Azione liturgica del Venerdì Santo. L’Arcivescovo: «Nell’ora dell’aridità e dell’arsura che ne consuma l’esistenza, mentre esala l’ultimo respiro, Cristo effonde lo Spirito che dà la vita». Foto e video clip.

Azione liturgica del Venerdì Santo. L’Arcivescovo: «Nell’ora dell’aridità e dell’arsura che ne consuma l’esistenza, mentre esala l’ultimo respiro, Cristo effonde lo Spirito che dà la vita». Foto e video clip.

Azione liturgica del Venerdì Santo. L’Arcivescovo: «Nell’ora dell’aridità e dell’arsura che ne consuma l’esistenza, mentre esala l’ultimo respiro, Cristo effonde lo Spirito che dà la vita». Foto e video clip.

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Azione liturgica del Venerdì Santo. L’Arcivescovo: «Nell’ora dell’aridità e dell’arsura che ne consuma l’esistenza, mentre esala l’ultimo respiro, Cristo effonde lo Spirito che dà la vita». Foto e video clip.

Il Venerdì Santo è il giorno della morte di Gesù. La liturgia è composta da tre momenti: Liturgia della Parola, l’adorazione della Croce e la Comunione. Nella Basilica Cattedrale di Spoleto è stata presieduta dall’arcivescovo Renato Boccardo, nel tardo pomeriggio di venerdì 3 aprile 2026, alla presenza dei presbiteri e fedeli della Pievania di S. Ponziano.

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Non è stato un giorno di lutto o sconfitta, ma una pausa nella quale siamo stati invitati a contemplare il Crocifisso: l’altare era spoglio e il linguaggio sobrio, ricco di silenzi. Senza canto e musica, senza il segno della Croce, l’assemblea si è radunata in silenzio. La preghiera iniziale ha affidato al Padre la disponibilità della Chiesa, Sposa di Cristo, a seguire lo Sposo sulla via del Calvario. I fedeli hanno quindi ascoltato il racconto della passione di Gesù secondo il vangelo di Giovanni. È seguita la Preghiera universale più tipica e ricca: la Chiesa ha pregato allargando il suo sguardo supplice fino ai confini del mondo.  Indicata come segno estremo di amore, è stata accolta la Croce del Signore. Ad ogni invito dell’Arcivescovo tutti hanno riposto: “Venite, adoriamo!”. I fedeli, poi, si sono accostati alla Croce per manifestare adorazione e gratitudine al Signore che dona la vita per noi. Con il canto dello Stabat Mater è stata fatta memoria della presenza di Maria presso la croce del Figlio. Esposte a lato del presbiterio c’erano due preziose reliquie che appartengono al tesoro del Duomo: quella della Santa Croce, custodita in una teca di epoca longobarda, e il Santo Chiodo, conservato nel reliquiario commissionato nel 1725 dal vescovo Carlo Giacinto Lascaris.  Accostandosi infine all’altare, i presenti hanno ricevuto il Corpo di Cristo consacrato nella Messa della Cena del Signore: di nuovo, la Chiesa va incontro allo Sposo, in processione. La liturgia è terminata in silenzio, con l’orazione che ha invocato la benedizione di Dio sul popolo che ha commemorato la morte di Gesù. La colletta raccolta, come in tutte le chiese del mondo, è destinata alla Terra Santa, che da anni – e specialmente ora con la tragedia della guerra – affronta situazioni particolarmente difficili e gravi di precarietà. La nostra vicinanza è indispensabile per permettere alla Custodia di sostenere la presenza dei cristiani in Palestina e a Gerusalemme, il mantenimento dei Luoghi Santi come delle attività pastorali e delle opere sociali – scuole, case per anziani, ospedali – che vanno a beneficio di tutti, in particolare dei più bisognosi.

Riportiamo la riflessione dell’Arcivescovo. Sulla croce, insieme con l’aceto, Gesù beve anche l’asprezza e l’amarezza che gli uomini gli porgono. Come Mosè nei giorni dell’esodo aveva trasformato con il suo bastone in dolci e potabili le acque amare di Marah (cf Es 15, 22-25), allo stesso modo il Crocifisso trasforma le acque imbevibili delle nostre paure, delle nostre delusioni, della nostra rassegnazione e della nostra rabbia in fonte cristallina, che spegne l’arsura. Gesù è divenuto lui stesso la Sorgente che lascia sgorgare vita dal suo fianco (Gv 19, 34). La sete di Cristo è porta di accesso al mistero di Dio, che si è fatto assetato per dissetarci. Il racconto giovanneo della passione, infatti, contempla il Crocifisso che, riarso di sete, diviene misteriosamente la fonte che disseta l’uomo quando volge lo sguardo a Colui che è stato trafitto (cf Gv 19, 33-34). Quell’acqua che fluisce dal fianco squarciato indica la vita, allude al dono dello Spirito e rimanda al battesimo; in Cristo si rinnova quel dono che Dio aveva fatto al popolo d’Israele pellegrino nel deserto, simbolo della sua presenza paterna e materna, della sua grazia e della sua misericordia. Contemporaneamente, il sangue effuso insieme all’acqua nell’ora della morte rinvia alla vita sacramentale della Chiesa, dono del Crocifisso risorto. Cristo, nuovo Adamo, genera ormai dalla sua ferita un’umanità nuova, rinnovata dall’amore che si diffonde dalla croce come acqua e sangue, simboli reali dell’immersione battesimale e del banchetto eucaristico, luogo di nascita e di vita. Ecco la fonte dalla quale è generata la nostra vita! Ecco l’amore che edifica la Chiesa, la nutre, la disseta, la guarisce e la accompagna! Nell’ora dell’aridità e dell’arsura che ne consuma l’esistenza, mentre esala l’ultimo respiro, Cristo effonde lo Spirito che dà la vita. Nell’acqua unita al sangue troviamo la visibilità del dono profetizzato durante la festa delle capanne, quando «Gesù ritto in piedi gridava: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: “Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Gv 7, 37-39). L’acqua sgorgata dal fianco di Cristo non solo giunge all’uomo per placare la sete della ricerca, della inquietudine e del desiderio, ma ne attraversa tutta l’esistenza, i suoi terreni inariditi, i suoi ruscelli prosciugati e finirà per debordare dall’uomo stesso, perché in Cristo anche la nostra sete diviene, misteriosamente, sorgente. Il Signore, infatti, aveva promesso: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 13-14). Così, in Cristo il cerchio si chiude: la sete trova l’acqua, l’Assetato è “l’acqua viva”, la sete che Dio ha dell’uomo si disseta nell’obbedienza del Figlio, la sete che l’uomo ha di Dio trova in Cristo quelle “acque tranquille” (Sal 23, 2) che zampillano dal fianco trafitto. A ben guardare, però, l’Amato non placa, ma scava in noi una sete ancora più profonda: «Ci hai creati per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto fin che non riposa in te» (Agostino, Confessioni, 1, 1. 5).

 

 

 

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