“Ascolta, figlio mio, e apri docilmente il tuo cuore”: è il titolo della Lettera Pastorale che

l’Arcivescovo consegna alla Chiesa di Spoleto-Norcia in occasione della riapertura della Basilica di S. Benedetto da Norcia. «Non si tratta – scrive mons. Boccardo nelle prime pagine – solo della restituzione di un edificio sacro alla vita e alla preghiera dopo il terremoto del 2016, ma di un evento che ci richiama alla nostra identità più profonda e ci interpella sul futuro che siamo chiamati a costruire».
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Don Mario Proietti, cpps, direttore dell’Abbazia di S. Felice a Giano dell’Umbria ci offre questa presentazione della Lettera Pastorale di mons. Boccardo.
La riapertura della Basilica di San Benedetto segna per la Chiesa di Spoleto-Norcia un tempo di grazia che unisce la memoria alla profezia. In questo orizzonte si colloca la Lettera pastorale di Mons. Renato Boccardo, intitolata “Ascolta, figlio mio, e apri docilmente il tuo cuore”, testo di intensità teologica e spirituale, che interpreta la ricostruzione materiale della Basilica come segno di una rinascita interiore e comunitaria. Il titolo, tratto dal Prologo della Regola benedettina, ne riassume l’essenza: l’ascolto diventa il principio di ogni rinnovamento, la docilità del cuore l’atteggiamento necessario per riconoscere l’opera di Dio nella storia. L’Arcivescovo offre alla diocesi una meditazione profonda sull’arte di ricominciare nella fede, proponendo una via che parte dall’interiorità e si traduce in vita operosa.
Il tono della Lettera è paterno e insieme magisteriale. San Benedetto vi appare come figura viva, maestro di sintesi e di armonia. La sua Regola, definita “specchio del Vangelo”, illumina l’esistenza di chi desidera unire contemplazione e azione, preghiera e lavoro, stabilità e accoglienza. L’invito a “custodire e proporre” esprime la visione di una Chiesa che non difende solo il proprio passato, ma lo trasforma in dono per il presente. L’Arcivescovo ricorda che la vera ricostruzione non riguarda soltanto le pietre, ma le persone, le famiglie, le comunità chiamate a rendere visibile la bellezza del Vangelo nella vita quotidiana.

La Lettera nasce dentro la storia concreta della diocesi, nutrita dal carisma benedettino e dal volto dei suoi santi e pastori. Norcia, culla di San Benedetto, diventa il punto da cui la fede si irradia come luce che non conosce tramonto. La Basilica rinata, frutto di anni di lavoro e di collaborazione, testimonia l’unità di un popolo e la forza della speranza. L’Arcivescovo, che si è speso in prima persona in questa impresa, offre con questa Lettera un segno tangibile della sua sollecitudine pastorale e del suo amore per la diocesi, donando un documento destinato a orientare il cammino.
La spiritualità benedettina è proposta come medicina per il presente. Ora et labora è la via di una vita unificata, capace di comporre interiorità e responsabilità. La lectio divina viene presentata come scuola di ascolto che purifica la mente e plasma il cuore, la stabilità come fedeltà che forma la maturità delle relazioni, l’ospitalità come arte dell’incontro che trasforma la differenza in comunione. Nella Regola, l’Arcivescovo riconosce una pedagogia dell’umano che nasce dalla fede e diventa cultura, economia, civiltà. In essa la diocesi la sua identità più vera, la Chiesa la sua missione, l’Europa ritrova la sua anima.
La Lettera pastorale si apre così alla dimensione universale. Dalla terra di Benedetto si leva un appello per il continente europeo: ritrovare la propria anima spirituale e la propria vocazione alla pace. L’analisi dell’Arcivescovo è lucida e profonda. Le ferite dell’Europa, il relativismo, la frammentazione, la perdita del senso religioso, chiedono un ritorno alla persona, alla solidarietà, alla verità del bene comune. San Tommaso d’Aquino viene evocato con parole decisive: “il bene comune è più divino di ogni bene particolare”. L’Arcivescovo ricorda che solo la riscoperta di un fondamento morale e spirituale può rendere stabile ogni costruzione politica e sociale. L’appello che si alza da Norcia parla con la forza di una profezia.

