Pellegrinaggio diocesano alla tomba del Beato Giovanni Paolo II

Pellegrinaggio diocesano alla tomba del Beato Giovanni Paolo II

Pellegrinaggio diocesano alla tomba del Beato Giovanni Paolo II

/
/
Pellegrinaggio diocesano alla tomba del Beato Giovanni Paolo II
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Share on facebook
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on twitter
Pellegrinaggio diocesano alla tomba del Beato Giovanni Paolo II
Basilica Vaticana, 14 maggio 2011

Cari fratelli e sorelle,

 oggi è giorno del ricordo, della gioia, della preghiera. Ognuno vive questo momento nel suo cuore, attraverso l’esperienza spirituale che il Beato Giovanni Paolo II lo ha aiutato a vivere. Tutti infatti, in un modo o nell’altro, siamo cresciuti nel tempo del suo Pontificato e siamo stati almeno sfiorati dalla sua ombra (cf At 5, 15). La presenza corale in questa Basilica del popolo di Dio che è in Spoleto-Norcia – una presenza che supera di gran lunga tutte le più ottimistiche previsioni – è testimonianza eloquente di quanto quel Papa, «venuto da lontano» ma diventato subito vicino grazie alla fede granitica che traspariva dalle sue parole e da tutta la sua persona, abbia lasciato un segno forte nella nostra vita.

E noi siamo qui, pellegrini, per dire il nostro omaggio di affetto e riconoscenza al padre e all’amico che ci ha testimoniato cosa può fare Cristo di un uomo che si lascia afferrare da lui, per lasciarci ancora ammaestrare dal suo esempio e dal suo insegnamento, per esperimentare ancora una volta la sua vicinanza e per affidarci alla sua intercessione presso Dio, certi della sua cura sollecita per tutti noi che gli siamo stati dati come figli.

 

È sempre commovente rivivere l’incontro tra Gesù e Pietro sulla riva del lago. Il Vangelo, infatti, non è una dichiarazione universale di principi generali di santità, ma un dialogo d’amore tra Dio e ciascuno di noi. In quella conversazione da cuore a cuore, Gesù affida a Pietro ciò che gli è più caro: l’amore degli uomini; e Pietro dirà a Gesù ciò che gli è più prezioso: l’amore di Dio. L’essenziale è contenuto in tre battute: «Simone di Giovanni mi ami tu? Certo, Signore, tu lo sai che ti amo. Pasci le mie pecore». Quella che Pietro riceve quel giorno non è un’incombenza, un ministero come un altro: è una rappresentanza; egli dovrà rappresentare nella Chiesa e per la Chiesa il Risorto, colui che ha dato la vita per le pecore (cf Gv 10, 11). Pietro è perciò davvero «vicario dell’amore di Cristo», colui che rende visibile l’amore con cui Gesù ha amato la Chiesa.

 

Il compito di pastore richiede un amore particolare per Cristo. Ma è lui, è Dio che dà tutto, anche la capacità di rispondere alla vocazione e di adempiere la missione. Nell’Omelia per il XXV anniversario di Pontificato, il 16 ottobre 2003, il Beato Giovanni Paolo II confidò di avere sentito forte nell’intimo, al momento dell’elezione, la domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami tu? Mi ami più di costoro…?»; e aggiunse: «Ogni giorno si svolge all’interno del mio cuore lo stesso dialogo tra Gesù e Pietro. Nello spirito, fisso lo sguardo benevolo di Cristo risorto. Egli, pur consapevole della mia umana fragilità, mi incoraggia a rispondere con fiducia come Pietro: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. E poi mi invita ad assumere le responsabilità che Lui stesso mi ha affidato».

 

L’autorità di Pietro e dei suoi successori, che pure c’è ed è grandissima («A te darò le chiavi del regno dei cieli…» Mt 16, 19), è un’autorità che scaturisce dall’amore («Mi ami tu?»). E Gesù ha rivelato come si chiama e come si esercita una tale autorità quando ha affermato: «Io – il Maestro, il Signore, il Pastore – sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 27). È vero: il Papa è il “servo dei servi di Dio”; a tutti deve gettare la sua rete, ricercarli, ed offrire loro l’immagine di Cristo che li ama ed è venuto per loro.

