Mercoledì 21 dicembre 2022 l’arcivescovo Renato ha compiuto 70 anni. Questa tappa della vita del Presule è stata ricordata con la preghiera. Mons. Boccardo ha infatti presieduto una Messa nel Duomo di Spoleto con i presbiteri della Diocesi e i collaboratori della Curia. Una festa semplice e di famiglia. Un rendimento di grazie a Dio per il dono della vita e del sacerdozio. Nel corso della celebrazione sono stati ricordati anche i genitori di mons. Boccardo, Luciano ed Elda. E chiaramente non poteva mancare una memoria riconoscente di S. Giovanni Paolo II del quale il nostro Vescovo è stato stretto collaboratore per vari anni. Tanti i messaggi di auguri giunti al Presule: di persona, al telefono, via mail, nei social. Riportiamo alcuni passaggi dell’omelia del Presule.
«Ringrazio tutti voi – ha detto nell’omelia – che vi siete voluti raccogliere attorno a me nel nome della comunione e dell’amicizia: dalla morte della mia mamma nel 2015, voi siete infatti diventati la mia unica famiglia terrena, tanto che vorrei potervi definire con San Paolo “mia gioia e mia corona” (cf Fil 4, 1)».
«Celebrare un compleanno – ha proseguito il Presule – mette direttamente davanti agli occhi ciò che sta sempre nel nostro futuro: la venuta del Figlio dell’uomo, il nostro incontro con lui. Perché il nostro Dio è il Signore “che è e che viene” (Ap 4, 8): è già venuto nella carne fragile e mortale di Gesù, il figlio di Maria morto e risorto, viene in ogni ora della vita del discepolo per attirarlo a sé, verrà nell’ora del nostro esodo da questo mondo per introdurci nel suo Regno di pace e di vita piena. Perciò un anniversario diventa occasione propizia per leggere la vita che trascorre, per rendersi conto come ogni giorno, se non siamo distratti, inesorabilmente ci conduce all’evento che ci attende: l’incontro con il Signore. La vita è fragile, i nostri giorni non sono infiniti: sono come l’erba che “al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca” (Sal 90, 6). Siamo così ricondotti a comprendere che noi, pur vagabondi e mendicanti sulla terra per un pugno di anni – “settanta, ottanta se ci sono le forze” (Sal 90, 10) -, in quel giorno avremo bisogno solo della sua misericordia. Giunto a questa tappa della mia vita, mi sembra doveroso soffermarmi per ricordare e ripetere l’invocazione del salmista: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90, 12). Nella Bibbia, contare è raccontare; è tornare su quanto si è vissuto per inserire i singoli eventi in una mappa di senso, in una trama che non è solo soggettiva ma che ci colloca nell’orizzonte più ampio di una storia. Imparare a contare i giorni è scoprire che la nostra piccola vicenda umana è inserita all’interno di una storia di salvezza, è parte delle grandi narrazioni di un popolo che ha riconosciuto nel suo cammino la presenza costante e fedele del suo Signore».
«Così, rilevo come un “filo rosso” che collega e tiene insieme i diversi capitoli della mia storia personale: rivedo scorrere le opere e i giorni come in una sequenza e li rivivo, in una prospettiva di fede e di grazia, per assumerli in un cantico di gioia e di gratitudine, di profonda e commossa riconoscenza, facendo memoria grata dei miei genitori e dei miei nonni, della vicinanza straordinaria a San Giovanni Paolo II, e di tutti coloro che mi hanno voluto bene e mi hanno accompagnato e sostenuto, mentre riconosco il dono immenso ricevuto della vocazione sacerdotale e il dono, forse ancora più grande, della perseveranza. Certo, in 70 anni ci sono stati giorni buoni, fecondati dallo stupore e dalla bellezza, e altri meno buoni, segnati dalla fatica e dal dolore. Sicuramente oggi non sarei quello che sono e non potrei fare il poco che faccio se non avessi alle mie spalle questa lunga avventura, ricca di fallimenti e di successi, di generosità e di egoismi, di lacrime e di consolazioni».
«A questo “bagaglio” si aggiunge significativamente la bellezza della diocesi che mi è stata affidata 13 anni fa: la generosità dei sacerdoti, l’impegno di uomini e donne nella vita famigliare e professionale e sociale, il servizio prezioso degli operatori pastorali nei diversi ambiti e dei tanti che in mille modi donano tempo e cuore per il bene dei fratelli, dentro e fuori la comunità cristiana. Tutti ringrazio per l’esempio, l’aiuto, la comprensione che assicurate al mio ministero in mezzo a voi. Nello stesso tempo, non può mancare la mia umile e convita implorazione di misericordia rivolta a Dio e a voi: in questi anni avete imparato a conoscere in me e compatire povertà e inadempienze, ed io riconosco le mie mancanze in pensieri, parole, opere e omissioni, la “scorza piemontese” che talvolta non mi ha aiutato a decifrare e rispondere alle vostre attese, ad assicurare ascolto e compagnia, a dare conforto e speranza. Se qualcuno posso aver offeso o ferito, credete che non è mai stato nelle mie intenzioni e a tutti e ciascuno domando sinceramente perdono».
«Mi sembra infine che guardare indietro per contare, raccontare i giorni sia anche un modo per ritrovare fiducia. La fede biblica è soprattutto questo: fiducia in Dio, nella vita, nel domani; fiducia che è anche prendersi cura dei nostri fragili giorni inserendoli in una trama che non li banalizzi ma che dia loro il giusto rilievo, quello per cui Dio stesso ci ha voluti in vita. Alla scuola della Scrittura impariamo a riconoscere la sua misteriosa presenza nel tempo che passa e a ritrovare quello sguardo riconoscente che apre al ringraziamento e alla celebrazione. Si affacciano dunque agli occhi della mente e del cuore volti, incontri, situazioni, parole, silenzi, che costituiscono un patrimonio prezioso da custodire e far crescere. Di fronte a tanta ricchezza, nasce spontanea l’invocazione: “Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha dato?”. “Verrò all’altare di Dio” (Sal 43, 4), “alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (Sal 116, 12-13). Fatelo con me e per me questa mattina, cari fratelli e sorelle, con l’assistenza materna e premurosa della Vergine Maria, alla quale affido gli anni che il buon Dio ancora vorrà donarmi e che intendo spendere nel servizio d’amore alla nostra Chiesa e a tutti voi. E tutti e ciascuno: Dio ricompensi!».
Il dono all’Arcivescovo. Al termine della Messa il vicario generale don Sem Fioretti ha ringraziato l’Arcivescovo e, a nome di tutti i presenti, gli ha consegnato il regalo: una bella icona di Nostra Signora del Rocciamelone patrona della diocesi di Susa, terra di origine di mons. Boccardo.



















