Intervista a padre Francesco Patton, ofm, Custode di Terra Santa. Gli anni nei luoghi di Gesù, la crescita della Custodia, la delicata situazione tra Israele e Palestina, il convento di Montefalco. L’appello di Patton: «Venite pellegrini in Terra Santa, non abbiate paura, vi aspettiamo»

Intervista a padre Francesco Patton, ofm, Custode di Terra Santa. Gli anni nei luoghi di Gesù, la crescita della Custodia, la delicata situazione tra Israele e Palestina, il convento di Montefalco. L’appello di Patton: «Venite pellegrini in Terra Santa, non abbiate paura, vi aspettiamo»

Intervista a padre Francesco Patton, ofm, Custode di Terra Santa. Gli anni nei luoghi di Gesù, la crescita della Custodia, la delicata situazione tra Israele e Palestina, il convento di Montefalco. L’appello di Patton: «Venite pellegrini in Terra Santa, non abbiate paura, vi aspettiamo»

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Intervista a padre Francesco Patton, ofm, Custode di Terra Santa. Gli anni nei luoghi di Gesù, la crescita della Custodia, la delicata situazione tra Israele e Palestina, il convento di Montefalco. L’appello di Patton: «Venite pellegrini in Terra Santa, non abbiate paura, vi aspettiamo»

Gli anni da Custode di Terra Santa, la situazione in Medio Oriente dopo la recente tregua, l’essere frate e presbitero nei luoghi di Gesù, il ruolo del Convento di Montefalco, l’appello ai cristiani a tornare pellegrini “là, dove tutto ebbe inizio”. Di questo ed altro abbiamo parlato con padre Francesco Patton, ofm, 168° Custode di Terra Santa. Lo abbiamo incontrato nella mattina di giovedì 30 gennaio 2025 nel convento di S. Fortunato a Montefalco, luogo di formazione per i postulanti della Custodia. Patton si trova in Italia per presentare il suo libro-intervista – “Come un pellegrinaggio. I miei giorni in Terra Santa” – con il giornalista Roberto Cetera, inviato in Medio Oriente per l’Osservatore Romano, dove offre uno spaccato della multiforme e spesso tragica realtà mediorientale. Padre Francesco è nato a Trento nel 1963, appartiene alla Provincia di S. Antonio dei Frati Minori (Italia), ha emesso la prima professione religiosa nel 1983 e quella solenne nel 1986. Ha ricevuto l’ordinazione presbiterale nel 1989. Nel 1993 ha conseguito la Licenza in scienze della comunicazione presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma. Dal 2016 è Custode di Terra Santa e quest’anno termina il servizio. Possiamo definirlo il Custode “giubilare”: è stato nominato durante il Giubileo straordinario della Misericordia e termina durante il Giubileo ordinario del 2025. Padre Patton ha la giurisdizione su più di 300 Frati Minori di oltre sessanta nazionalità, che vivono in diverse zone: Israele, Palestina, Giordania, Cipro, Egitto, Libano, Argentina, Italia, Grecia, Spagna, Siria, Stati Uniti d’America.

Padre Francesco, nove anni fa è stato nominato Custode di Terra Santa. Se lo aspettava?

Quando sono stato chiamato per questo incarico ero al termine del mio servizio di ministro provinciale di una piccola provincia del nord Italia, il Trentino Alto Adige, e mi era stato proposto di essere parroco in una comunità a Torino. No, non mi aspettavo questa chiamata. La prima reazione è stata di timore. Ero consapevole dei miei limiti e della insufficiente conoscenza che avevo della Terra Santa. L’unica cosa da fare era cercare di mettersi in gioco completamente. Ed allora ho dedicato il primo anno per incontrare i frati e conoscere i luoghi, per entrare dentro questa realtà. Non ho rilasciato volutamente nessuna intervista in questo periodo: era da stolti parlare prima di fare un’esperienza in loco. L’invio in Terra Santa, posso dire, è stata una seconda chiamata e il primo anno di permanenza un nuovo noviziato.

Quest’anno termina il suo mandato. Che anni sono stati?

