Con il Giovedì Santo si conclude la Quaresima, iniziata con il Mercoledì delle Ceneri, e con essa finisce anche il digiuno penitenziale. Con la Messa in Coena Domini inizia il Triduo pasquale, ossia i tre giorni nei quali si commemora la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, che ha il suo fulcro nella solenne Veglia pasquale e si conclude con i secondi vespri della Domenica di Pasqua.
A Spoleto l’arcivescovo mons. Renato Boccardo ha presieduto questa liturgia nella Basilica Cattedrale nel tardo pomeriggio di giovedì 2 aprile 2026, insieme ai preti e ai fedeli della Pievania di S. Ponziano, alla presenza dei bambini e ragazzi della catechesi. Dal punto di vista liturgico quella del Triduo è un’unica celebrazione. Infatti: nella Messa in Coena Domini non c’è congedo, ma l’assemblea si scioglie in silenzio; il Venerdì Santo la celebrazione inizia nel silenzio, senza riti di introduzione, e termina senza benedizione e senza congedo, nel silenzio; la Veglia Pasquale inizia con il
lucernario, senza segno di croce e senza saluto; solo alla fine della Veglia si trova la benedizione finale e il congedo.
Nella Messa in Coena Domini, cioè la “Cena del Signore”, si fa memoria dell’Ultima che Gesù tenne insieme ai suoi apostoli prima dell’arresto e della condanna a morte e si ripete il gesto della lavanda dei piedi. I riti liturgici del Giovedì Santo, si sono conclusi dopo la messa della Cena con la reposizione dell’Eucaristia.
L’omelia dell’Arcivescovo.
La sera dell’ultima cena, munito solo di un grembiule, Gesù si abbassò sino a terra, per essere all’altezza dei piedi dei discepoli. C’erano tutti, anche Giuda. Inammissibile, per il rude e riverente cuore di Pietro, accettare un simile gesto. Capirlo, innanzitutto. Pietro è geloso di un Maestro che è capo, Messia, il Figlio di Dio e non può curvarsi sui piedi impuri di un pescatore di Cafarnao. Quel suo lavare i piedi degli apostoli gli pareva un compito troppo prosaico. Da schiavi, non da uomini liberi. Poi: non è bello vedere un capotavola, com’era Gesù in quella cena, alzarsi e lavare i piedi ai commensali! Persone semplici e sospette; gente nota, ma anche inaffidabile, come lui che, di lì a poco, Io avrebbe rinnegato per tre volte. Ma c’è una ragione più profonda: Pietro non accettava un Messia rovesciato, un Dio minore, un Signore supplice, un Re-Servo. Rifiutava l’ombra della divina vergogna della Croce. E, forse, l’idea che in seguito anche a lui toccasse fare altrettanto.
Qualche giorno prima Gesù aveva ricevuto un gesto simile da parte di Maria di Betania, che aveva versato sui suoi piedi un vaso di olio di nardo pregiato, stimato ben trecento denari (oggi circa 30.000 euro). E anche lì ci fu qualcuno che si scandalizzò: era Giuda che, infatti, vendette il Signore per soli trenta denari (oggi circa 30 euro). Da quella donna Gesù era stato fatto oggetto di una straordinaria manifestazione d’amore (cf Mc 14, 1-9). Un’altra volta il Rabbì aveva goduto di una lavanda di baci in casa di Zaccheo il fariseo : una prostituta, seduta a terra, usava le sue lacrime come acqua di abluzione per i piedi del Maestro, che poi asciugava con i capelli. Dinanzi allo scandalo del fariseo, Gesù aveva spiegato: «Molto le sarà perdonato, perché ha molto amato» (cf Lc 7, 36-50).
E lui che, nella sua ultima settimana al mondo, dopo aver amato i suoi voleva amarli “fino alla fine” (Gv 13, 1), volle farlo cominciando dai piedi. «Non mi laverai i piedi in eterno», dice Pietro. «Se non ti laverò non avrai parte con me», replica paziente Gesù, con parole sibilline ma che l’apostolo, in uno dei suoi imprevedibili picchi di genialità, capisce al volo, riparando in un repentino: «Signore, allora non solo i piedi, ma anche le mani e il capo» (Gv 13, 8-9). E Gesù aggiunge: «Come io ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». È una di quelle lezioni d’amore che Gesù continua a dare alla Chiesa e aII’umanità: ogni bacio ai piedi è una goccia di pace che, dalla fronte e dalle labbra del Signore, va a sciogliere le rughe delle estremità ferite e spaccate della terra.
Il gesto della lavanda si colloca così in parallelo con quello dello spezzare il pane durante la cena. Nel corso del pasto dei pii israeliti il capofamiglia prendeva il pane tra le mani, lo spezzava e lo offriva ai commensali. Ma quella sera, a Gerusalemme, Gesù Io ha rivestito di un significato nuovo: «prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: “Questo sono io. Prendete, mangiate!”» (cf Mt 26, 26). Parole arcane, enigmatiche, che i discepoli compresero solo dopo la Pasqua.
Al termine della sua “giornata terrena”, il Maestro ha riassunto in quel gesto tutta la sua storia, tutta la sua vita. Non ha offerto qualcosa, ma se stesso. Ha consegnato la sua persona in alimento. Ogni briciola della sua esistenza era stata donata per saziare la fame dell’uomo: fame di Dio e della sua parola, fame di senso della vita, di felicità, di amore: commosso davanti alle “pecore senza pastore” si era seduto ad insegnare molte cose (cf Mc 6, 33-34); a chi aveva fame di perdono aveva offerto i segni della tenerezza di Dio (cf Gv 8, 1-12); a Gerico nessuno immaginava che Zaccheo avesse fame, tranne Gesù che entrò nella sua casa e Io saziò di amore e di gioia (cf Lc 19, 1-10). Sulla mensa eucaristica, durante ogni celebrazione, Gesù ripresenta tutta la sua vita nel segno del pane che ci viene chiesto di condividere.
Nel mondo gli uomini “si mangiano”; lottano per sopraffarsi e asservire; “si divorano” per accaparrarsi i beni e dominare. Ha successo chi si dimostra il più forte. Gesù ha rivoluzionato questo modo pre-umano di relazionarsi. lnvece di “mangiare” gli altri, di lottare per la conquista dei regni di questo mondo – come gli aveva suggerito il maligno (cf Mt 4, 8-9) – Gesù si è offerto come “pane di vita” (cf Gv 6, 33). E da questo offrire se stesso come alimento ha avuto inizio l’umanità nuova.
In quest’ora dell’amore supremo di Cristo e dell’esempio che ci ha lasciato – da imitare e tradurre senza alcun limite – impariamo, per esserne degni, a camminare nell’amore, a obbedire alI’amore, a misurarci nell’amore. Se alla fine della vita saremo giudicati suII’amore, stasera si anticipa per noi questo giudizio di Dio: ed è giudizio di condanna se, per mille pretesti, ci rifiutiamo aII’amore; è giudizio di salvezza e di speranza se ne accogliamo la voce, ne assecondiamo la forza, ne realizziamo l’esigenza. È testamento e comandamento di Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri, come io ho amato voi» (cf Gv 13, 35, 15, 12).






















