Montefalco, festa di Santa Chiara della Croce 2022. Omelia Arcivescovo. Foto.

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A Montefalco il 16 e 17 agosto 2022 è stata celebrata la festa liturgica di Santa Chiara della Croce nel santuario a lei dedicato. L’Arcivescovo ha presieduto la processione della sera del 16 e il solenne pontificale del 17. L’olio per la lampada che arde dinanzi all’urna della Santa agostiniana è stato donato dalla Regione Umbria nella persona del Presidente della Giunta Donatella Tesei. I tanti fedeli giunti alle varie celebrazioni sono stati accolti con amabilità dalle monache agostiniane di cui è priora suor Maria Rosa Guerrini e dal priore di Montefalco don Vito Stramaccia.

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Di seguito riportiamo l’omelia pronunciata da mons. Boccardo alla Messa del 17 agosto.  

Abbiamo ascoltato la richiesta che Gesù rivolge ad ogni uomo e donna che voglia andare con lui. Certo, il Signore non forza nessuno a diventare suo discepolo, non obbliga nessuno a seguirlo; questo non deve avvenire per costrizione, ma per libera scelta. Però Gesù tiene a precisare fin dall’inizio le condizioni: «Se uno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.» Andare dietro a Gesù significa intraprendere un’avventura impegnativa: bisogna incidere nella propria carne, nei propri desideri e gusti, nei propri sentimenti, nei propri modi di fare e di vivere, bisogna smettere di esistere per dare soddisfazione a se stessi e mettersi al servizio del Regno di Dio.

Separarsi da se stessi vuol dire prendere le distanze da sé: chi è orgoglioso tagli il suo orgoglio e diventi mite; chi è aggressivo soffochi la violenza nel suo cuore e diventi mansueto; chi è pieno di sé dimentichi se stesso e si faccia umile, perché ci sia spazio nel suo cuore per Gesù, per il fratello, per il bisognoso; chi si fa guidare dai propri sentimenti se ne distacchi ed impari a fare suoi i sentimenti che muovevano Gesù: amore per tutti, misericordia per il peccatore, compassione con chi sta male, sostegno a chi ha la vita difficile. È la croce su cui deve morire ogni giorno il nostro uomo vecchio, perché emerga ogni giorno in noi l’uomo nuovo, che il Signore per dono dello Spirito Santo vuole far nascere in ciascuno (cf Ef 4, 20-22).

Il cristiano non può mai dimenticare che si è fatto discepolo di un Maestro morto in croce, un Maestro che non ha voluto salvare se stesso ma dare la propria vita per salvare gli altri (cf Mt 20, 28). Non è stata forse questa la “scintilla” che si è accesa nel cuore di Chiara ed ha motivato le sue scelte e illuminato il suo cammino fino a farle dire: «Io non ho bisogno di una croce esteriore, perché ho impressa nel mio cuore la croce del mio Signore Gesù Cristo crocifisso»? È lo sguardo amoroso a Gesù Crocifisso che l’ha condotta ad entrare nel reclusorio dov’era la sorella Giovanna e nascondersi al mondo per guardare Dio e lasciarsi guardare da lui, tanto da giungere a dire: «Amore mio Gesù Cristo che mi guardi, hai talmente attratto la mia anima con il tuo sguardo purissimo che non può più trattenersi dal venire a te». Ed ha acquisito con lui una tale intimità che l’ha resa capace di rispondere alla domanda: «Per te chi sono io?» esclamando con tutto lo slancio del cuore: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!». Nessuno può fare davvero la professione di fede se non è lo Spirito che la suscita dentro di noi. La fede rimane un dono, e la beatitudine che ne deriva non è frutto di meriti ma è anch’essa dono di Dio. È il dono di poter dare un nome e un volto a ciò che ogni uomo e ogni donna cerca per tutta la vita anche senza saperlo. Ma va detto anche che la fede non è solo sapere il nome proprio di ciò che si cerca, ma anche imparare il proprio nome, quello vero, quello della parte più intima e autentica di ciascuno di noi. Ecco perché Gesù prosegue dicendo all’apostolo: «E io ti dico: Tu sei Pietro». Più si conosce Gesù e più si riesce a conoscere anche se stessi. È il miracolo dell’incontro con Cristo. Da lui Chiara ha ricevuto «un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve» (Ap 2, 17).

Agli occhi di tanti una vita come la sua può sembrare sprecata, come già la morte di Gesù sulla croce sembrava agli occhi di tanti la storia di un uomo fallito. Di fronte a quella croce, tutti gli gridavano, tra l’ironia e lo scherno: «Salva te stesso». È il “vangelo del mondo”: salvare se stessi, a qualsiasi costo. Anche Pietro faceva fatica a liberarsi da questo modo di pensare. Quando il Maestro annuncia apertamente di dover andare incontro a sofferenza e morte, lo prende in disparte e lo rimprovera. Ma Gesù lo respinge con fermezza. Il vangelo di questo mondo non è, e non può essere, il suo Vangelo: come poteva salvare se stesso Colui che mai aveva vissuto per sé? Gesù, mentre guarda i suoi discepoli guarda anche noi, cari fratelli e sorelle, e rimprovera Pietro e noi dicendo: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». «Vai dietro a me», cioè torna al tuo posto di discepolo, seguimi, perché questa è la vita del discepolo: stare dietro a Gesù, mai davanti con il proprio orgoglio e la propria autosufficienza. Certamente Gesù poteva evitare la morte; bastava dare retta a Pietro che cercava di dissuaderlo dall’andare a Gerusalemme. Ma in questo modo avrebbe rinnegato il suo Vangelo.

Non possiamo seguire Gesù da uomini e donne distratti che hanno dimenticato chi stanno seguendo e continuano a vivere la propria vita. Seguire Gesù richiede che si scelga in modo deciso e coraggioso la via della santità, lottando ogni giorno contro il proprio peccato e pregando perché lo Spirito Santo trasfiguri la nostra umanità ad immagine della umanità santa di Gesù, che porta pace e salvezza per il mondo intero. Nella santità, infatti, decisivo è il lasciarsi condurre dalla grazia di Dio e dal suo amore, sapendo che lì si trova il tesoro prezioso che illumina e dà valore e significato a tutta l’esistenza (cf Mt 13, 44-45). «Per essere santo – faceva dire Georges Bernanos a Santa Giovanna d’Arco – quale vescovo non darebbe il suo anello, la mitra e il pastorale; quale cardinale non darebbe la sua porpora; quale pontefice il suo abito bianco, i suoi camerieri, le sue Guardie Svizzere, tutto il suo patrimonio temporale? Tutto il grande apparato di sapienza, di forza, di disciplina, di maestà e magnificenza della Chiesa è nulla se la santità non lo anima. Chi non vorrebbe avere la forza di correre questa incredibile avventura che è anche la sola avventura possibile?» (L’eretica e Santa Giovanna, Reggio Emilia 1978, pp. 82-90).

Con la sua intercessione, Santa Chiara alimenti in noi la nostalgia di una vita secondo il Vangelo, e dunque una vita santa, come abbiamo cantato: «O sapiente Chiara, facci rigustare delle vie del Cielo il sapore forte». E ci ottenga la forza per percorrere con passo sicuro e cuore gioioso il cammino che si apre ogni giorno davanti a noi.

 

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