Abbastanza impegnativi. Quando sono arrivato in Terra Santa la guerra civile in Siria era nella sua crisi più acuta. Nell’agosto del 2016 ho visitato Aleppo, considerata la città più pericolosa al mondo, ed ho toccato con mano la distruzione della guerra. Poi ci sono stati gli anni della pandemia da Covid-19 che hanno bloccato il flusso dei pellegrini. E in questo scorcio finale del mio mandato di nuovo la guerra a Gaza, con tutte le conseguenze in Cisgiordania. Sono stati, però, anche anni belli. Nel 2019, ad esempio, abbiamo avuto il picco più alto di pellegrini e questo ci ha impegnato molto per garantire una calorosa accoglienza. Sono stati anni importanti anche per i luoghi Santi: abbiamo completato il restauro dell’edicola e del pavimento del Santo Sepolcro, con tutto lo scavo archeologico; c’è stato un grande lavoro alla basilica della Natività a Betlemme con il restauro della grotta; abbiamo riaperto il Santuario del Monte Nebo dopo otto anni; c’è stato un grande rimodellamento del Campo dei Pastori, vicino Betlemme, con l’apertura di nuove cappelle di grande pregio. Dal punto di vista dei frati della Custodia si è visto una maggiore internazionalità. Quando sono arrivato le nazionalità presenti erano una cinquantina, ora si superano le sessanta; c’è stato un allargamento significativo ai Paesi dell’Africa e dell’Asia e abbiamo goduto anche del dono di un buon numero di vocazioni che permettono alla Custodia di guardare al futuro con serenità e fiducia. Infine, è stato fatto un cammino importante a livello ecumenico: è cresciuta la sintonia con il Patriarcato Greco-Ortodosso e con le altre Chiese non cattoliche presenti.

Seguiamo tutti con trepidazione la situazione in Terra Santa. Ora siamo in tempo di tregua. Durerà?

La tregua è una necessità. È stata imposta a livello internazionale con una triplice insistenza: dell’amministrazione americana, delle famiglie degli ostaggi ad Israele per la loro liberazione e dei Paesi del Golfo che hanno fatto una buona pressione su Hamas nel corso dell’ultimo anno. La tregua, quindi, non è frutto della convinzione delle parti, ma di questa forte pressione militare, diplomatica ed economica. Spero che regga e che serva, oltre che per riportare a casa gli ostaggi, per riflettere sui passi successivi da compiere. Possiamo dire che siamo in una pausa del conflitto, ma quello di cui c’è bisogno è la pace. Per ottenerla è necessaria una soluzione politica che metta fine a più di 70 anni di conflitto israelo-palestinese, garantendo a tutti i diritti di cittadinanza, guardando al futuro e non al passato, a quello che si potrà costruire e non alle recriminazioni di quanto è andato perduto. Ci vorrà molto tempo. Accanto alla formula politica, poi, ci vuole la capacità di educare all’accettazione reciproca, alla convivenza, al superamento di letture ideologiche della storia, della geografia e persino degli stessi Testi Sacri.

La voce della Chiesa non è mai mancata nella ricerca di una soluzione definitiva.

La Chiesa sostiene la soluzione dei due Stati, Israele e Palestina. Da un punto di vista geografico, almeno in questo momento, è un po’ difficile da praticare. La questione prioritaria è garantire un riconoscimento vicendevole tra israeliani e palestinesi. Ciò vuol dire fermare, da una parte e dall’altra, una serie di fenomeni: se dal lato palestinese vanno bloccati violenza e terrorismo, legati all’ideologia più radicale di Hamas, dall’altro versante bisogna fermare la colonizzazione della Palestina da parte di Israele.

Ci vorrà del tempo per la pace, ma ci vorrà forse più tempo per ricostruire il tessuto sociale e relazionale.  

Sicuramente. Come ci vorrà tanto tempo per ricostruire anche le realtà materiali. L’elemento più difficile, però, non è ricostruire le case, ma dare una struttura sociale a queste terre che abbia come fondamento il riconoscimento reciproco della piena dignità dell’altro.

Voi frati siete sempre rimasti…

Questa è la nostra vocazione. Siamo arrivati in Terra Santa al tempo della quinta crociata, quando coloro che arrivavano erano armati di tutto punto. Noi siamo gli unici ad essere arrivati disarmati e siamo anche gli unici ad essere rimasti. Questo, forse, dovrebbe insegnare che non è con le armi che ci si insedia nella terra di Gesù. Nel corso dei secoli abbiamo sempre cercato di entrare nel contesto sociale in forma pacifica e al servizio di tutti, con un’identità chiara. Questo ha portato lungo i secoli a sviluppare, oltre alla cura dei luoghi Santi, una dimensione pastorale attraverso le parrocchie e una sociale attraverso le scuole.

