Un gruppo di giovani della Parrocchia di Bevagna è in Kosovo per vivere un’esperienza missionaria nella Casa Famiglia per bambini gestita dalla Caritas dell’Umbria. Segui la cronaca giornaliera di don Marco Rufini.

Un gruppo di giovani della Parrocchia di Bevagna è in Kosovo per vivere un’esperienza missionaria nella Casa Famiglia per bambini gestita dalla Caritas dell’Umbria. Segui la cronaca giornaliera di don Marco Rufini.
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Un gruppo di giovani della Parrocchia di Bevagna è in Kosovo per vivere un’esperienza missionaria nella Casa Famiglia per bambini gestita dalla Caritas dell’Umbria. Segui la cronaca giornaliera di don Marco Rufini.

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Un gruppo di giovani della Parrocchia di Bevagna è in Kosovo per vivere un’esperienza missionaria nella Casa Famiglia per bambini gestita dalla Caritas dell’Umbria. Segui la cronaca giornaliera di don Marco Rufini.
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In Kosovo per vivere un’esperienza nel Campo Missione Caritas Umbria a Radulac: è quanto ha vissuto un gruppo di Scout di Spoleto e quanto stanno vivendo in questi giorni nove ragazzi della parrocchia di Bevagna, accompagnati dal parroco don Marco Rufini. La struttura della Caritas Umbria, aperta dall’Anno Santo del 2000, accoglie bambini e ragazzi che provengono da difficili situazioni familiari, martoriati dalla guerra. Don Marco Rufini ogni giorno ci invia una piccola cronaca dell’esperienza che stanno vivendo. Di questo lo ringraziamo. 

Mercoledì 3 agosto 2011

 Partiti da Bari la sera di lunedì 1° agosto, siamo sbarcati a Bar, in Montenegro, alle ore 9.00 del 2 agosto. Un avventuroso viaggio attraverso Montenegro, Albania e Kosovo ci ha portati a destinazione alle ore 17.00. La stanchezza è stata subito cancellata dalla formidabile accoglienza e da una bella doccia. Dopo la cena e uno spettacolo di danza dei bambini, siamo andati a dormire, e non è stato necessario nessun argomento per convincere i ragazzi ad addormentarsi subito. Dormo nel camerone con loro, presso il centro parrocchiale locale, anche se mi è stata offerta con grande delicatezza una stanza singola. La sveglia alle 6.10 ci ha riportato nel mondo reale. Dopo la preghiera e la colazione, ognuno è andato al lavoro assegnato: portare a saldare un aratro, pulire la casa, aiutare in cucina, accompagnare un gruppo di bambini per un’escursione, trasportare il materiale per sistemare l’abitazione di una donna povera, accompagnare dal dottore una bambina ustionata. Quest’ultimo servizio è toccato a me in qualità di autista e ciò aiuta a capire una volta di più quanto tante cose che nel nostro mondo diamo per scontate, in altri luoghi non lo siano. Qui non basta pagare per avere dei servizi, semplicemente perché non ci sono. Non c’è un centro per ustionati o qualcosa di simile. Quello che nella cittadina vicina chiamano ospedale è una specie di ambulatorio, dove trovare il dottore adatto alla tua malattia è un po’ come puntare alla roulette… Per tranquillità di tutti, un “piccolo angelo” che era con noi ha trovato un dottore molto bravo, che ha fatto il suo lavoro e ha tranquillizzato tutti (per la cronaca, visita e medicazione 7,00 €, compresa emissione di relativa fattura). Una cosa che colpisce attraversando questa parte meridionale dei Balcani, oltre ad un numero spropositato di meccanici e di lavaggi per auto, oltre al fatto che la nuova autostrada in Albania sia regolarmente attraversata a raso da asino con conducente, è vedere la gente che si sforza di occidentalizzarsi sotto tanti aspetti: dal vestiario al tipo di servizio offerto nei bar lungo la strada. Speriamo che riescano a prendere solo la parte buona del nostro mondo occidentale, quella che spesso riusciamo abilmente a tener nascosta, forse per giustificare la teorizzazione del lamento libero e continuo come stile di vita.

Piccola nota: usciti dal dottore, il “piccolo angelo” di prima ha voluto offrire un gelato alla bimba e alla mamma che era venuta con noi (anche a me, ma io non posso mangiarli: l’alternativa era una salsiccia di vitello appena cotta), e dentro il negozio quella stessa bimba, quasi sottovoce, ha chiesto se era possibile portare almeno una caramella ai suoi quattro fratellini. Ho visto il nostro “piccolo angelo” prenderne più di quattro… forse per paura che ci fosse qualcuno in più che potesse restarne senza. Ci sono luoghi dove anche una sola caramella in più riesce a dipingere il mondo con il colore della speranza.

