L’Arcivescovo racconta i giorni trascorsi in ospedale a causa del Coronavirus: «Catapultato in una situazione nuova, fatta anche di sofferenza, ho riletto la mia vita, ho pregato per la “mia” gente di Spoleto-Norcia, ho pensato all’ora della mia morte».

L’Arcivescovo racconta i giorni trascorsi in ospedale a causa del Coronavirus: «Catapultato in una situazione nuova, fatta anche di sofferenza, ho riletto la mia vita, ho pregato per la “mia” gente di Spoleto-Norcia, ho pensato all’ora della mia morte».

L’Arcivescovo racconta i giorni trascorsi in ospedale a causa del Coronavirus: «Catapultato in una situazione nuova, fatta anche di sofferenza, ho riletto la mia vita, ho pregato per la “mia” gente di Spoleto-Norcia, ho pensato all’ora della mia morte».

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L’Arcivescovo racconta i giorni trascorsi in ospedale a causa del Coronavirus: «Catapultato in una situazione nuova, fatta anche di sofferenza, ho riletto la mia vita, ho pregato per la “mia” gente di Spoleto-Norcia, ho pensato all’ora della mia morte».
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In prossimità della terza Domenica di Avvento (13 dicembre 2020), chiamata della gioia, l’arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale umbra mons. Renato Boccardo, su sollecitazione di una sua coppia di amici, Chiara e Sandro, racconta i giorni trascorsi al policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma per curare la polmonite bilaterale interstiziale causata dalla positività al Coronavirus. Di seguito il testo della lettera.

Carissimi Chiara e Sandro,

al termine della degenza al Policlinico Gemelli, mi avete chiesto di raccontarvi qualcosa dell’esperienza vissuta. Ho lasciato passare qualche giorno per ordinare i pensieri, prima di condividere con voi – come in tante occasioni abbiamo fatto durante le mie visite a casa vostra – le riflessioni e i sentimenti che mi hanno accompagnato e sostenuto in questo mese di novembre vissuto in compagnia del Coronavirus.

Non preparato – come probabilmente nessuno lo è – ad affrontare un tempo speciale come questo, inatteso e imprevisto, e mi sono trovato come catapultato, da un giorno all’altro, in una situazione nuova, fatta di solitudine, di lunghi silenzi, di riflessioni articolate, di tempi prolungati di ascolto della Parola di Dio e di preghiera. E anche di un po’ di sofferenza (l’aiuto dell’ossigeno per la respirazione è stato prezioso…).

Il primo pensiero che mi ha accompagnato è stato quello di condividere con tanti miei diocesani l’esperienza della malattia e della precarietà: ho pensato a tutti coloro che si trovano in un letto di ospedale, ai loro famigliari lontani, a quanti li curano con dedizione e competenza, a quanti affrontano il passaggio vitale della morte soli con se stessi senza il conforto di una presenza e di una mano amica. Ed ho sentito misteriosamente vere per tutti noi (quasi come un nostro piccolo contributo) le parole di San Paolo: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). Sono certo che tanta sofferenza fisica e morale non andrà perduta e produrrà misteriosamente frutti di vita e di grazia per la Chiesa e per il mondo intero… Perché «tutto concorre al bene per quelli che amano Dio» (Rom 8, 28).

 

Ci sono stati poi diversi momenti più intimi e personali che mi hanno condotto a tornare indietro nel tempo e rileggere tutta la mia storia: «Insegnaci a contare i nostri giorni», dice il salmista (90, 12). Nelle lunghe ore passate sdraiato sul letto in compagnia della maschera ad ossigeno ho potuto rileggere con calma il cammino della mia vita, ormai non breve. Più volte, specialmente durante gli esercizi spirituali annuali, ho affrontato questo percorso, ma mai mi era successo di poterlo fare (o forse non ne ero stato capace) con tanta calma, dettagli e profondità.

