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Anno 2011 - Sessione primaverile

“Dialoghi in città”: il Cardinale Dziwisz per una indisposizione è rimasto a Cracovia. È stato l’Arcivescovo a parlare di Giovanni Paolo II. Il Presule: «lo ricordiamo con affetto e nostalgia…».

 

Conclusa l’edizione primaverile dei “Dialoghi in città”, iniziativa culturale dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia. Lunedì 20 giugno 2011 presso l’auditorium della Scuola di Polizia della città moltissime persone si sono adunate per ascoltare il Cardinale Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia e per oltre quaranta anni segretario di Giovanni Paolo II. Ma c’è stato un cambio di programma.

Domenica 19 giugno intorno alle ore 22.00 il Cardinale ha chiamato l’Arcivescovo Renato Boccardo per informarlo circa la sua impossibilità di essere a Spoleto. Il Porporato, infatti, ha una forte bronchite che gli ha provocato un’infezione ai polmoni, con conseguente innalzamento della temperatura corporea. Cosa fare? L’Arcivescovo e i suoi più stretti collaboratori hanno preferito non annullare l’incontro, in quanto un comunicato stampa che avesse annunciato ciò, considerato il poco tempo a disposizione, avrebbe raggiunto solo una parte delle persone che erano presenti alla Scuola di Polizia. Il Card. Dziwisz ha fatto sapere che manterrà fede al suo impegno e in una dei prossimi viaggi in Italia sarà a Spoleto. Come procedere? Considerando che mons. Boccardo è stato per anni uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II, sapendo che in occasione della beatificazione di quest’ultimo è stato chiamato in varie parti d’Italia e d’Europa a parlare del Papa polacco, si è pensato che potesse raccontare la sua “vita con Karol”. E così è stato.

L’Arcivescovo ha scelto di parlare di Giovanni Paolo II attraverso sei immagini, come si stesse sfogliano un album di foto ricordo: la preghiera, i viaggi, i giovani, il mondo del lavoro, il dialogo ecumenico, la sofferenza. Ha presentato la vita del Papa aprendo il cassetto dei moltissimi ricordi personali che ha di e con Giovanni Paolo II.

Il Papa in preghiera. «Fin dalle prime volte che ho avuto occasione di essere vicino a lui, sono stato colpito dalla sua capacità di entrare in dialogo con Dio. Anche quando si trovava in mezzo a un milione di persone, che cantavano, urlavano, applaudivano, il Papa si metteva in ginocchio e pregava come se fosse stato solo. Intorno a lui il mondo scompariva, lo si vedeva in dialogo con Dio. Credo che questa sia stata la sua caratteristica fondamentale, alla radice di tutte le altre. Molte volte, durante i viaggi, bisognava rispettare il programma e allora, dopo un po', osavamo avvicinarci e dirgli sottovoce: “È ora di andare”. Più di una volta, egli guardandoci diceva: “un momento”. Doveva terminare la preghiera, che era la cosa più importante».

Pellegrino del mondo. «I viaggi del Papa sono stati una sorpresa per la Chiesa e per il mondo. Giovanni Paolo II non si è fermato di fronte a viaggi difficili. Quando una certa prudenza umana e anche ecclesiale avrebbe suggerito di rimanere a Roma, a causa della possibile strumentalizzazione - pensiamo al viaggio in Cile, con il presidente Pinochet, oppure a Cuba, con Fidel Castro - il Papa non si è fermato, perché affermava: “È mio dovere andare dove la gente mi aspetta”».