 

Giovedì 4 agosto 2011

La povertà non è solo questione di beni materiali. Già. Ci sono povertà umane e culturali. Perlomeno dal nostro punto di vista occidentale. E se provassimo a cambiare unità di misura? Prendiamo ad esempio la felicità. Ieri pomeriggio, una famiglia di città, che non ha nulla, con il capofamiglia che lavora saltuariamente e quando è necessario va in giro a raccogliere alluminio e metalli vari (18 centesimi al kilo, ndr) ha sostenuto testualmente: «La nostra è una famiglia molto unita e ci vogliamo tutti tantissimo bene. Siamo poveri, ma sappiamo che Dio non dà tutto: a noi ha dato la cosa più importante, l’amore tra di noi». Resta impressionante la serenità in quegli occhi, una serenità che raramente ho potuto osservare nella società del benessere. Sinceramente mi vergognavo un po’ del pacco viveri che abbiamo scaricato, sapendo che tutta la nostra ricchezza non basta a comprare neanche un grammo di quella serenità…Piccola nota. Ieri ho fatto l’autista; girare per strade e stradine del Kosovo con una Mitsubishi Pajero bianca dismessa da una qualche organizzazione internazionale (in ottimo stato, peraltro) tra baracche e case con piscina, centri cittadini frenetici e villaggi di campagna dove il tempo sembra essersi arrestato da tanto, dà un po’ l’idea di stare dentro un programma televisivo; solo che manca il telecomando per cambiare canale o l’interruttore per spegnere la televiaione. Qui non basta pigiare un pulsante per cambiare la storia o un televoto per stabilire chi è dentro e chi è fuori. Qui la realtà ha la stessa concretezza di due bambini appena circoncisi seduti in casa su di un letto di fortuna e in condizioni igieniche che lascio immaginare, ma ha anche la stessa luce del sorriso stampato sui loro volti.

 

Venerdì 5 agosto 2011

Oggi gita sociale (si fa per dire). Tre ore di viaggio per raggiungere il santuario della Madonna nera dove Madre Teresa ha sentito la sua vocazione. Una zona montana molto bella. Prima della guerra ci abitavano tremila croati; oggi ce ne sono quattro. No, non nel senso che sono pochi: sono proprio quattro, uno, due, tre e quattro. Due signori anzianissimi e una coppia. Oggi mi è venuto in mente un pensiero strano. Quel posto lassù, un po’ spartano, dove nove giovanotti cercano di ritrovare ogni giorno il senso della loro vita tra mucche, maiali e campi a mille metri d’altezza, somiglia molto a quella vita che anche da noi era normale fino a non tanti anni fa (gli ultimi strascichi li ho vissuti anch’io). Come è strano il mondo. Per guarire i disagi prodotti dalla modernità si ritorna a quel mondo il cui superamento ha assunto a volte i toni di una grande vittoria. Sinceramente questo fatto mi confonde un po’…devo pensare per chiarirmi le idee. Piccola nota: in quel posto lassù, nel paese dove sta il santuario, abbiamo incontrato il camion della Coca Cola. Mi viene da dire: “Nessuno si senta al sicuro dall’uomo bianco”.

 

Sabato 6 agosto 2011

Stamattina altra gita sociale, con un po’ di bambini sulla montagna di Rugova. Un posto bellissimo, con un fiume che si potrebbe definire il paradiso dei pescatori di trote. Ho lasciato la canna a casa, per scelta ideologica! Parlando di cose serie, viaggiando per le strade la concretezza della guerra che ha devastato questi territori è ancora palpabile nella infinita teoria di lapidi che si incontrano sul ciglio della strada, a celebrare gli eroi dell’UCK (esercito di liberazione del Kosovo) caduti durante il conflitto. Cosa ha prodotto questa guerra? Certo, la libertà per i kosovari, ma non solo. C’è una povertà diffusa, presente allo stesso modo sia in città che in campagna. E si ha l’impressione che alle persone benestanti non importi nulla dei poveri. Stride un po’ l’immagine dei numerosissimi matrimoni che si celebrano ogni giorno nel mese di agosto, dove sfilano vetture da decine di migliaia di euro, con le case di alcune famiglie o di certe capre che ho visto. Sì, le capre. Una famiglia che viveva in una baracca di legno (cioè una stalla) al margine di un bosco e che oggi ha una casa grazie a un gruppo di ragazzi di Città di Castello, ha dieci capre e tre capretti. Mai viste in vita mia di così magre. In quella casa anche il cane si è adattato a mangiare le prugne per sopravvivere (non è una battuta, l’ho visto con questi occhi!). Tra le tante cose di cui ha bisogno questo paese, forse c’è anche imparare meglio la solidarietà. Non so perché, mi è venuta improvvisamente in mente una frase del Vangelo che mi spaventa un po’: “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago…”.
Piccola nota. Qui c’è ancora la KFOR, cioè la forza di pace. Il contingente italiano ha fatto molte cose per questo paese, molto concrete. Non sono un militarsista, anzi, però mi piace pensare che esiste ancora un’Italia che non è quella del bunga bunga, fatta di persone vere che magari non ricevono visibilità dai media, ma che danno lustro al proprio paese. Fratelli d’Italia…

