Solennità di S. Ponziano, patrono di Spoleto

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Omelia dell’Arcivescovo Renato Boccardo nella solennità di S. Ponziano, patrono di Spoleto
Spoleto, chiesa Cattedrale, 14 gennaio 2010


«Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.» (Mc 8,34). Meno di due secoli dopo i giorni in cui sono state pronunciate da Gesù e trascritte dall’evangelista Luca, queste stesse parole risuonarono sicuramente nel cuore del giovane Ponziano, primo martire della nostra Chiesa, quando si trovò di fronte al grave dilemma: rinnegare il Maestro e avere salva la vita o professare coraggiosamente la propria fede e andare incontro alla morte.

I Leggendari del Duomo, che custodiscono il racconto del suo martirio, ci dicono che il giovane spoletino non esitò: non poteva tacere il Vangelo che aveva ricevuto e gli aveva cambiato l’esistenza. E non si arrese quando le opposizioni e la violenza iniziarono ad abbattersi su di lui a motivo della sua nuova vita. Neppure si lasciò intimidire dalle opposizioni. Forte della fede nel Signore Gesù continuò a testimoniare il Vangelo, fino all’effusione del sangue, affermando con forza davanti al carnefice: «Più di ogni altra cosa al mondo desidero di essere chiamato cristiano… Io confido nel Signore; non temo quello che mi potrà fare l’uomo».

Aveva compreso, Ponziano, quello che l’autore sacro affermava nella prima lettura che abbiamo ascoltato: «Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell’angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione… La mia supplica fu esaudita; tu mi salvasti dalla rovina e mi strappasti da una cattiva situazione» (cf Sir 51, 10-12).

Nel ricordo annuale del nostro Martire e della sua testimonianza, siamo convocati e riuniti dalla parola di Dio, come credenti, per celebrare il memoriale della morte e della resurrezione di Cristo. Dobbiamo perciò presentarci davanti a lui ed ascoltare ancora una volta quello che ha da dirci. Perché quanto ha da darci è anche quello che dobbiamo fare.

Che cosa ci dice Cristo? Ci dice che l’uomo non può garantire a se stesso la propria vita, poiché nulla può pagare la vita dell’uomo. E questo noi lo sappiamo bene. È una delle tristezze di cui non riusciamo a disfarci. Nonostante il nostro coraggio, il nostro amore, la nostra forza, il nostro successo o i nostri mezzi, da ultimo, davanti al limite della nostra vita ci troviamo impreparati ed impotenti. Per quante ricchezze l’uomo possa accumulare, nulla può valere una vita (cf Lc 12, 20-21). Essa è unicamente un dono concesso da Dio: la vita dell’uomo è ciò che non gli appartiene davvero se non quando la riceve e quando la dona; possiamo possederla solo quando accettiamo che essa ci sia donata e la doniamo a nostra volta; la riconosciamo come nostra e veramente nostra solo quando facciamo l’esperienza che essa è una grazia, un dono gratuito, e così la interpretiamo e così la viviamo.

Gesù ci dice che chi vuole guadagnare la propria vita, ossia garantirsela coi propri mezzi, la perderà, quali che siano gli esorcismi e le sicurezze che le sue risorse possono fargli sperare. Chi si affida a Dio, chi acconsente al rischio di dare la propria vita, costui invece la guadagnerà.

Il nostro occidente cristiano non conosce le persecuzioni che insanguinano oggi altre parti del mondo, dove la Chiesa è ridotta dolorosamente alla clandestinità, al silenzio e al martirio (pensiamo alle recenti stragi di cristiani in Egitto, in India, in Darfur o a ciò che succede in alcuni Paesi musulmani). Tuttavia, la richiesta di Gesù di “dare la vita” mantiene tutta la sua attualità e si rivolge anche a noi, per i quali il «dare la vita» si traduce oggi nel coraggio e nella coerenza della testimonianza cristiana. Perché «nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).

Che cosa significa allora dare la vita a causa di Gesù? Significa far fronte non al problema della morte, ma al problema della vita: accettare che lo scopo della vita non sia la conquista del potere e del successo, l’affermazione di sé o il possesso di beni, bensì che essa si costruisca giorno dopo giorno nella dimensione della gratuità e del dono, alla scuola di Gesù «il testimone fedele» (Ap 1, 5) e dei martiri, «che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7, 14). Chi dunque accetterà di aprire così la propria vita in una generosità senza calcoli, quand’anche dovesse risentirlo come una perdita e una morte, dato che in questo atteggiamento tutto sembra sfuggirgli tranne la forza che riceve dal suo dono totale, costui assicurerà la propria vita.

Si tratterà allora di credere che la vera vita, anche sul piano terreno, naturale, si trova solo nel dono di sé e nella fedeltà ad un progetto. Solo così si ha una vita libera, svincolata, aperta, a cui Dio e l’uomo hanno accesso. Non basta l’entusiasmo di un momento per essere discepoli, né basta decidere in base ad una qualche esperienza forte. La sequela di Gesù implica un coinvolgimento tale che può portare là dove non si vuole andare, può far vivere cose insperate e ancora inaudite. Una vita di questo genere non cessa morendo, perché appartiene già a Dio ed egli rimarrà vicino anche nella morte.