 

Chi ha avuto la gioia e la grazia di conoscere e frequentare Papa Giovanni Paolo II ha ammirato la radicalità della sua testimonianza evangelica; il suo abbandonarsi fiducioso nelle mani del Signore; la sua totale disponibilità ad essere quello che Dio gli domandava che fosse, sia quando era un giovane uomo vigoroso, sia quando non ce la faceva più; il suo amore per il Vangelo che diventava autentica “passione” per comunicarlo agli uomini e alle donne del nostro tempo; la capacità profetica di leggere nella storia i segni della presenza divina; e anche la sua umanità, il coraggio nell’affrontare le prove più tragiche. Così, il Papa ha potuto spalancare porte che erano chiuse, avviare dialoghi, riaccostare le nuove generazioni ad un’esperienza religiosa, portare a tutti una scintilla della verità e dell’amore di Dio. Non ha mai cercato di adulare con le parole, non ha rincorso l’onore e il consenso del mondo, ha annunciato la volontà di Dio senza timore anche lì dove essa è in contrasto con ciò che pensano e vogliono gli uomini; come l’apostolo Paolo – lo abbiamo sentito nella seconda lettura – ha offerto gratuitamente il Vangelo ad ogni creatura, facendosi tutto a tutti per salvare in ogni modo qualcuno (cf 1 Cor 9, 18; 22); ha preso su di sé critiche e ingiurie, suscitando però gratitudine e amore e facendo crollare i muri dell’odio e dell’estraneità. Davvero: «Come sono belli sulle montagne i piedi del messaggero che annunzia la pace, che reca una buona notizia, che annunzia la salvezza» (Is 52, 7)!

 

Il nostro amato Papa ha speso tutto se stesso per la causa di Cristo e si è lasciato letteralmente consumare (cf 2 Cor 12,15); nella sua vita la croce non è stata solo una parola. Infatti, la comunione nella missione che Gesù ha stabilito con Pietro mediante quel mandato: «Pasci i miei agnelli» non può non comportare una partecipazione dell’apostolo-pastore allo stato sacrificale di Cristo-buon Pastore «che offre la vita per le sue pecore» (Gv 10, 11). Penso possa essere questa la chiave di interpretazione di molte vicende del pontificato di Giovanni Paolo II, sul quale aleggia la predizione di Gesù: «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21, 18). E noi abbiamo visto come la croce abbia segnato e reso misteriosamente fecondo il lungo servizio apostolico di Giovanni Paolo II, diventando per lui il mezzo privilegiato per esercitare fino in fondo il compito di “servo dei servi di Dio”. Non si può toccare Gesù senza toccare la croce: negli ultimi anni della sua vita, il Pontefice era così provato dalla malattia e dalla sofferenza da diventare quasi una “icona” dell’«uomo dei dolori che ben conosce il patire» (cf Is 53, 3). E con gioia ha dato tutto: la santità, infatti, come diceva Madre Teresa di Calcutta, «non significa soltanto che noi offriamo tutto a Dio, ma anche che Dio prende da noi tutto quello che ci ha dato».

Tutta la vita di Giovanni Paolo II si è svolta nel segno di questa donazione senza misura e senza calcolo. Ciò che lo muoveva era l’amore per Cristo, un amore sovrabbondante e incondizionato. E proprio perché si è avvicinato sempre più a Dio nell’amore, egli ha potuto farsi compagno di viaggio per gli uomini e le donne di oggi, spargendo nel mondo il profumo dell’amore di Dio (cf 2 Cor 5, 14-15).

 

Che cosa dice dunque oggi a noi questo grande Pontefice, che il Papa Benedetto XVI ha come “restituito” alla Chiesa perché le sia esempio e modello nella sequela del suo Signore? Che cosa la sua luminosa testimonianza suggerisce a noi pellegrini, che dal silenzio del suo sepolcro vorremmo raccogliere ancora un messaggio, una raccomandazione, un incoraggiamento? Mi sembra che, se tendiamo l’orecchio del cuore, il Papa ci dica che la vita ha valore e significato nella misura in cui è la risposta a questa domanda: «Ami tu?». Solo così essa vale la pena di essere vissuta e costruisce nel tempo il mondo del bene. Perché solo l’amore dura per sempre (cf 1 Cor 13, 8); solo l’amore rende presente l’eternità nelle dimensioni terrestri e fugaci della storia dell’uomo sulla terra. Più di ogni carico che possiamo portare con noi – nel senso dei nostri successi umani, delle nostre proprietà, della nostra tecnologia – è la relazione con Dio che fornisce la chiave della nostra felicità e della nostra realizzazione. Il Signore ci chiama ad una relazione di amore: «Mi ami tu?». E noi vorremmo – come Pietro, come Giovanni Paolo II – affermare con decisione, anche se balbettando per la trepidazione: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene!». È l’amore per il Signore che deve plasmare ogni aspetto della nostra vita e che ci spinge ad amare quelli che Egli ama e ad accettare volentieri il compito di comunicare questo amore a quanti incontriamo.

 

Anche a noi allora, popolo cristiano di Spoleto-Norcia, il Beato Giovanni Paolo II ripete con forza, come in quell’ormai lontano 22 ottobre 1978, giorno dell’inizio solenne del suo ministero pontificale: «Fratelli e sorelle, non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! … Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! … Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! … Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna». E noi, che lo veneriamo come padre e lo amiamo come figli, gli diciamo: «Padre Santo, prega per noi e, dalla Casa del Padre dove partecipi della gloria dei santi, inviaci la tua benedizione!». Amen.

 

ultime pubblicazioni

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

ultime pubblicazioni

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.

Seguici su Facebook