 

Domenica 7 agosto 2011

Oggi è domenica, ma in un paese con il 97% di musulmani, questo ha valore fino ad un certo punto. Siamo stati a visitare un monastero ortodosso. Semplicemente bellissimo. Ma difeso dall’esercito italiano: sono serbi in terra kosovara, e il fatto che siano monaci non li rende immuni da possibili ritorsioni nei loro confronti. Fa un po’ pensare il fatto che per andare a visitare un luogo sacro di altissimo valore bisogna essere identificati e passare due posti di blocco militari. Poi devo confessare una certa delusione per un fatto. Dopo il monastero abbiamo visitato Prizren, una città molto bella, che durante la guerra era stata completamente bruciata. Anche qui la chiesa ortodossa è difesa dalla polizia, ma non è questa la delusione. Riguarda la moschea. Siamo stati a visitarne una costruita dai turchi intorno all’VIII-IX secolo (così ha detto il ragazzo alla porta). Al di là del fascino del luogo, mi aspettavo un clima di silenzio, preghiera, raccoglimento, invece sembrava una delle nostre chiese di interesse turistico: unica differenza che si deve entrare scalzi. Mi chiedo se sia questo il concetto di apertura da portare avanti…

Piccola nota. Ci sono dei locali dove fanno il caffè espresso più buono che in Italia. Lo so che forse è una notizia secondaria, ma quando noi italiani andiamo all’estero, una delle difficoltà più grandi che incontriamo è trovare un caffè decente! Il veloce processo di occidentalizzazione del Kosovo dovrà pur avere un qualche aspetto positivo… anche se assolutamente secondario.

Lunedì 8 agosto 2011

Lo so che sarà scontato quello che dirò, ma quello che si vede non si può negare. A Peje (meglio conosciuta da noi come Pec), accanto ad una chiesa sorge un luogo che fuori dal cancello è identificato da una targa con su scritto in tre lingue “Missionarie della carità”. Madre Teresa ha voluto le sue suore proprio qui, in quella che è per certi versi la sua terra. Ospitano una ventina di anziane più o meno gravemente malate di mente (con doppia diagnosi, si direbbe in Italia). Si capisce che si tratta proprio degli ultmi tra gli ultimi, che se non fossero lì probabilmente non avrebbero altro posto. In una realtà contraddittoria come quella del Kosovo, quei sari bianchi e celesti sono come una luce che squarcia i molti lati oscuri di questa terra.
Piccola nota. Questa sera, con don Lucio Gatti (uno dei fondatori di questa avventura 12 anni fa) poco prima di cena siamo andati a vedere la nuova casa in costruzione, che una volta utlimata sostituirà quella attuale. Il sole appena tramontato dietro le montagne offriva uno spettacolo di luci indescrivibile. E quella costruzione con i lavori in corso, sulla sommità di una colle, in una posizione fantastica, ci ha fatto nascere nel cuore alcuni sogni in vista del domani. Mi è venuto da pensare che finché stare con un vecchio amico in un posto così bello faccia sognare guardando avanti, nessun futuro può far paura.

 

Martedì 9 agosto 2011

Ultimo giorno. Domani si parte. Stamattina un ultimo giro a portare i pacchi alle famiglie. Tra le frenesia della vita nelle cittadine, dovuta anche alla presenza di tanti emigrati che ritornano per le ferie, e la vita nei villaggi di campagna, c’è un vero e proprio abisso. E le case bellissime di molti degli emigrati, abitate un mese l’anno, stridono con le case dei più poveri (che fino a non tanto tempo fa vivevano nelle baracche di legno ancorra presenti e utilizzate come ripostigli). Mi chiedo come evolverà questo squilibrio sociale. Se ci sarà uno sviluppo pacifico e tale da permettere a tutti di vivere dignitosamente, o se si arriverà a tensioni e scontri, e questa sarebbe proprio l’ultima cosa di cui il Kosovo ha bisogno. Intanto la missione della Caritas Umbra va avanti e cresce. Ciò che nasce da Dio ha la prerogativa di essere inarrestabile, e vorrei che tutti coloro che in vario modo in questi anni hanno contribuito a questa opera, sappaino una cosa. Stamane una signora anziana, in una famiglia molto povera, ha detto “Non sapete quanto sia importante per noi avere qualcuno su cui poter contare, che si interessa di noi”. Si dice che i soldi sono del diavolo, ma se diventano carità, si trasformano in semi di speranza… pensiamoci.
Piccola nota. C’è ancora molto da fare per ultimare la nuova casa. Mi giunge notizia che questa cronaca quotidiana artigianale ha una media di 202 lettori. Vediamo di darci da fare… 

                     

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