Gesù non richiede ai suoi la rinuncia alla vita, a questa vita per averne un’altra, ma esige che si cambi il progetto di questa vita, orientandolo nella linea dell’amore. Così, la richiesta di “dare la vita” illumina e orienta tutta l’esistenza del cristiano. La sua fede lo spinge ad essere presente con competenza ed efficacia sulla scena pubblica, portando nel mondo, con la forza della sua fede e lo stile della sua vita, il messaggio di Cristo. Mi pare essere questo l’invito che oggi rivolge a noi tutti il martire Ponziano, che non ha esitato ad essere fedele fino alla morte. Proprio questa sua fedeltà diventa la misura della nostra e ci invita a riflettere a quest’altra parola di Gesù: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi».

Ponziano era un giovane cristiano. La sua memoria ci spinge ancora a guardare alla gioventù della nostra città e diocesi: anche nei confronti dei giovani, infatti, la comunità cristiana ha il compito di mostrare l’amore di Dio e di testimoniare con le parole e con i gesti la sua fede nel Vangelo del Signore. È dovere irrinunciabile di tutte le cosiddette “agenzie educative”, e della Chiesa diocesana tra queste, accompagnare la persona che cresce, l’uomo che deve scoprire con gioia la bellezza della vita e assumerla con responsabilità, soprattutto in questo tempo in cui un diffuso relativismo culturale nemico di ogni forma di identità e di certezza sembra mettere in crisi il concetto stesso di educazione.

Stare accanto ai piccoli, agli adolescenti e ai giovani permette di toccare con mano come la vita si rinnova e ritrova di continuo freschezza; significa partecipare al loro aprirsi alla vita; è stupirsi dei loro stupori per ciò che vanno scoprendo; è lasciarsi contagiare dalla spontaneità dei loro slanci e dalla radicalità delle loro richieste. Certo vengono anche i giorni difficili, quelli in cui la comunicazione pare interrompersi, in cui sembra di non avere più parole in comune per intendersi o per parlare delle cose importanti. Ma l’educatore sa che anche questo fa parte della vita, in cui bellezza e fatica sempre si mescolano; soprattutto fa parte della logica del volere e del volersi bene.

Le parrocchie, le comunità religiose, le associazioni e i movimenti, le scuole, gli oratori, le iniziative di volontariato, sono tra gli ambiti in cui possono maturare personalità non appiattite sul presente, non superficiali o disimpegnate, capaci di porsi in modo serio i grandi interrogativi della vita e di assumere responsabilità per il bene comune. Anche attraverso l’educazione alla fede passa una vasta opera educativa: catechesi, itinerari di iniziazione cristiana, cammini formativi per ragazzi e giovani, incontri di spiritualità, iniziative promosse dai centri culturali cattolici. Ogni azione autentica di educazione alla fede è nel contempo un modo per educare tutta la persona, dal momento che il Vangelo esige da ogni soggetto la disponibilità a lavorare su di sé per corrispondere ai doni ricevuti da Dio e per trafficarli nel mondo (cf Mt 25, 14-29).

Coinvolta direttamente in questa “passione educativa” e cosciente dell’urgenza di stare intelligentemente ”accanto a loro”, la nostra Chiesa diocesana riafferma con forza la sua scelta prioritaria   per la pastorale delle giovani generazioni, con il desiderio di farsi “compagna di viaggio” nella quotidianità, portando e comunicando la gioia del Vangelo, offrendo ascolto, accoglienza, richieste esigenti, proposte di grandi orizzonti di crescita, accompagnamento personale nei giorni di crisi. Anche concretamente vuole manifestare questa opzione con una iniziativa realizzata non senza sacrificio: presso il complesso di San Gregorio Maggiore, qui a Spoleto, riaprirà il Centro Giovanile diocesano ed un sacerdote, liberato da altre responsabilità pastorali, sarà dedicato a tempo pieno a questo servizio. Il Centro, con la sua porta spalancata direttamente su piazza Garibaldi, vuole indicare anche plasticamente l’accoglienza e la prossimità della comunità ecclesiale verso tutti i giovani della diocesi. È il contributo che essa offre alla grande avventura dell’educazione, che desidera condividere in unità di intenti con le famiglie, le scuole, i comuni e le diverse aggregazioni.

Torniamo al giovane Ponziano. Grazie al sangue suo e di tanti altri martiri, la nostra Chiesa è stata confortata e confermata nel discepolato del Signore. La sua memoria, patrimonio prezioso che gli spoletini custodiscono con orgoglio ed affezione, rimane per la vita di tutti punto irrinunciabile di riferimento e non cessa di ricordarci che coloro che fanno vivere davvero sono quelli che offrono la vita. Riascoltiamo san Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati … Io sono infatti persuaso che né morte né vita, … né presente né avvenire, … né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (cf Rm 8, 35-39).

La vita e la morte di san Ponziano ci dicono che il seme del Vangelo può portare frutto nel cuore e nella vita dell’uomo. Chiediamo insieme che la sua intercessione ci ottenga di vivere una esistenza autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione e pace, perché possiamo narrare a tutti la speranza che ci abita (cf 1 Pt 3, 15) e, vedendo le nostre opere buone, gli uomini e le donne di oggi rendano gloria al Padre che è nei cieli (cf Mt 5, 16).

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