Convegno “Giovani: non lasciatevi rubare la speranza!”. Mons. Giulietti, ai ragazzi delle scuole: «La giovinezza non è un lusso! È il tempo in cui investire per mettersi alla prova».

Convegno “Giovani: non lasciatevi rubare la speranza!”. Mons. Giulietti, ai ragazzi delle scuole: «La giovinezza non è un lusso! È il tempo in cui investire per mettersi alla prova».
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Convegno “Giovani: non lasciatevi rubare la speranza!”. Mons. Giulietti, ai ragazzi delle scuole: «La giovinezza non è un lusso! È il tempo in cui investire per mettersi alla prova».

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Si è tenuto nella sala congressi del complesso di S. Nicolò, a Spoleto, il convegno per le scuole superiori, promosso dal Centro di Pastorale giovanile dell’Archidiocesi. “Giovani: non lasciatevi rubare la speranza!” è stato il titolo dato all’iniziativa, arricchita da due spazi espositivi: “La croce come vita e rinascita”, a cura della terza classe del Liceo Scientifico di Cascia; e “Visioni esistenziali”, della classe quinta dell’Istituto Superiore d’Arte di Spoleto.

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«Questo incontro vuole essere un piccolo contributo, una provocazione per vedere, più da vicino, cos’è la speranza e come bisogna fare per non farsela rubare. Perché la speranza può dare senso alla vita e tutti abbiamo bisogno di trovare un orientamento»: ha esordito così l’arcivescovo Boccardo, ringraziando ragazzi e insegnanti, per poi lasciare la parola al relatore scelto per questo evento: mons. Paolo Giulietti, presbitero perugino, direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile.

E non si può dire che non sia stato un incontro ‘provocatorio’, come auspicato da Boccardo, a giudicare dagli interventi dei giovani seguiti alle parole di Giulietti. Il sacerdote è partito dalla proiezione del cortometraggio “Il Circo delle Farfalle”, per poi soffermarsi sulla realtà negativa che si sta vivendo. «Non è colpa vostra – ha detto ai convenuti – ma vi trovate di fronte il debito pubblico più rilevante della storia, la disoccupazione giovanile è oltre il 40%, il mondo adulto è in crisi sconfortante, vivete un’inferiorità numerica generazionale, una situazione di crisi economica globale, con processi decisionali ingovernabili, genitori divisi e in difficoltà e dove c’è una preoccupante carenza di ideali, che vedono il tramonto della cultura giovanile». Un quadro piuttosto tetro seguito alla domanda: «Perché vi dico questo? perché voi ci credete!». Ne ha così spiegato i quattro motivi. Primo, fra tutti, l’autocommiserazione, il piangersi addosso. I giovani, secondo Giulietti, pensano davvero di essere una generazione senza risorse e senza speranze; convinti di non potercela fare. Seguono: la rabbia, per cui si tende sempre a colpevolizzare altri; il cinismo, vedersela con i propri problemi e guardare con indifferenza a ciò che accade a chi sta intorno; e la distrazione, vivere due vite parallele per non pensare a come affrontare la realtà. Dopo questa serie di provocazioni, Giulietti si è soffermato su alcune incitazioni alla speranza, prendendo spunto da alcune citazioni del cortometraggio. «La speranza affidabile –ha detto – Perché non è un sentimento, non è un vago sentire del cuore, che magari ci commuove, ma è una virtù solida. Quanta gente, nonostante tutto, è riuscita nella sua vita a far qualche cosa di buono?! Ci sono delle storie di speranza, è importante trovarle; e non certo in televisione perché lì si raccontano quelle di ordinaria disperazione. Forse anche voi, nella vostra vita, avete qualche successo su cui poter scommettere e poter dire “su questo costruisco la mia possibilità di guardare al domani”». Come fare? Occorre capire, prima di tutto, che i problemi non sono mai quelli fuori da sé stessi ma che sono dentro ciascuno. Il valore da dare alle difficoltà della vita lo decide la persona stessa, non altri. Poi, capire che ognuno è unico e irrepetibile, non ce n’è un altro uguale e questa originalità è una risorsa. Infine, mettersi alla prova, scoprendo le proprie doti; anche se è rischioso, impegnativo e si può anche sbagliare. «Se si vive tranquilli facendo quel minimo che serve per andare avanti, la propria originalità non emergerà mai – ha affermato il sacerdote – La giovinezza non è un lusso! Se la vivi così, probabilmente, è difficile uscirne e non ti da niente. Al contrario, è un investimento, il tempo in cui mettersi alla prova. Questo mondo ha bisogno di un po’ di stupore. La speranza è affidabile, ti appartiene ed è necessaria – specificando poi – La crisi che viviamo è innanzitutto una crisi di speranza, cioè di fiducia nel futuro. Senza, non si studia, non si investe, non si intraprende, non si cambia il mondo: tutti lo desiderate ma ci vuole una speranza per poterlo cambiare. Cioè, che non siano sogni le vostre aspettative. Perché i desideri, chi non ne ha?! Ma se uno non ha la speranza, non possono avverarsi». Giulietti ha concluso il suo intervento, ricordando poi come può essere contagiosa la speranza: desiderio per i più piccoli, forza  per gli adulti (genitori e non solo) e la consolazione dei vecchi.

Il direttore del Servizio nazionale per la Pastorale giovanile ha poi accolto gli interventi dei ragazzi presenti, rispondendo e puntualizzando meglio alcuni argomenti.

Lavoro. «È venuta meno l’idea che una persona cominci un lavoro e lo porti avanti tutta la vita. Ma non manca! Bisogna passare dall’aspettativa che qualcuno mi dia il lavoro, al fatto che ciascuno si deve creare il suo; e deve essere bravo, serio, competente e affidabile».

Istituzioni. «Si dice non diano speranza. Ma chi c’è nelle istituzioni? Ci sei tu? E, se no, perché?».

La speranza è per credenti e non. «Ciascuno deve trovare delle ragioni, non dei sentimenti, per cui la propria speranza sia affidabile; cioè cose che valgono, che sono oggettive. Molti credenti hanno tanti bei sentimenti ma non hanno ragioni e ci sono molti non credenti che hanno fatto grandi cose perché le loro ragioni di speranza erano affidabili».

Il compito della Chiesa. «La Chiesa può aiutare condividendo le ragioni della propria speranza» e incoraggiando come san Pietro con lo storpio: “Alzati e cammina!”.

Il compito degli adulti. «Educare è una lotta, spesso, perché bisogna essere in due: nessuno educa nessun altro, si fa insieme. Se non c’è un patto, una decisione comune che si sta insieme, gli adulti poco possono fare. Non si può aiutare, chi non lo vuole».

Papa Francesco. «Ci sono due versioni: il personaggio dei media e quello di ciò che dice e scrive. Il primo è piuttosto accattivante perché dice cose belle, simpatiche, interessanti e fa dei bei gesti, sorridente e accoglie le persone. Il secondo, è impegnativo e non liscia i ragazzi. Ad Assisi, ha detto: abbiate il coraggio di fare scelte definitive! Cioè, andare controcorrente. È un papa che, se leggessimo quello che scrive, forse ci piacerebbe un po’ di meno e ci provocherebbe un pochino di più».

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