Sul valico tra Poggiodomo e Usigni, verso la biforcazione per Leonessa, e quindi per il Lazio, e per Gavelli, quindi per le valli centrali umbre, sorge la chiesetta campestre chiamata dell’Immagine (di Santa Maria) o di S. Pancrazio. Si tratta di un’edicola di transito con una tettoia che copre un tratto della vecchia strada. All’interno conserva una mostra lignea che inquadra un affresco dove sono raffigurati la Madonna e i Santi Rocco e Sebastiano. La chiesetta era stata lesionata dai terremoti del 2016; si è intervenuti per consolidarla e nel pomeriggio di domenica 6 settembre 2026 è stata benedetta dall’arcivescovo Renato Boccardo alla presenza di don Canzio Scarabottini, Pievano della Pievania di Santa Rita, di don Saverio Saveri, già parroco di Poggiodomo, e di diversi fedeli. Il sisma di dieci anni fa aveva danneggiato seriamente la copertura e le murature. Con fondi propri dell’Archidiocesi, derivanti dalle assicurazioni, è stato possibile procedere al recupero. Progettisti: ing. Valter Catasti, arch. Bruno Gori, ing. Gabriele Mastroberti. Ditta: “C.G. Costruzioni e Restauri srl” di Norcia.
Nel suo intervento mons. Boccardo ha parlato di un momento semplice e familiare: «Queste mura – ha detto -, nella loro semplicità e nella loro piccolezza, racchiudono una storia di devozione della gente di questo paese che ha voluto qui, in mezzo ai campi, questa edicola per ricordare una dimensione altra della vita. Infatti qui si parla dell’Immagine (la Vergine con i due Santi ai lati), ma l’immagine richiama un altro messaggio. Noi siamo, dice la Scrittura, fatti a immagine e somiglianza di Dio. Il vero tempio non è questo, non sono le nostre chiese, gli edifici ecclesiastici sparsi qua e là, ma siamo noi fatti a immagine e somiglianza di Dio. E questo ci riporta alla dignità che ognuno di noi ha. L’immagine ci ricorda chi siamo. Siamo qui per ritrovare questo monumento, è vero, ma siamo qui soprattutto per raccogliere un messaggio, un’indicazione su chi sono io e che cosa mi porto dentro. Non facciamo soltanto un’operazione storica, non ritroviamo soltanto un monumento che racconta una storia, ma siamo chiamati a passare da quello che si vede a quello che c’è dentro, da quello che si tocca, che si misura con il nostro metro, a un qualcosa che ha una dimensione diversa ma non per questo meno importante. Allora l’augurio è che
anche questo momento che ci raccoglie così in fraternità, questo momento di preghiera che giustifica un legittimo orgoglio per la custodia di questi monumenti della storia e della fede di chi ci ha preceduto, diventi anche un momento di riflessione che ci aiuti a ritrovare qualcosa dentro, l’immagine secondo la quale siamo stati creati. E questo ci aiuterà a portare frutto, a fare in modo che la nostra vita non sia insignificante, ma che sia qualche cosa di ricco, di bello e che lasci un segno dietro di noi».
La storia. Edificata nella prima della metà del ‘500, tempo in cui in questa zona le pestilenze erano continue e molte comunità costruivano delle Cappelle intitolate alla Vergine e ai Santi protettori contro le epidemie, su tutti Rocco e Sebastiano. Col tempo ha preso anche il nome di cappella di S. Pancrazio perché a Poggiodomo c’era un monte frumentario dedicato a questo santo giovinetto dell’antica Roma, molto venerato in zona. Al tempo in cui si transita dinanzi alla cappella essa era aperta e i viandanti o i pellegrini vi potevano sostare in preghiera. La parete da dove oggi vi si accede, infatti, è stata costruita molto tempo dopo.



















