Solennità dell’Assunta. Le omelie dell’Arcivescovo

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La città di Spoleto e l’intera Archidiocesi di Spoleto-Norcia hanno solennemente ricordato l’Assunzione di Maria al Cielo. È una festa liturgica molto sentita e partecipata nella diocesi umbra, in quanto legata alla Santissima Icone conservata in Cattedrale, una preziosa tavoletta raffigurante la Vergine senza il Bambino e con le braccia alzate sullo stesso lato, secondo il tipo iconografico bizantino della Haghiosoritissa, dipinta probabilmente nel sec. XII e regalata alla città dal Barbarossa nel 1185 in segno di pace. Ogni anno l’Icone va pellegrina nelle parrocchie di Spoleto e poi, la sera del 14, secondo un’antichissima tradizione, il popolo di Dio la riaccompagna processionalmente in Duomo. E anche quest’anno la sera di sabato 14 agosto moltissimi spoletini hanno partecipato alla processione dalla basilica di S. Gregorio Maggiore al Duomo.

«Ringraziamo la Madonna, che è venuta per le nostre strade», ha detto l’Arcivescovo Renato Boccardo al termine della processione. «Certo, lungo il tragitto della processione ha visto strade antiche e case, testimonianza di tempi che furono. Ma, ha visto solo il passato?», si è domandato il presule. «Certamente no; Maria ha visto il presente, con occhi e con cuore di madre. E quando le cose si vedono con occhi e con cuore di madre, il presente perde la sua pesantezza, la sua equivocità, le sue molteplici polivalenze, e diventa annuncio di futuro: perché le madri portano e nutrono la vita, e la rendono giovane, bella e splendente; perché Maria conosce e avvolge con la sua tenerezza materna ciascuno di noi. Chiunque tu sia, Maria ti ama, semplicemente perché sei tu e perché Lei è tua madre, la madre che Gesù ti dona». Mons. Boccardo ha, dunque, ricordato agli spoletini che la maternità di Maria è per tutti: per chi è ripartito coraggiosamente dopo aver sbagliato senza dubitare del perdono di Dio; per chi lotta per una società più giusta, fraterna e felice, nella quale non si muoia di fame in mezzo agli sprechi di altri; per chi è scoraggiato e si rinchiude nell’angolo della vita privata; per chi accetta la Chiesa nonostante i suoi peccati e la pesantezza del suoi ministri e membri; per chi fa fatica a camminare o sta andando indietro; per chi vive e per chi sta per morire.

Poi, l’Arcivescovo ha affidato alla protezione della Madonna la città di Spoleto: «Madre, rendici degni di te! Abbiamo bisogno – ha detto – di riscoprire le inesauribili fecondità della tua maternità buona e trasfigurante. Ti chiediamo che il tuo ricordo fermenti a tutti i livelli della nostra città, rendendola più buona, più limpida, più sincera, più capace di dedizione, negata alla diffidenza e fuggitiva dall’odio, disponibile in ogni momento ai richiami della generosità che dona, della fraternità che si sacrifica e dell’umanità che perdona».

Domenica 15 agosto, invece, mons. Boccardo ha presieduto il solenne pontificale in onore dell’Assunta nella chiesa Cattedrale. «Guardando a Maria – accolta dalle schiere degli angeli ed incoronata dal Padre, così come Filippo Lippi la rappresenta nello stupendo affresco del catino absidale della nostra Basilica Cattedrale – l’intera vicenda umana, frammista di luci e di ombre – ha affermato il presule – si apre alla prospettiva dell’eterna beatitudine; se l’esperienza quotidiana ci fa toccare con mano quanto il pellegrinaggio terreno sia sotto il segno dell’incertezza e della lotta, la Vergine assunta nella gloria del Paradiso ci assicura che mai verrà meno il soccorso divino».

Con la solennità dell’Assunta sono divenuti effettivi i provvedimenti pastorali dell’Arcivescovo annunciati nello scorso mese di giugno. «Sapete tutti infatti, cari fratelli e sorelle – ha detto Boccardo nell’omelia – che numerosi sacerdoti sono stati chiamati ad assumere una nuova responsabilità pastorale per il bene delle diverse comunità della nostra Archidiocesi. Se da una parte queste “operazioni” hanno generato qualche sofferenza e dispiacere per gli inevitabili distacchi che provocano – sofferenza e dispiacere che dicono in maniera eloquente quanto la gente voglia bene ai suoi preti e quanto i nostri preti sappiano “donare la vita” per il popolo loro affidato -, dall’altra, i movimenti che si realizzeranno nelle prossime settimane possono costituire un vero momento di grazia per le singole persone e per le comunità. Innanzitutto perché permettono a tutti di fissare ancora una volta lo sguardo e il cuore su Cristo Gesù, l’unico che non cambia (cf Eb 13,8), l’unico vero pastore e custode delle nostre anime (cf 1Pt 2,25), al quale noi sacerdoti – mirabile e tremenda responsabilità – prestiamo la voce e i gesti mentre nei segni sacramentali rinnoviamo in suo nome il mistero della salvezza. E poi perché il cambiamento, se vissuto nella prospettiva della risposta libera e disponibile ad una chiamata (cf Gen 12,1), suscita novità, risveglia energie inaspettate, mette in movimento la mente e cuore, permette di rinnovare stili e schemi pastorali».

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