La visione diocesana che la Lettera propone è ampia e luminosa. La Chiesa di Spoleto-Norcia è invitata a diventare luogo di ascolto della Parola, comunità che celebra con dignità, popolo che serve con carità. Vi sono indicati percorsi concreti: promuovere la lectio divina come metodo ordinario di formazione, curare la liturgia come primo annuncio, tradurre l’ospitalità in gesti di prossimità, istituire un “Centro di spiritualità benedettina” e una “Settimana annuale” di studio, siglare un “Patto per il lavoro dignitoso” che ponga al centro la persona. Tutto converge verso un’unica finalità: fare della diocesi una casa che educa, prega, accoglie e costruisce pace.
Essa si inserisce nella scia dei grandi Pastori che hanno illuminato la nostra Sede, unendo sapienza spirituale e visione universale. Quando Maffeo Barberini fu vescovo di Spoleto, tra il 1608 e il 1617, maturò una visione pastorale nutrita dall’esperienza diretta del popolo di Dio e dalla residenza costante in diocesi, segno di una dedizione che divenne modello di riforma tridentina. Nella Lettera pastorale per la Quaresima del 1609 già si intravede quel respiro missionario che avrebbe animato il suo futuro pontificato: un invito al clero a formare il popolo “a una fede viva e operante, che giovi anche ai lontani”. Da questa esperienza nacque lo sguardo universale che, divenuto Urbano VIII, lo portò a promuovere l’evangelizzazione delle genti e a sostenere con decisione la Propaganda Fide. Da Spoleto partì così una linfa che ancora oggi alimenta la missione universale della Chiesa.
Pochi decenni dopo, la Sede di Spoleto accolse un giovane pastore che avrebbe guidato la Chiesa universale: Giovanni Maria Mastai Ferretti, vescovo dal 1827 al 1832. In anni attraversati da turbamenti politici e rivoluzioni, il futuro Pio IX mostrò una sapienza pastorale radicata nel Vangelo e una carità prudente che trasformò la crisi in occasione di pace. Durante i moti del 1831, quando la città era minacciata dalla violenza, egli si pose tra le parti e, con la sola forza della parola e della presenza, restituì a Spoleto la serenità. Le sue Lettere al clero e al popolo rivelano un cuore di padre e una mente profetica, capaci di unire verità e misericordia. In lui la Sede di Spoleto divenne ancora una volta luogo di maturazione ecclesiale e scuola di umanità, anticipo di quel pontificato che avrebbe proclamato l’Immacolata Concezione e preparato la strada al Concilio Vaticano I.
Nella generazione successiva, l’Arcivescovo Giovanni Battista Arnaldi proseguì la stessa tradizione di magistero epistolare e di libertà evangelica. Le sue Lettere pastorali del 1863 e del 1865, scritte alla vigilia del Concilio Vaticano I e nel pieno delle trasformazioni che avrebbero condotto alla presa di Roma, furono voce di fede e di coraggio. Egli richiamò con fermezza il popolo di Dio alla fedeltà al Vangelo e alla libertà della Chiesa, denunciando le derive di una cultura che andava perdendo il suo fondamento cristiano. In quella parola risuonava la stessa forza interiore che aveva animato Barberini e Mastai Ferretti: la coscienza che la missione della Chiesa non si limita a osservare la storia, ma la illumina con la luce della verità.
In continuità con questa storia, la parola di Mons. Renato Boccardo nasce da un’identità diocesana che ha già servito la Chiesa universale e ha difeso la libertà della fede.
Dalla stessa Sede da cui Urbano VIII guardò al mondo, Pio IX pacificò la storia e Arnaldi ammonì la politica, oggi si leva una voce che invita l’Europa a ritrovare il suo respiro cristiano. L’appello che sgorga dalla penna dell’Arcivescovo è forte e sereno: senza Dio, l’uomo smarrisce sé stesso; senza un’anima comune, l’Europa perde la sua civiltà.

La diocesi accoglie questa parola con riconoscenza e si impegna a farla fruttificare. L’Arcivescovo ha guidato con perseveranza la rinascita della Basilica, ha custodito la comunione, ha promosso la collaborazione tra istituzioni civili e religiose, indica ora con questa Lettera un cammino che unisce fede, cultura e responsabilità. La comunità diocesana gli esprime gratitudine e si riconosce nel compito ricevuto: custodire l’eredità benedettina e proporla con rinnovata fiducia alle nuove generazioni.
La Lettera Ascolta, figlio mio, e apri docilmente il tuo cuore è un dono per la Chiesa di Spoleto- Norcia e per il nostro tempo. La sua bellezza risplende nella lingua limpida e nella profondità della visione, la sua utilità si manifesta nelle vie pratiche di rinnovamento, la sua fondatezza si radica nella Tradizione viva e nella dottrina dei santi. È una vera Regola per il tempo della ricostruzione: educa la mente, accende il cuore e guida le mani. Dalla Basilica rinnovata si leva una luce che invita a credere nella forza della fede e nella fedeltà della speranza. In essa la nostra diocesi riconosce il segno di un tempo nuovo, benedetto dal lavoro, illuminato dalla Parola e animato dal desiderio di pace.


