 

E così sono partito dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, con il ricordo vivo e riconoscente dei miei genitori e dei miei nonni che sono stati per me la prima, immediata e più bella rappresentazione dell’amore gratuito e fedele di Dio. E poi gli anni della formazione, con delle splendide figure di preti, di laici e di vescovi che hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita e che, con il loro esempio e la loro parola, mi hanno insegnato a fare il prete. Sono venuti quindi gli anni del ministero sacerdotale ed episcopale, nei quali ho vissuto esperienze uniche ed ho scoperto la bellezza e la vitalità della Chiesa universale nel servizio alla Sede Apostolica, soprattutto all’ombra e alla scuola di quel grande Pontefice che fu San Giovanni Paolo II. E infine gli ormai 11 anni a Spoleto-Norcia, in questa Chiesa diocesana che il Signore mi ha dato perché le sia padre e guida, servitore e custode. E nelle pieghe di questi anni non è mi venuta meno la presenza costante, talvolta più visibile e altre volte più nascosta, della mano di Dio, che «è un mistero, che scrive la vita e la morte, e separa, congiunge, solleva, umilia, distrugge e crea», come dice il canto.

 

Nel silenzio e nella solitudine, ho avuto abbondantemente il tempo di percorrere con il pensiero e con i grani del Rosario tutte le strade della diocesi, compiendo un autentico “pellegrinaggio” alle diverse comunità, quasi una visita pastorale virtuale. Sono entrato anzitutto nelle case dei miei preti, immaginando i loro momenti di solitudine e di fatica, ma anche di dialogo silenzioso e fecondo con il Signore e di presenza amica presso la gente. Ho bussato idealmente all’uscio di tutte le famiglie, condividendo la fragilità di questo tempo sconnesso e la trepidazione per la sicurezza economica e lavorativa o la disperazione per il lavoro minacciato o perduto; mi sono accostato con affetto alle persone anziane e sole, ricche di ricordi e forse povere di relazioni; ho rincorso i giovani, sempre più estranei e assenti dalle nostre parrocchie; ho provato ad immedesimarmi nelle varie situazioni di vita della mia gente, facendomene carico in qualche modo ed intercedendo per tutti la pace e la benedizione di Dio.

 

E ancora una volta ho considerato quanto possa essere bella la vita del prete. Egli vive soprattutto di relazioni: passa il suo tempo ad incontrare gente, quelli che gli vogliono bene e quelli che lo criticano. E li incontra non per vendere loro qualche cosa, per trarne qualche vantaggio, per curiosità, come si incontra un cliente, ma per prendersi cura della loro vita, della loro vocazione alla gioia, del loro essere figli di Dio. Al prete spesso le persone aprono il cuore per una confidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in questa confidenza egli semina la Parola che dice la verità, apre alla speranza, guarisce con il perdono. Il prete viene da una misteriosa storia d’amore; una storia che colma di gioia: è la gioia sorgiva della vocazione, quando si scopre il peso, soave e tremendo, di una scelta irreversibile da parte di Cristo, non meritata, non cercata, eppure trepidamente amata e voluta. E allorché, lungo il cammino, avverte con timore la sua povertà, la fragilità, l’incapacità, egli sa che il Signore lo custodisce nelle sue mani, lo sostiene allargando gli orizzonti della sua vita perché è Lui che lo ha chiamato, che lo ha mandato, che mette sulla sua bocca le parole da annunciare e che gli sarà vicino in ogni momento con la sua consolazione.

 

Riconosco un “filo rosso” che collega e tiene insieme i diversi capitoli della mia vita: rivedo scorrere le opere e i giorni come in una sequenza e li rivivo, in una prospettiva di fede e di grazia, per assumerli in un cantico di gioia e ringraziamento, di profonda e commossa riconoscenza, di umile implorazione di misericordia e di perdono, facendo memoria del dono immenso ricevuto della vocazione sacerdotale e del dono, forse ancora più grande, della perseveranza. Oggi non sarei quello che sono e non potrei fare il poco che faccio se non avessi alle mie spalle questa lunga storia, fatta di fallimenti e di successi, di generosità e di egoismi, di lacrime e di consolazioni.

 

Di fronte a tanta ricchezza, nasce spontanea l’invocazione: «Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto?» (Sal 116, 12). Mi pare che il modo migliore e più onesto sia quello di “fare memoria“ del tanto bene ricevuto, riconoscendo che la nostra vita vale la somma di quello che amiamo e siamo amati. Si affacciano così agli occhi della mente e del cuore volti, incontri, situazioni, parole, silenzi, che costituiscono come una rete di protezione generata da legami che rimangono stabili e vincono qualsiasi vuoto. Tali legami si sono fatti espliciti e concreti attraverso le centinaia di messaggi e telefonate che mi hanno raggiunto dalla diocesi e da tante altre parti e si sono come coagulati e solidificati attorno a me, costituendo quasi un baluardo di difesa dal male. Come è bello e consolante sentirsi voluti bene! Sapevo di avere tanti amici, ma questa gara in crescendo di vicinanza e solidarietà, di sostegno e condivisione, di speranza e preghiera mi ha confuso, commosso e consolato… E mi ha permesso di affrontare la battaglia non sentendomi mai solo. Ho così contratto un ulteriore debito di familiarità e di gratitudine, che ho cercato di saldare tracciando ogni sera dalla finestra del Gemelli sulla diocesi di Spoleto-Norcia il segno benedicente della croce, convinto che la grazia e la potenza divine non conoscono confini geografici.

