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Anno 2012 - Sessione Primaverile

Schiva e sicura di sé come ai tempi dell’esordio con La testa tra le nuvole (1989), oppure come ai tempi del suo più grande successo Va’ dove ti porta il cuore (1994), Susanna Tamaro è stata ospite, martedì 8 maggio presso l’Istituto per Sovrintendenti P.S. “R. Lanari” di Spoleto, dei “Dialoghi in città”, iniziativa culturale dell’archidiocesi di Spoleto-Norcia. Invitata da mons. Renato Boccardo, la scrittrice, che da 23 anni vive in Umbria, ad Orvieto, ha parlato della “Perdita di senso”. Tante le persone, molti i giovani, che si sono ritrovati nell’auditorium della Scuola di Polizia per ascoltare una delle scrittrici italiane più conosciute e amate, la più tradotta nel mondo.

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«Per anni – ha detto la Tamaro – siamo vissuti in una follia economica, dove accanto ad una crescita della ricchezza economica (la facilità di guadagnare denaro) è seguita una decrescita morale. Questa situazione è stata ancor più aggravata dalla follia comunicativa: abbiamo una televisione aggressiva e manipolatrice, profetessa di comportamenti distruttivi. Le nuove tecnologie, come facebook o twitter, non vengono usate con intelligenza: lì ogni pensiero è condiviso con tante persone, è comunitario. Credo – ha continuato – che l’uomo ha bisogno, invece, di riscoprire l’intimità, di riflettere sulla propria interiorità. Questa crisi economica che stiamo vivendo, sorella crisi come amo chiamarla, può essere un’opportunità per far tornare l’uomo alle cose importanti della vita. È un momento salvifico, un momento di pulizia da tanta superficialità». Tra la scrittrice e il pubblico si è creta una forte empatia che ha permesso di dar vita ad un significativo dibattito. Sul ruolo che il cristianesimo può avere in questo momento di crisi, di incertezza e di prevalenza dell’effimero la Tamaro è stata chiara: «per il cristianesimo è sempre più fondamentale la testimonianza. I sacerdoti sono chiamati ad accogliere le persone senza giudicare. I laici, invece, devono curare molto la conoscenza delle Sacre Scritture: non si può più essere pressappochisti sulla cultura religiosa». Un passaggio la scrittrice lo ha dedicato anche alla conoscenza: «solo capendo e studiando siamo in grado di leggere la realtà. La cultura fonda la vita». Infine, il pianeta libri: «noto la bassa qualità delle ultime pubblicazioni. Ce ne sono troppo e di conseguenza è difficile mettere a fuoco quelle di qualità. La carta, comunque, continuerà ad essere il luogo della memoria. Il libro permette una grande creatività individuale e penso che con sorella crisi avrà nuovo respiro».

La Tamaro ha brevemente accennato al suo ultimo libro Per sempre, una sfida alla nostra epoca. Sono già vendute oltre 270.000 copie. Alla dittatura della tecnica, del corpo, della perfezione ad ogni costo, si dà voce, invece, attraverso l'esperienza di un protagonista maschile, a tutti coloro che spezzati, feriti, sofferenti, riescono ancora a parlare di vita vera, tanto bella quanto forte e poetica. 

«Il senso della vita – dall’inizio alla fine – è comunicato dal cuore di una mamma. Noi ce l’abbiamo questa Mamma: è la Vergine Maria». Con queste parole il vescovo Enrico dal Covolo, sdb, Rettore della Pontificia Università Lateranense, ha concluso, martedì 17 aprile, il suo intervento ai “Dialoghi in città”, l’iniziativa culturale promossa dall’archidiocesi di Spoleto-Norcia. Invitato dal vescovo Renato Boccardo, il Presule, presso l’auditorium della Scuola di Polizia della città, ha parlato dell’Immagine di Maria Ausiliatrice della Madonna della Stella, presso Montefalco, centocinquant’anni dopo.

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Ma qual è la storia della devozione a Maria Ausiliatrice, venerata anche nel Santuario della Madonna della Stella? L’ambiente in cui si sviluppò in maniera più esplicita tale devozione – ha ricordato dal Covolo – è il clima drammatico della battaglia di Lepanto del 1571. A Roma, nel convento dei Domenicani di S. Sabina sull’Aventino, c’è un affresco dove S. Pio V, raccolto in preghiera, con il rosario in mano, ha una visione: la flotta delle navi cristiane arresta e sconfigge l’inesorabile avanzata dei musulmani in Europa. Da bravo figlio di S. Domenico – ha detto il Rettore della Lateranense – Pio V era un gran devoto del rosario, a tal punto che fece fiorire la giaculatoria: Maria Auxilium Christianorum. Fu, poi, uno dei suoi successori, Pio VII, ad istituire la festa di Maria Ausiliatrice il 24 maggio. Correva l’anno 1814. Cinquanta anni dopo, nel 1868, S. Giovanni Bosco inaugurava a Torino, nel quartiere Valdocco, la splendida basilica dedicata a Maria Ausiliatrice, diffondendone di conseguenza il culto, giunto anche in Umbria. Molto interessante a tal riguardo l’approfondimento che mons. dal Covolo ha proposto circa il legame tra don Bosco e il Santuario della Madonna della Stella. Proprio il fondatore dei Salesiani in un piccolo opuscolo - “Meraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice”, pubblicato a Torino nel 1868, anno in cui veniva consacrato il suddetto tempio di Maria Ausiliatrice – parla ampiamente dell’immagine della Stella. Tra le altre cose S. Giovanni Bosco, dopo aver dato conto della relazione dell’arcivescovo di Spoleto Giovanni Battista Arnaldi sul gran concorso di fedeli che giungevano sul luogo delle apparizioni della Vergine al piccolo Righetto Cionchi per chiedere guarigioni, scrive: «La divota immagine non aveva alcun titolo proprio, e il pio Arcivescovo giudicò che fosse venerata sotto il titolo di Auxilium Christianorum, come parve più adatto all’attitudine che presentava», cioè quella di sostegno, conforto, aiuto alle tante richieste della gente. Don Bosco, in uno dei suoi viaggi a Roma, visitò la chiesa contenente l’immagine della Madonna della Stella. Circa un secolo dopo i fatti di Spoleto, un’effige di Maria Ausiliatrice, venerata a Cracovia nella parrocchia salesiana del quartiere Debniki, era la meta delle lunghe soste di preghiera di un brillante giovanotto di nome Karol, per gli amici Lòlek, per tantissime persone l’amato e indimenticato Giovanni Paolo II. «Davanti a questa immagine – ha detto dal Covolo – il giovane Lòlek prese la ferma decisione di entrare in seminario per diventare sacerdote».

Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, prof. Lorenzo Ornaghi, è stato il primo ospite del 2012 dell’iniziativa dell’archidiocesi di Spoleto-Norcia, “Dialoghi in città”. L’evento si è tenuto martedì 13 marzo presso il Centro congressi dell’Hotel Albornoz di Spoleto. Il Ministro è stato accolto in Episcopio dall’arcivescovo Renato Boccardo: i due, dopo aver dialogato e visitato la Basilica di S. Eufemia e il Museo diocesano, hanno raggiunto a piedi la sede dell’incontro. Ad attendere Ornaghi c’erano le autorità civili - regionali, provinciali e locali - quelle militari e molti cittadini desiderosi di conoscere i contenuti della relazione del Ministro, sul tema “Una visione culturale per il domani dell’Italia”.

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«Ringrazio il prof. Ornaghi per aver accettato con cortesia ed amabilità il mio invito ad essere relatore dei “Dialoghi in città”». Con queste parole l’arcivescovo Boccardo ha introdotto l’incontro, moderato dal dott. Francesco Carlini, direttore dell’Ufficio stampa della Diocesi di Spoleto-Norcia. «Dinanzi alle incertezze di questo tempo – ha affermato il Presule – ci vogliono punti di riferimento affidabili e tanta speranza. È necessario un colpo d’ali, riscoprire le ragioni vere della vita, che non sono solo l’”euro”, la “salute” e il “lavoro”. Con questa iniziativa la Chiesa vuole offrire il proprio contributo per aiutare la gente a pensare in grande, a costruire la storia da persone libere. Ci vogliono, insomma, idee fresche».

Prima di entrare nel tema dell’incontro, il Ministro Ornaghi si è complimentato con l’iniziativa culturale della Diocesi, sottolineando l’essenzialità del suo titolo: “Dialoghi in città”. «Oggi – ha detto – c’è tanta comunicazione e poco dialogo. Quest’ultimo, invece, è fondamentale per ri-costruire un tessuto sociale del quale tutti sentiamo la mancanza. Poi, la città, i dialoghi in città, i dialoghi a Spoleto, i dialoghi in Italia: il dialogo e il confronto sono fondamentali per garantire orizzonti di speranza, per andare oltre queste società attuali, chiuse nel proprio presente». Nello specifico del tema proposto, il titolare del Dicastero dei Beni culturali, ha parlato di una società in forte trepidazione, in continuo cambiamento, dove la parola progresso è al centro di ogni dibattito, ma dove l’uomo è incapace di guidare questo cambiamento. «Tutte queste trasformazioni – ha detto – e la conseguente inadeguatezza delle persone di governarle hanno determinato le congiunture economiche e sociali in cui ci troviamo. A ciò – ha proseguito Ornaghi – dobbiamo aggiungere un sistema politico fermo, autoreferenziale, poco amabile, distante dalla gente, non in grado di alimentare i rapporti con i cittadini. Poi, c’è da considerare anche lo stallo dei sistemi democratici occidentali, troppi chiusi nel loro presente. Infine, le repentine trasformazioni sociali, e il naturale confronto di una cultura con altre culture, provoca quella che possiamo definire invidia sociale. Alla base di questi fenomeni – ha affermato il Ministro – c’è una debolezza dell’uomo». Come superare tutto questo? Per il prof. Ornaghi è indispensabile una nuova visione culturale. «Senza cultura – quella per molti e non quella per le elite – siamo destinati ad essere prigionieri di questa società chiusa, individualista. Dobbiamo cercare nuove idee, costruire un modello di sviluppo che tenga conto delle trasformazioni in atto nella società, ma soprattutto che tenga conto del fatto che la nostra cultura fonda le sue radici ad Atene, a Gerusalemme, a Roma, sul messaggio di S. Benedetto e di S. Francesco. Certo, mi rendo conto che non è facile – ha proseguito il Ministro -, ma è possibile. Dobbiamo avere la consapevolezza che la cultura è il cuore dell’essere cittadini e che sempre di più è necessario andare verso una cittadinanza culturale, la quale ci proietterà verso un nuovo umanesimo. In questo processo i cristiani hanno un ruolo determinante, devono dare qualcosa più degli altri (quel supplemento d’anima che un cristiano anonimo scriveva nella Lettera a Diogneto nella seconda metà del II secolo, ndr). A loro – ha sottolineato Ornaghi – è giustamente chiesto di portare più etica, più morale, più bene comune nella società. In questo momento storico, però, a loro è chiesta soprattutto un’azione diretta e attiva, capace di mostrare spirito di sacrificio, piena di voglia di fare e non di apparire: così la visione culturale – ha concluso il Ministro - uscirà dalle nebbie dell’oggi».