umilissimo sarà innalzato per la sua umiltà a quel trono che è stato perduto per la superbia” (II Cel., 86).
Il miracolo del carcerato e la figura di Frate Leone: Trevi e la rete dei primi compagni
Il racconto di Bartolomeo da Pisa relativo alla liberazione miracolosa di un cittadino trevano imprigionato per ordine del duca di Spoleto, grazie all’intervento soprannaturale di Frate Leone, appartiene alla letteratura dei miracoli di intercessione e mostra la profondità del legame tra la comunità locale e i primi frati. La struttura narrativa — invocazione, apparizione, liberazione, pellegrinaggio alla Porziuncola nella festa della “Madonna delle Candele” — rispecchia i modelli della miracolistica francescana. Se la storicità dell’episodio rimane indimostrabile, la sua conservazione nel patrimonio narrativo trevano evidenzia un fenomeno rilevante: l’estensione della protezione spirituale non solo al Santo, ma anche ai suoi compagni più vicini, percepiti come garanti di giustizia e liberazione. Ciò indica l’esistenza, tra XIII e XIV secolo, di una circolazione di memorie francescane nel territorio e di una precoce interiorizzazione del francescanesimo come risorsa salvifica.



