Con i giovani. «Giovanni Paolo II ha inventato le Giornate Mondiali della Gioventù partendo da una convinzione molto chiara: scrive nel suo libro Varcare la soglia della speranza che fin da giovane sacerdote ha compreso l'importanza della giovinezza nella vita della persona umana. Spiega che la giovinezza non è semplicemente un tempo di passaggio dall'adolescenza all'età adulta, ma è un tempo di grazia dato ad ogni persona, il tempo delle "fondamenta". Il successo o il fallimento di una vita dipendono da qualche sì e qualche no che si è capaci di dire quando si è giovani. Allora la Chiesa non può essere assente da questo processo fondamentale, perché essa ha qualcosa da offrire ai giovani: il vangelo di Gesù! Certo, la passione di Giovanni Paolo II per i giovani rimane una delle eredità più ricche e più feconde per la Chiesa. Le Giornate Mondiali della Gioventù non hanno risolto tutti i problemi, non hanno evangelizzato tutto il mondo giovanile, ma sono state un contributo, una novità introdotta per sottolineare quanto siano importanti i giovani per la Chiesa».

Il Papa operaio. «Nella sua giovinezza, Karol Wojtyla aveva lavorato nelle cave di pietrisco vicino a Cracovia: portava le pietre dalla cava ai camion con un giogo di legno sulle spalle. Anche da seminarista (clandestino, poiché gli eserciti che avevano occupato la Polonia avevano chiuso i seminari e deportato i sacerdoti) aveva lavorato nelle officine Solway, alle porte di Cracovia. Avendo condiviso la vita degli operai, è sempre stato sensibile alla loro condizione, tanto da farsi il paladino dell'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, richiamando senza sosta la dignità dell'uomo e del lavoro, ricordando come ogni progetto politico ed economico deve avere al centro la persona umana».

Dialogo ecumenico e pace. «Assisi, 27 ottobre 1986. Nella città di san Francesco, il Papa convoca i rappresentanti delle diverse religioni del mondo, invitandoli a pregare per la pace. Una iniziativa mai vista fino ad allora. Sappiamo bene che spesso la sua è stata la voce che grida nel deserto. I Capi di Stato non lo hanno ascoltato; anche se tutti hanno proclamato di essere d'accordo con lui, hanno continuato a portare avanti i loro progetti. Rimane tuttavia, come eredità di Giovanni Paolo II, questa grande voce contro ogni forma di guerra e in favore della pace».

Il Papa malato. «Il Papa che abbiamo conosciuto come l'atleta di Dio, l'uomo forte, energico, indipendente, è stato ridotto dalla malattia alla dipendenza e alla fragilità. Credo che sia stato per lui un esercizio di povertà e di umiltà. Quanto gli deve essere costato apparire in pubblico ormai limitato nella sua autonomia! All'uomo che ha fatto della parola e del gesto una delle caratteristiche peculiari del suo pontificato, il Signore ha tolto la facoltà di parlare e di muoversi. Ma il Papa anziano, malandato, sofferente, non torna indietro. Non si è tirato indietro; diceva: “La vita vale la pena di essere vissuta fino alla fine”».

L’Arcivescovo Renato Boccardo ha concluso il suo intervento con queste parole: «Giovanni Paolo II per molti è stato il Papa della giovinezza, per altri il Papa della maturità, per tutti è diventato con gli anni il Papa tout court. E così lo ricordiamo, con affetto e nostalgia...». A questo punto si è levato un lunghissimo applauso dei presenti. È seguito un dialogo tra mons. Boccardo e le persone intervenute, rimaste comunque entusiaste per aver sentito, alcuni per la prima volta, il “loro” Vescovo parlare con tanta familiarità e commozione di Giovanni Paolo II. Meglio, del Beato Giovanni Paolo II.

Il Prof. Andrea Riccardi a Spoleto ha parlato di Giovanni Paolo II: vento di speranza per il mondo, grande lettore della storia alla luce della fede, uomo di preghiera, prete fino al midollo, uomo in continuo ascolto della gente e mai triste, uomo del dolore fin da giovane e delle grandi visioni, uomo mai dominato dal pessimismo, uomo dell’essenzialità. Foto. 

