Celebrazioni di S. Ponziano, patrono di Spoleto e protettore dai terremoti. Nella terza giornata del Triduo intervento di mons. Domenico Pompili su “Terremoto: scuola di solidarietà”. Foto.

Celebrazioni di S. Ponziano, patrono di Spoleto e protettore dai terremoti. Nella terza giornata del Triduo intervento di mons. Domenico Pompili su “Terremoto: scuola di solidarietà”. Foto.

Celebrazioni di S. Ponziano, patrono di Spoleto e protettore dai terremoti. Nella terza giornata del Triduo intervento di mons. Domenico Pompili su “Terremoto: scuola di solidarietà”. Foto.

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«Appena giunto ad Amatrice (il 24 agosto 2016, ndr) la prima persona che ho incontrato è stata Valerio. Da circa un mese faceva il fornaio in questa comunità, dove si era trasferito con la moglie e i suoi due figli. Non lo conoscevo. Mi si accosta. Lo abbraccio. Cento metri e dietro un angolo scorgo dei sacchi con dentro delle persone morte. Valerio mi si avvicina e mi dice: “Questa è mia moglie e questo mio figlio e la piccolina”. Non ho detto nulla. Mi sono abbracciato Valerio e abbiamo pianto. La solidarietà che sprigiona il terremoto sta in questo azzeramento delle distanze e dei pregiudizi. Pensavo a che cosa avrei dovuto fare o dire, ma le persone e le situazioni ti vengono incontro. E basta non ritrarsi che t’investono. La solidarietà nasce così, semplicemente. Basta non distrarsi».

Foto-gallery incontro con mons. Salvatore Fisichella / Foto-gallery incontro mons. Francesco Cavina / Foto-gallery intervento mons. Domenico Pompili / Intervento mons. Salvatore Fisichella

Con questo triste ricordo è iniziata la meditazione che mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, ha tenuto la sera di giovedì 12 gennaio nella palestra dell’Oratorio del Sacro Cuore in Spoleto nell’ultimo appuntamento del triduo in onore di S. Ponziano, patrono della Città e dell’intera archidiocesi di Spoleto-Norcia, protettore dai terremoti. Nella diocesi di Rieti il terremoto del 24 agosto ha causato la morte di 299 persone.«A noi Vescovi, preti e fedeli laici dinanzi a catastrofi come il terremoto – ha proseguito mons. Pompili – ci spetta il compito di consolare, di essere accanto e ascoltare, di offrire una spalla su cui piangere. L’essere Chiesa ci chiama a farci vicini, ad accompagnare il processo di elaborazione di quanto accaduto: perdita delle persone care, della casa, delle chiese, dei paesi, dell’identità. Nella realtà terribile del terremoto c’è da riscoprire quella che è la nostra condizione di uomini e di donne, segnati dalla fragilità e dall’imprevisto di quello che non avresti mai immaginato. Dai grandi colpi della vita s’impara sempre qualcosa di utile: ci costringono ad andare oltre la superficialità che spesso ci caratterizza. Il sisma ci ha fatto riflettere sull’urgenza di tornare a riconoscere che dell’altro abbiamo bisogno, che siamo “interdipendenti”. Ce lo ricorda il nostro ombelico: una cicatrice che ci ricorda in ogni istante che non vengono prima gli individui e poi le relazioni, ma che ciascuno di noi è il prodotto di relazioni». Un passaggio significativo il vescovo di Rieti ha dedicato alla politica e alle promesse fatte: «Perché la politica sia la forma più alta di carità – ha detto – è necessario che le nostre mani non restino inerti o nostalgiche. Ci vuole l’energia e la voglia di ricostruire insieme. Soltanto così il soffio vitale che c’è in ognuno di noi tornerà a far risplendere il sole. Ciò che conta è riscoprire la solidarietà non come l’emozione di un momento, ma come un impegno anche strutturale che metta mano a quelle priorità che per troppo tempo sono state sottaciute da chi aveva la responsabilità di far uscire dal loro isolamento alcuni territori come quelli devastati dal terremoto. Occorre una gestione accorta per evitare infiltrazioni e speculazioni. Sono necessarie una serie di attenzioni che privilegino la ripresa dell’economia per territori come i miei – e come la vostra Valnerina – già segnati dallo spopolamento. Per invertire la tendenza è necessario uno studio attento di quello che è il nostro territorio per rigenerarlo, pena la sua dissoluzione».