Padre Francesco, lei è un francescano e anche un sacerdote. Per un prete cosa significa svolgere il proprio ministero in Terra Santa?

È un’esperienza arricchente dal punto di vista della fede perché si ha la consapevolezza che non è basata su una narrazione, ma su un fatto storico. Le pietre hanno una fisicità che le parole spesso non hanno. I luoghi della Terra Santa, quindi, danno alla lettura del Vangelo una tridimensionalità che permette di sperimentarlo non solo attraverso l’udito e l’intelletto, ma anche con gli altri sensi. In Terra Santa, infatti, si sente il caldo che ha sentito Gesù, la sete che ha sentito Gesù e così via. Questa fisicità dei luoghi è un ottimo antidoto alla riproposizione di antiche eresie. Vedo che oggi, ad esempio, è molto facile scivolare verso forme di neo gnosticismo in cui la dimensione dell’incarnazione passa in secondo piano e si vagheggia, a livello intellettuale, su dimensioni spirituali disincarnate. È anche un ottimo rimedio nei confronti di un’altra eresia che si sta riproponendo in maniera forte: il neo arianesimo, che considera Gesù come un personaggio eccezionale, ma semplicemente umano. I luoghi della Terra Santa, invece, ci riportano alla dimensione umana e divina del Figlio di Dio incarnato: stare in questi luoghi dà consistenza e solidità alla fede e permette di evitare di scivolare verso spiritualità generiche e inconsistenti.

Siamo a Montefalco, al convento di S. Fortunato: una casa importante per la Custodia. Sì. Qui abbiamo il Postulato. I giovani, dopo la fase dell’accoglienza vocazionale a Gerusalemme o in Libano, vengono a Montefalco per capire se vogliono fare un passo di maggior adesione alla forma di vita religiosa. È una tappa importante, propedeutica al noviziato che viene vissuto a La Verna, in Toscana. Qui a Montefalco assimilano anche gli elementi del carisma di S. Francesco, inscindibile dall’Umbria: non si potrebbe, infatti, comprendere il Cantico delle Creature senza l’ambiente bello e luminoso umbro che ha fatto risuonare nel cuore di Francesco la significazione di Dio. Il tempo che i nostri giovani vivono a Montefalco permette loro di prepararsi a svolgere il servizio in Terra Santa formandosi nella “terra santa” francescana che è la bella Umbria.

Padre, la nostra Archidiocesi vorrebbe organizzare nuovamente un pellegrinaggio in Terra Santa. È fattibile?

Non abbiate paura di tornare. Il pellegrinaggio serve per crescere nella fede, per imparare a fidarsi di un Dio che è Padre, che si prende cura di noi e ci accompagna nel cammino della vita. Il pellegrinaggio, poi, è molto importante per i cristiani di Terra Santa: siamo una piccola minoranza, meno del 2%, e quando i nostri cristiani vedono arrivare i pellegrini da tutto il mondo si sentono parte di una famiglia molto più grande, quella della Chiesa universale. Venite anche per incoraggiarli a continuare e rimanere. Un ultimo aspetto per me molto importante è che i pellegrini aiutano la pace. Con loro presenti la situazione si stabilizza, tutti hanno rispetto per la loro incolumità, sono riconosciuti nella dimensione religiosa e considerati rappresentanti dell’umanità intera. Non abbiate paura, venite, il pellegrinaggio si può fare già da adesso, vi aspettiamo.

Un’ultima domanda padre Francesco. Tornerà in Italia o rimarrà in Terra Santa?

Quando sono partito per Gerusalemme nel 2016 l’unico proposito che ho preso con me stesso è quello di non far più progetti per il futuro. Non so se resterò in Terra Santa, farò quanto mi verrà chiesto.

APPELLO DI PADRE PATTON A TORNARE PELLEGRINI IN TERRA SANTA 

 

Montefalco, 30 gennaio 2025

Francesco Carlini, Ufficio stampa diocesano   

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