Omelia ordinazione presbiterale Luis Vielman, 19 dicembre 2015

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Ordinazione presbiterale di Luis Vielman
Spoleto, Basilica Cattedrale, 19 dicembre 2015

 

Dopo aver dato spazio agli antichi profeti e a Giovanni il Battista, la liturgia di questa IV domenica di Avvento ci presenta Maria co­me colei che, in primo piano, ha pre­­parato la nascita storica di Ge­sù Cristo, e per questo ce l’addi­ta quale modello della nostra im­mediata preparazione alla venuta del Signore nel mistero. Il tono della liturgia di questa sera è dato principalmente dal testo evan­gelico. L’episodio narrato viene immediatamente dopo il pronunciato da Maria: essa ha detto e si è fatta serva del suo Si­gnore. Non ha fatto altro, ma è proprio questo e questo servi­zio che hanno permesso al progetto di Dio di farsi storia. E Natale è esattamente questo: la rivelazione nel tempo del «mistero na­sco­sto da secoli e da generazioni» (cf Col 1, 26).

Maria dice e si consegna a Dio nell’atteggiamento di chi si met­te a servizio e assume un impegno che d’ora in avanti la identi­fi­ca. Il progetto e l’iniziativa di Dio entrano nella sua vita; il suo es­se­re umano ne è come travolto: è a questo che Maria ha detto , senza sapere che cosa poi sarebbe accaduto.

Se al principio il e il servizio di Maria sono imperscrutabili, ac­qui­­steranno però, di giorno in giorno, i tratti di un cammino: ecco­la frettolosa andare incontro al suo prossimo, con le intenzioni della carità e dell’amore. Non porta qualcosa, Maria porta Qual­cu­no. Nel momento dell’Annunciazione, Dio le va incontro, la chia­ma e la rende madre del suo Figlio. Nella casa di Elisabetta Maria rivela che il Promesso è venuto, che il tempo è com­piuto. Ecco la fecondità del e del servizio di Maria!

Mi piace rileggere nell’avventura umana e spirituale della fanciulla di Nazareth quella di ogni cristiano, chiamato da Dio ad accoglier­lo nella propria vita e a farsene gioioso annunciatore e testimone ai fratelli. Ma vi vedo anche in qualche modo la storia di noi sa­cer­­doti e la tua, caro Luís. Anche noi, come Maria, prevenuti e so­­stenuti dalla grazia, abbiamo detto al Signore che ci ha chia­ma­to; anche tu lo dici ora il tuo , davanti a questa che è diven­ta­ta la tua Chiesa e che oggi ti accoglie con gioia come segno della fedeltà di Dio alle sue promesse, circondato da famigliari ed ami­ci, tra i quali mi piace salutare e ringraziare particolarmente tuo fra­tello, le Suore della Sacra Famiglia e quanti hanno contribuito al­la tua formazio­ne.

È lo stesso di Maria, i suoi atteggiamenti interiori ed esteriori, la stessa sua generosità e il medesimo suo affidamento al pro­­get­to di Dio che oggi vengono richiesti a te, men­tre ti accosti trepi­dan­te all’al­tare per ricevere il dono altissi­mo e tremendo del sa­cer­dozio. Soltanto que­sto ­­a Cristo e agli altri ti darà la gioia, sen­za rimpianti, di esserti lasciato “afferrare” dal Signore Ge­sù e di avergli donato non solo qualche tempo o qualche aspetto del­­la vi­ta, ma la vita tutta intera. Diventerai così strumento ammirabile dell’opera della salvez­za, come lo è stata la Vergine Maria.

Colui che hai scelto come padre nel tuo cammino, il Beato Pietro Bo­nilli, ordinato sacerdote proprio un 19 dicembre (era il 1863), scri­veva nel suo diario: «La salute di molte anime è legata alla mia perfezione; ne’ divini disegni, molte saranno salvate se io le con­­du­co al cielo colla mia santità; andranno molti dannati se, non cor­­rendo loro dietro collo zelo del santo prete, li abbandono alla lor debolezza. In ogni operazione sì della vita privata che pubbli­ca, ricorda quel che in tal circostanza avrebbero operato il tuo di­vin Maestro o i suoi Santi».

Perché il prete vive soprattutto di relazioni; dedica il suo tempo al­le persone. Non si dovrebbe curare di cose, di carte, di soldi, se non se­condariamente. Passa il suo tempo ad incontrare gente: i bambini e gli anziani, i giovani e gli adulti, i malati e i sani, quelli che gli vogliono bene e quelli che lo criticano, lo deri­do­no e pre­ten­dono. E incontra le persone non per vendere loro qualche co­sa, non per trarne qualche vantaggio, non per curiosità, non co­me si incontra un cliente, ma per prendersi cura della loro vi­ta, del­la loro vocazione alla gioia, del loro essere figli di Dio. In una pa­­rola, va incontro alle persone come Maria è andata incontro ad Elisabetta: portando Gesù. Al prete spesso le persone aprono il cuore per una con­fidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in questa con­fidenza viene seminata la Parola che dice la verità, che apre alla speranza, che guarisce con il perdono. È una e­spe­rienza umana straordinaria; le sue radici però affonda­no lontano, dove è la sorgente della gioia.