 

«Wojtyla è stato per il mondo un vento di speranza». È una della definizioni che il prof. Andrea Riccardi, Ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre, ha usato a Spoleto per parlare del Beato Giovanni Paolo II. L’incontro, tenuto all’auditorium della Scuola di Polizia il 10 giugno 2011, secondo appuntamento del ciclo primaverile dell’iniziativa culturale dell’Archidiocesi “I Dialoghi in città” , è stato introdotto dal saluto dell’Arcivescovo Renato Boccardo, legato da lunga amicizia al fondatore della Comunità di S. Egidio. Per Riccardi si è trattato di un ritorno a casa. È, infatti, originario di Trevi e quindi la Chiesa di Spoleto-Norcia è in qualche modo la “sua” comunità diocesana. E lui lo ha ribadito: «qui mi sento a casa. Quanti ricordi di Trevi, di un mondo povero ma ricco di radici religiose e di santità. Un mondo piccolo, ma delicato e di classe, permeato di storia. Non posso non ricordare i miei legami con l’eremo francescano di Campello sul Clitunno che quest’anno celebra i cinquanta anni della morte di sorella Maria. Ed ora a Spoleto, che è anche la mia Diocesi, c’è un Vescovo al quale sono legato da profonda amicizia: grazie Eccellenza per avermi invitato».

Dopo i saluti iniziali e i ricordi personali, si è entrati nel vivo dell’argomento: “Giovanni Paolo II: ma tutto può cambiare”. Con grande passione, con enorme rigore scientifico e con un linguaggio semplice Riccardi ha fatto ripercorrere alle numerose persone presenti gli anni nei quali è vissuto Giovanni Paolo II e il suo modo di stare nel mondo. Un mondo martoriato dalla Seconda Guerra Mondiale e dai totalitarismi, anni segnati dal dolore, dalla rassegnazione, dal grigiore culturale. In questa storia Karol Wojtyla - rimanendo semplicemente un prete e facendo della preghiera la sua forza - si è inserito, fino a diventarne il protagonista. «Giovanni Paolo II – ha detto il relatore – è uno dei grandi del ‘900. La storia di questo secolo non si può scrivere senza di lui. È sempre stato “piantato” in mezzo agli avvenimenti. E questo non lo può cancellare nessuno, credente o non. Quell’uomo “venuto da lontano” è stato un vento di speranza per tutti, per il mondo, per la Chiesa». Da ricordare che nel 1978, anno della sua elezione a Papa, la società, e di conseguenza anche la comunità cattolica, viveva un tempo di rassegnazione segnato da tragiche utopie come il comunismo. Si aveva paura di un mondo moderno che avanzava. La Chiesa era al bivio tra una posizione conservatrice e una progressista. In molti si domandavano: ed ora questo Papa che viene dalla Polonia – Paese considerato fuori dal mondo - come sarà, cosa farà? «Giovanni Paolo II – ha affermato lo storico - fa completamente saltare il binomio progressista-conservatore. Apre agli uomini e al mondo. Ha interpretato con forza una verità cristiana e cioè che il cristianesimo cambia il mondo cambiando gli uomini, i popoli. È stato un gigante, un capitano. La sua vita è l’epopea di un Santo, è una lezione di storia cristiana. Lui ha sfidato uomini grigi che volevano ingrigire la sua persona provando a screditarne il pontificato. Non aveva armi, eppure faceva paura, al punto di fargli un attentato. Aveva capito che non bisognava rassegnarsi al comunismo. Fin da giovane ha affrontato la vita di petto con la sola forza della preghiera, preghiera anche geografica, in quanto mentalmente era capace di spostarsi da un santuario all’altro del mondo».

Questa grande capacità di Giovanni Paolo II di calarsi nella realtà, di cercare costantemente il dialogo con le persone e il suo senso dell’umorismo, col tempo, hanno fatto ravvedere anche quelli che erano suo “nemici”. Ad esempio l’ex presidente della Polonia, il generale Jaruzelski, con il quale il Papa aveva avuto diversi diverbi, lo definì «uomo di grande statura, cammina sulla terra e allo stesso tempo ha la testa sulle nuvole, in senso positivo».