 

L’esercizio del “contare i giorni” mi ha condotto inevitabilmente anche al pensiero del termine naturale della mia vita terrena: quando e come sarà il momento della mia morte? Lo affido alla imperscrutabile sapienza del Signore e alla sua infinita misericordia. Mi piacerebbe però, se così è nei piani della Provvidenza, di esperimentare ancora in quei momenti la stessa intensità di affetto ed amicizia ricevuta in questi giorni… E mi piacerebbe che di me rimanesse – ben aldilà di qualche insegnamento e di qualche progetto e realizzazione pastorale e materiale – il ricordo di qualche bene compiuto. Nell’intreccio delle relazioni che hanno reso bella la mia vita, ricordo sempre quanto soleva ripetere il vescovo che mi ha ordinato sacerdote: «La vita vale per il bene che si fa». Faccio mie in proposito le parole di don Fabio Rosini: «Questa è la domanda ultima, quella che mi farò prima di morire: ho dato la vita per qualcuno? Quella mi inchioderà, mi dirà la verità della mia esistenza. Vedendo arrivare il mio ultimo giorno non mi chiederò se ho avuto successo; mi chiederò se ho fatto qualcosa di buono per qualcuno. Avrò vissuto veramente se potrò rispondere di sì».

 

Posso affermare – con timore e tremore – di aver avuto una vita bella, piena e luminosa, con tante carezze immeritate e tante piccole croci che mi hanno educato e fatto crescere. Ecco, non vorrei sprecare questo patrimonio, e metterlo ancora a frutto per il tempo che mi rimane. Risulta difficile, e sarebbe probabilmente presuntuoso, stilare programmi per un futuro anche immediato. Non so e non sappiamo quale strada intraprendere, sollecitati da un passato che sembrava darci sicurezza (che cosa è rimasto?) e da un futuro che vorremmo illuderci di gestire per farlo a nostra immagine e somiglianza.

 

Ma forse un percorso si può comunque delineare. Credo che in questo tempo così particolare sia più che mai urgente e necessario “dimorare” nell’ascolto orante della Parola del Signore, lampada che illumina il cammino (cf Sal 119, 105), per  leggere la nostra esistenza personale e quella del mondo in cui abitiamo con lo sguardo di Dio e, da quel sentire i suoi pensieri che non sono i nostri pensieri (cf Is 55, 8), giungere a dare vita ad una “azione secondo Dio”, della quale i nostri giorni hanno tanto bisogno. Sono convinto che occorra ripartire dal primato della vita interiore. Sembra una banalità ma non lo è. Quasi senza accorgercene, rischiamo di mettere in secondo piano le ragioni profonde dell’esistenza: coltivare e custodire una dimensione contemplativa è la sola risposta chiara al mondo irreale e insano nel quale abbiamo abitato fino a quando la pandemia non ci ha rivelato brutalmente la nostra fragilità e le nostre illusioni, e diviene sfida ad ogni istituzione ansiosa, indaffarata, competitiva e dominante. È necessario ritagliarsi un momento di distacco dall’incalzare delle cose, un tempo di riflessione, di valutazione della realtà alla luce della fede, per non essere travolti dal vortice degli impegni quotidiani. Questo atteggiamento interiore non isola dal mondo, ma aiuta ad entrarvi seriamente e responsabilmente con la luce e la sapienza della fede cristiana, per condividere le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei nostri fratelli e sorelle in umanità.

 

Diceva l’allora Cardinale Ratzinger: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo…. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Siena 2005, pp. 63-64).

Me lo propongo come programma e come impegno quotidiano. E lo condivido volentieri con voi: vogliamo provarci insieme? Un abbraccio fraterno e un saluto anche ai vostri figlioli.

don Renato

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