Il prete, infatti, viene da una misteriosa storia d’amore, una storia che colma di gioia: è la gio­ia sorgiva della vocazione, quando si scopre il peso, soa­ve e tremendo, di una scelta irreversibile da par­te di Cristo, non meritata, non cercata, eppure trepidamente amata e vo­lu­ta. E allorché lungo il cammino avverte con timore la sua po­vertà, la fragilità, l’incapacità, il sacerdote sa che il Si­gno­re lo custodisce nelle sue mani e lo sostiene allargando gli orizzonti della sua vita perché è Lui che lo ha chiamato, che lo ha mandato, che mette sulla sua bocca le parole da annunciare e che gli sarà vicino in ogni momento con la sua consolazione.

Strettamente legata a quella della vocazione, esiste per il prete un’altra sorgente di gioia: è la gioia del perdono, che questo anno giubilare della misericordia appena iniziato propone con insisten­za alla nostra meditazione e al nostro esercizio. È la gioia che ci prende, ogni giorno di più, quando ricono­sciamo che la chiamata al presbiterato è un mistero di mi­se­ricordia, un mistero che non ces­sa di meravigliarci e di su­scitare la lode e la gratitudine al Si­gnore. Scriveva il Beato Bonilli: «Ho cantato la prima Messa. L’u­nico mio pensiero è la mia indegnità. Dio mio cosa mai avete fat­to? Io elevato sì alto… Dunque io debbo operare tutto a vostra glo­ria, non far altro che la vostra volontà». Graziati e perdonati dallo Spirito che ci fa creature nuove, siamo mandati a testimo­nia­re la misericordia del Padre, più po­ten­te del peccato e della mor­te, che si manifesta al meglio quando rivaluta, promuove, trae il be­ne da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uo­mo.

Noi preti gioiamo perché la nostra missione è quella di per­donare, unire, riconciliare con Dio e con i fratelli, quella di ral­legrarci per il ritorno di chi era lontano o perduto; è una missione liberante, pa­cificante, di cui l’umanità oggi ha tanto bisogno. Nostra missio­ne è testimoniare la fede, farsi compagni di viaggio degli uomini e delle donne di oggi senza possedere le persone, ma aiutandole a crescere nella vera libertà; no­stra missione è confortare e con­so­lare, ma insieme anche in­quietare, proponendo con coraggio i valori del Vangelo; nostro compito fondamentale è dimorare nel cuore di Cristo, pieno di amore e di compassione, per condividere i dolori e le sofferenze, le gioie e le speranze della gente, liberan­dola dalla paura e aprendola ad orizzonti di serenità e di pace in­te­riore. Così delineava il proprio ministero il Beato Pietro: «Il prete dev’esser puro, umile, ubbidiente, paziente, generoso, zelante. Ri­guar­do a questo punto: chi non è zelante, non è un prete santo davvero. Questo s’esercita colla predicazione, istruzione pubblica e privata, colla visita agli infermi, coll’esempio edificantissimo».

Torniamo a guardare alla Vergine Maria, che riconosce con gioio­sa esultanza che tutto risale all’iniziativa libera e gratuita di Dio, il Signore salvatore. Egli infatti si è chinato sulla sua miseria: «Ha guardato all’umiltà della sua serva». Quello che trasforma la mi­se­ria in umiltà è l’apertura credente di Maria, che si mette a totale disposizione del suo Signore, al quale risponde, anticipando in un qualche modo le parole del Figlio: «Ecco, io vengo a fare la tua vo­lontà».

Anche tu, caro Luís, ripeti ora trepidante la stessa affermazione: «Ecco, io vengo». E in te si rinnova il mistero della Chiesa, che è quello di essere un popolo di chiamati; in te rifiorisce, nel suo va­lore sempre creativo, il gesto d’amore infinito con il quale Gesù chiama, interpella, sospinge alla sequela: «Vieni, seguimi» (cf Mc 10, 21). Ogni giorno della tua esistenza dovrà vivere di questo do­no; dovrà misurarsi su questo impegno; dovrà ripetere, con la tre­pidazione di Pietro e con l’intima e sincera tensione della ricerca: «Signore, tu sai tutto, lo sai che ti voglio bene» (Gv 21, 17). Soltan­to questa apertura e disponibilità a Cristo e agli altri ti darà la gio­ia, senza rimpianti, di esserti lasciato afferrare dal Signore Gesù: e nessuno ti strapperà dalla sua mano (cf Gv 10, 29).

Vieni, dunque, per ricevere la grazia dello Spirito, che segnerà per sempre la tua vita. Vieni: e la tua ordinazione ricordi al popolo cri­stia­no l’appello accorato di Gesù: «Pregate il signore della mes­­se, perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9, 38).

E «il Dio della pace … ti renda capace di ogni opera buona e ti con­ceda di fare la sua volontà; anzi egli compia in te tutto ciò che gli piace per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (cf Eb 13, 20).

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