Un’altra grande caratteristica emersa del nuovo Beato era la sua simpatia. «Non lo si vedeva mai triste», ha detto Riccardi. «Era un uomo mai dominato dal pessimismo che amava ripetere: “la storia è piena di sorprese”. È stato un grande umanista, un Padre della Chiesa del nostro tempo che ha conquistato le persone non nascondendosi, nemmeno quando la malattia gli ha tolto prima il sorriso e poi la parola. Inoltre Giovanni Paolo II – ha proseguito il fondatore della S. Egidio – amava l’Italia, della cui capitale (Roma) è stato un grande Vescovo. Ha creduto nel riscatto dell’Italia più dei politici e dei Vescovi italiani».

Nel concludere il suo intervento, Riccardi ha detto: «chiediamo aiuto alla sua preghiera, ma soprattutto sforziamoci di capire quest’uomo di visione, essenziale».

La Chiesa di Spoleto-Norcia ha nuovamente offerto un approfondimento sulla figura di Giovanni Paolo II, vento di speranza per il mondo, grande lettore della storia alla luce della fede, uomo di preghiera, prete fino al midollo, uomo in continuo ascolto della gente e mai triste, uomo del dolore fin da giovane e delle grandi visioni, uomo mai dominato dal pessimismo, uomo dell’essenzialità. Il prossimo appuntamento con “I Dialoghi in città” è per lunedì 20 giugno alle ore 18.00 sempre alla Scuola di Polizia di Spoleto. Il Cardinale Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia e per quaranta anni segretario del Beato Giovanni Paolo II, racconterà “La mia vita con Karol”.

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L’Arcivescovo Rino Fisichella a Spoleto ha parlato della Nuova Evangelizzazione: «Noi cristiani, ha detto, siamo propulsori del progresso, non distruggiamo nulla, ma permettiamo all’uomo e alla società di progredire». Foto. 

 
«Il termine Nuova Evangelizzazione è stato usato per la prima volta da Giovanni Paolo II in Polonia, nel 1979, nella città di Nowa Huta, il quartiere-dormitorio degli operai polacchi, modello di una città senza Dio, senza simboli religiosi, senza chiese». Con queste parole l’Arcivescovo Salvatore Fisichella, meglio conosciuto come Rino, Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha iniziato il suo intervento a Spoleto dove è stato ospite, giovedì 12 maggio 2011 nell’Oratorio della Parrocchia del Sacro Cuore, dell’iniziativa culturale della Diocesi i “Dialoghi in città”. Questa edizione primaverile è dedicata alla figura del Beato Giovanni Paolo II, un uomo che ha fatto la storia. Dopo il saluto di benvenuto dell’Arcivescovo Renato Boccardo (amico di vecchia data di Fisichella, ndr), con grande passione e convinzione ha spiegato che questo nuovo dicastero vaticano è dedicato alla missione nel primo e nel secondo mondo, cioè nei Paesi dove l’annuncio del Vangelo è già avvenuto da secoli, ma dove oggi la sua incisività nella vita delle persone sembra essersi smarrita. Europa, Stati Uniti, America del Sud, Filippine e Australia sono le principali zone d’influenza della nuova struttura, che affiancherà la Congregazione di Propaganda Fide, dedicata invece all’evangelizzazione nelle terre di nuova missione.