Sabato 14 gennaio, solennità di S. Ponziano, alle 11.30 ci sarà il solenne pontificale in Cattedrale presieduto dall’arcivescovo Renato Boccardo. Con lui concelebreranno, oltre ai sacerdoti della Diocesi, altri otto Presuli in vario modo legati alla Chiesa di Spoleto-Norcia: mons. Giuseppe Chiaretti, arcivescovo emerito di Perugia-Città della Pieve (indigeno della Diocesi); mons. Antonio Buoncristiani, arcivescovo metropolita di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino (indigeno della Diocesi); mons. Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina (indigeno della Diocesi); mons. Riccardo Fontana, arcivescovo-vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro (Vescovo di Spoleto-Norcia dal 1995 al 2009); mons. Nazareno Marconi, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia (Diocesi confinante terremotata); mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno (Diocesi confinante terremotata); mons. Domenico Pompili, Vescovo di Rieti (Diocesi confinante terremotata); dom Donato Ogliari, abate di Montecassino (legame tra le due comunità nel nome di S. Benedetto). Nel pomeriggio alle 16.00, in Duomo, l’Arcivescovo presiederà i Secondi Vespri e, al termine, la processione per le vie della Città fino alla Basilica di S. Ponziano che, come tradizione, sarà avviata da un gruppo di cavalli e cavalieri: Ponziano, infatti, è definito dall’agiografia “felice cavaliere del cielo” e in tutte le raffigurazioni è in groppa ad un cavallo. 

“Terremoto: revisione di vita”, intervento di mons. Francesco Cavina, vescovo di Carpi. Nella seconda serata del triduo in onore di S. Ponziano, 11 gennaio, si è affrontato il tema “Terremoto: revisione di vita” illustrato dal vescovo di Carpi mons. Francesco Cavina che il 29 maggio 2012, a soli tre mesi dal suo ingresso in Diocesi, si è confrontato con il violento sisma che sconvolse l’Emilia Romagna. Ancora una volta molte le persone che hanno sfidato il freddo e sono giunte nella palestra dell’Oratorio del Sacro Cuore a Spoleto. «È terrificante – ha detto mons. Cavina – avvertire il boato del terremoto, osservare impotenti il pavimento che balla sotto i tuoi piedi, notare i muri che scricchiolano e dondolano e sperimentare la più assoluta impotenza. Ma il sisma non scuote solo la terra, è anche un mostro che semina paura e desolazione e dopo il passaggio rimane il deserto materiale ed esistenziale. È una furia devastatrice che fa emergere la fragilità delle certezze sulle quali costruiamo la nostra vita e la nostra società e fa toccare con mano che le nostre presunte sicurezze sono un gigante con le gambe d’argilla». Il Vescovo di Carpi ha citato alcune testimonianze di giovani, che dopo il sisma si sono domandati, tra l’altro: Su cosa poggia la mia vita? Per quali ideali vivere? Come è possibile continuare a vivere? Dove trovare una ragione per ricominciare a ricostruire? Come rimanere saldi nella disgrazia? «La gioia di appartenere a Qualcuno (Dio) – ha detto il Presule emiliano – cambia la vita di una persona e dà origine ad un popolo, il popolo di Dio, la famiglia di Dio. Chi appartiene a questa famiglia non sarà mai solo. L’amicizia di Gesù e dei fratelli si manifesta attraverso la miriade di opere caritative che sono nate nella Chiesa, nell’incontro con le persone, attraverso la forza della preghiera vissuta con e per gli altri. Se le macerie spirituali del terremoto non hanno tolto la speranza è anche perché moltissime persone ci hanno sostenuto con la loro preghiera, con la loro supplica. La speranza dalle macerie è rinata dalla fatica di ripetere, giorno dopo giorno, il nostro “Fiat” a questa fraternità che ci solleva, ci porta, cammina con noi, si fa carico delle nostre fatiche, dei nostri dubbi, delle nostre paure. Oggi – ha concluso Cavina – posso dire che il terremoto non solo ha tolto, ma ha anche dato. Ha rotto il sonno dello spirito e mi ha fatto capire con maggiore chiarezza che il Signore non è un risolutore di problemi. In tutta la paura e l’angoscia, rimane la certezza che Dio è con noi; come il bambino sa sempre di poter contare sulla mamma e sul papà perché si sente amato, voluto, qualunque cosa accada». 

