Alcuni ragazzi spoletini stanno vivendo un’esperienza missionaria nella Casa della Caritas Umbria in Kosovo. Sono accompagnati da don Vito Stramaccia.

Alcuni ragazzi spoletini stanno vivendo un’esperienza missionaria nella Casa della Caritas Umbria in Kosovo. Sono accompagnati da don Vito Stramaccia.

Alcuni ragazzi spoletini stanno vivendo un’esperienza missionaria nella Casa della Caritas Umbria in Kosovo. Sono accompagnati da don Vito Stramaccia.

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Da lunedì 6 agosto alcuni ragazzi di Spoleto (una decina), accompagnati da don Vito Stramaccia, direttore della Caritas diocesana di Spoleto-Norcia, si trovano in Kosovo per vivere un’esperienza “missionaria” nella Casa di accoglienza per minori che la Delegazione Caritas Umbra ha in quel Paese dal 1999, all’indomani, cioè, della fine della guerra tra kosovari e serbi. Faranno rientro in Italia l’11 agosto.

A Radulac, la città dove è situata una delle Case, la delegazione spoletina è stata accolta dai coniugi Cristina e Massimo Mazzali, trentina lei, toscano lui, che, a nome delle otto Chiese dell’Umbria, si trovano in missione in Kosovo. Coordinano due strutture (Radulac, dove sono accolti i bambini, e Glavicizza, dove sono accolti i ragazzi più grandicelli) e sono responsabili, tra minori e volontari, di una cinquantina di persone.

I giovani che hanno scelto di passare una settimana d’agosto in Kosovo si occuperanno, prevalentemente, dell’animazione dei bambini e dei ragazzi accolti, per lo più orfani di guerra o provenienti da famiglie disagiate. La giornata inizia con la preghiera delle Lodi mattutine, nel corso delle quali un volontario condivide con i presenti alcune risonanze sul Vangelo del giorno; dopo la colazione, coralmente, si dice “Buona giornata” e tutti iniziano le loro attività: chi va scuola, chi al lavoro, chi pulisce, chi cucina, chi si dedica all’ascolto delle persone che bussano alla porta del Campo Missione. Sì, perché nella struttura della Caritas dell’Umbria in Kosovo, Massimo, Cristina e i volontari, oltre a prendersi cura dei bambini e dei ragazzi, accolgono le persone povere del villaggio di Radulac e visitano le famiglie più disagiate. Ascoltano e, se possibile, consegnano pacchi alimentari, vestiti e quanto può servire a chi non ha nulla. Tutto nell’ottica del passo del Vangelo di Matteo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Dalla Casa Caritas nessuno parte a mani vuote. E i ragazzi spoletini svolgono anche questi servizi; i più grandi, poi, effettuano alcuni lavori manuali, necessari per mantenere in buono stato le Case della Caritas.

«Questa esperienza – afferma don Vito Stramaccia – aiuta i nostri ragazzi ad andare oltre le tante cose superflue che la società propone a “buon mercato” e consente loro di allargare gli orizzonti, di comprendere che di là dal Mar Mediterraneo c’è ancora chi muore di fame. Qui in Kosovo stanno osservando e capendo una realtà di disagio estremamente complessa: la speranza è che il loro cuore si allarghi e che l’aver toccato con mano la povertà li faccia riflettere e di conseguenza essere maggiormente consapevoli su ciò per cui vale la pena “spendere” energie».

Lo scorso mese di maggio l’arcivescovo Renato Boccardo, che ha la delega della Conferenza episcopale umbra per il servizio della carità, si era recato in visita proprio alle Case Caritas del Kosovo. In quella occasione il Presule ebbe a dire che la «presenza della Caritas in Kosovo, come in qualsiasi altra parte del mondo, si colloca in un’ottica di aiuto umano prima che economico. Questo aiuto – ha detto Boccardo – si concretizza nella vicinanza di un popolo ad un altro: questo è il modo di interpretare la fede cattolica, la quale invita i cristiani a farsi carico del prossimo, sia esso vicino o meno dal punto di vista geografico. In questa visione si colloca la presenza della Caritas Umbria, di Massimo, Cristina e dei volontari, in questo Paese. L’esperienza che i nostri ragazzi di Spoleto stanno vivendo in questi giorni in Kosovo – prosegue il Vescovo – sarà per loro preziosa: stare accanto ai piccoli, agli adolescenti e ai giovani permette di toccare con mano come la vita si rinnova e ritrova di continuo freschezza; sicuramente staranno partecipando al loro aprirsi alla vita; si staranno stupendo dei loro stupori per ciò che vanno scoprendo; si lasceranno contagiare dalla spontaneità dei loro slanci. Osservare, inoltre, i volontari delle Case nei piccoli gesti quotidiani, a volte monotoni e pesanti, farà loro assaporare – conclude mons. Boccardo – la bellezza e la fatica di educare e di stare accanto agli “ultimi”».

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