Citando un appunto rinvenuto nelle bozze del romanzo I Demomi di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nel quale l’autore russo si domanda «se un uomo, imbevuto della civiltà moderna, un europeo, può ancora credere; credere proprio nella divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo. In questo infatti sta tutta la fede», l’Arcivescovo Fisichella a sua volta si è chiesto se «l’uomo di oggi – campione di ogni tecnologia possibile, ndr - è ancora disposto a credere in Gesù come Figlio di Dio, se sente il bisogno della salvezza, dimensione dimenticata spesso anche da noi sacerdoti. Nelle nostre omelie, infatti, abbiamo paura di parlare della vita eterna, di dire che dinanzi a Gesù non possiamo rimanere neutrali». Poi, il Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione ha invitato i presenti a non vivere ancorati alle nostalgie di un romanticismo passato, di un filone di pensiero che tende ad affermare che nella vita tutto sarà bello e a portata di mano. «Dobbiamo essere responsabili – ha detto - nel tempo presente. Oggi ci è chiesto di manifestarci come il sale della terra e luce del mondo. È oggi che siamo chiamati ad annunciare il Vangelo con ardore, con linguaggi nuovi, con maggiore slancio, con voce più fresca». Ecco, dunque, spigata la necessità di questo nuovo Pontificio Consiglio, che si prefigge come primo obiettivo quello di conoscere la cultura nella quale il Vangelo deve essere annunciato con le caratteristiche sopra enunciate. Fare questo è urgente e la Chiesa chiede l’impegno di tutti per evitare che l’indifferenza religiosa si trasformi in ateismo, per non far nascere nelle persone il deserto interiore. L’Arcivescovo Fisichella e la sua “squadra” si trovano a svolgere questo delicato servizio in una società narcisista, in piena crisi antropologica, prima ancora che finanziaria. «Chi è in crisi – ha detto il Presule – è l’uomo che ogni giorno di più scopre di non essere il padrone di se stesso, di vivere nella solitudine. E ciò lo conduce sulla via della tristezza, della confusione, dove l’identità è andata dispersa, dove la responsabilità sociale e le relazioni interpersonali tendono a sparire». Questa debolezza dell’uomo, poi, deve fare i conti con la debolezza del contesto sociale europeo, nel quale sono venute meno tutte le certezze (al lavoro, alla pensione, all’assistenza ecc…), dove è evidente lo sfaldamento delle sue origini che risalgano al IV secolo e che si sono propagate grazie a Benedetto da Norcia e a Gregorio Magno, due eminenti figure della Chiesa cattolica. «Come fa, dunque, l’uomo a crescere in questo contesto», si è chiesto mons. Fisichella? «Noi cristiani in questa situazione di emergenza dobbiamo dare il nostro contributo. Per fare ciò, però, è necessario superare l’ignoranza nella nostra fede, annunciare con gioia che Gesù è risorto, non avere paura di chi non crede, di chi ritiene che facciamo solo proselitismo, di chi pensa che la Chiesa è contraria al progresso. Noi – ha detto l’Arcivescovo – siamo i propulsori del progresso, non distruggiamo nulla, ma permettiamo all’uomo e alla società di progredire. E il compito del Dicastero che il Papa mi ha affidato è proprio quello di contribuire ad uscire da questa crisi culturale e ideologica, proponendo la centralità della vita e della famiglia, favorendo l’etica nella finanza, riqualificando la presenza dei cattolici in politica. Ciò lo dobbiamo fare senza avere paura del mondo, sarebbe solo ignavia, m aprendoci ad esso. Restare chiusi nelle nostre parrocchie renderebbe vana la Pentecoste».
Al termine della relazione del Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, applauditissima dalle oltre 250 persone presenti all’Oratorio del Sacro Cuore, ci sono stati degli interventi del pubblico che hanno permesso di approfondire alcuni aspetti toccati dal Vescovo nel suo intervento. Prima di lasciare Spoleto, un ultimo, accorato appello è giunto da Fisichella ai presenti: «rimbocchiamoci le maniche per far sì che la cultura cristiana continui a segnare la storia. Siate fieri di dire, nel bene e nel male, “sono cattolico”. Siate provocatori di riflessioni sul senso della vita. Chiudiamoci in noi stessi, chiediamoci chi siamo, perché amiamo, perché viviamo: così sapremo anche il perché soffriamo».