“Terremoto: castigo di Dio”, intervento di mons. Salvatore Fisichella. Il freddo pungente di questi giorni non ha scoraggiato gli spoletini, oltre trecento, che hanno partecipato la sera di martedì 10 gennaio, presso la palestra dell’Oratorio del Sacro Cuore a Spoleto, al primo appuntamento del triduo di S. Ponziano, patrono della Città e dell’intera Archidiocesi. Il filo conduttore delle celebrazioni 2017 in onore del giovane cavaliere martirizzato a soli diciotto anni il 14 gennaio 175 è una lettura teologica dell’evento sismico che ha stravolto la vita di molti fedeli della Chiesa spoletana-nursina, distruggendo case, chiese e tessuto sociale. Dal 24 agosto dello scorso anno paura e incertezza regnano sovrane nelle comunità della Valnerina e dello Spoletino, sentimenti che si sono amplificati dopo le violente e distruttive scosse del 26 e 30 ottobre e da ultimo quella del 2 gennaio. Naturale per l’arcivescovo Renato Boccardo e i preti affidare le persone e le comunità ferite dal sisma alla protezione di S. Ponziano, che la tradizione vuole patrono delle calamità naturali, tra cui appunto il terremoto. Ospite della prima sera del triduo è stato mons. Salvatore Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, chiamato a riflettere sul tema “Terremoto: castigo di Dio?”. Dopo l’accoglienza e il benvenuto iniziale dell’Arcivescovo, mons. Fisichella ha portato ai presenti il saluto di papa Francesco: «Gli ho detto che sarei venuto a Spoleto per avviare il triduo in onore di S. Ponziano e lui, ricordando l’udienza dello scorso 5 gennaio ai terremotati, mi ha detto di salutarvi con affetto e di comunicarvi la sua vicinanza nella preghiera». Poi, il Vescovo che ha curato a nome del Papa l’organizzazione del Giubileo della Misericordia appena concluso, ha subito chiarito che «Dio non castiga. Mette alla prova, ma non castiga. Chi dice il contrario sbaglia, non conosce fino in fondo il Nuovo Testamento, dove non c’è una sola parola che faccia emergere un qualche castigo di Dio. Anzi – ha detto – troviamo parole di forza e consolazione per chi vive nella difficoltà. Neanche come battuta posso accettare che Dio castighi l’uomo attraverso eventi calamitosi. Mai il Padre è lontano quando i figli vivono drammi come il terremoto o altre catastrofi naturali. Nei momenti della prova dobbiamo sentirci benedetti da Dio nonostante tutto, essere da lui consolati ed esortati». A questo punto mons. Fisichella ha spiegato il significato di consolazione: «Qualcuno che ci chiama per volerci vicino affinché possiamo parlare con Dio – ecco la preghiera – e chiedergli il perché del dolore, della sofferenza e attendere da lui una risposta. Certo, a volte possiamo fare la stessa esperienza di Giobbe che, dopo aver perso tutto, cerca Dio e non lo trova immediatamente. Ma il Padre, state certi, non scappa, non si ritrae. Come dice il Profeta Isaia: sarete da lui allattati, portati in braccio, carezzati sulle sue ginocchia. Dio quindi ama e non castiga. Per amore ha inchiodato suo Figlio sulla croce, prova tangibile che non ci abbandona nella sofferenza. Gesù, infatti, è venuto non per togliere il dolore, ma per condividerlo con noi. E allora a noi cristiani quando accadono queste calamità naturali, più in generale comunque nelle prove che la vita ci presenta, siamo chiamati ad essere testimoni di consolazione, ad incoraggiare, a confortare, a dare fiducia, a diffondere speranza: chi ne è portatore, scrive Benedetto XVI nella Spe salvi, vive diversamente». Al termine del suo intervento mons. Fisichella ha lasciato ai presenti un’esortazione a prendere la forza che viene dall’alto, citando l’undicesimo precetto del Pastore di Erma: le visioni: “Tu credi allo Spirito che viene da Dio e che ha forza, e non credere, invece, allo spirito terrestre e vuoto, poiché in lui non c’è forza. Egli viene dal diavolo. Ascolta la similitudine che sto per dirti. Prendi una pietra e lanciala verso il cielo, vedi se puoi toccarlo. O meglio, prendi un tubo d’acqua e tira il getto verso il cielo e vedi se puoi trapassarlo. Dico: Come, signore, possono avvenire queste cose? Sono entrambe impossibili le cose che hai detto. Come queste cose sono impossibili, egli risponde, così gli spiriti terrestri sono impotenti e deboli. Prendi, dunque, la forza che viene dall’alto. La grandine è un infimo granello e quando cade sulla testa di qualcuno come fa male! Ancora prendi la goccia che scende dal tetto a terra: fora la pietra. Pensa, dunque, che le cose più piccole che dall’alto cadono sulla terra hanno una grande forza. Così anche lo spirito divino che viene dall’alto è potente. Tu credi, pertanto, a questo spirito, e allontana l’altro”.

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