Ordinazione presbiterale Davide Tononi

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Ordinazione presbiterale di Davide Tononi
Spoleto, Basilica Cattedrale, 27 giugno 2015

 

È un mistero di Dio quello al quale partecipiamo questa sera. È un mistero di Chiesa, di cui noi poniamo insieme il segno santificatore e operatore. È un mistero nel quale si concentra in tutta la sua grandezza e dinamicità la realtà stessa della nostra salvezza e il significato e il valore della presenza della Chiesa nel mondo. La Parola di Dio che è stata proclamata disegna mirabilmente il valore ed il significato, le dimensioni e le conseguenze di questo mistero, poiché attraverso le pagine dell’Antico e Nuovo Testamento che abbiamo ascoltato possiamo chiaramente comprendere come ciò che ora si attua è davvero un mistero di povertà, un mistero di ricchezza, un mistero di carità.

Innanzitutto un mistero di povertà, di quella povertà che Cristo stesso Figlio di Dio ha assunto nella nostra condizione umana, di quella povertà che è il terreno unico e fecondo del dono di Dio, che è sempre e soltanto ammirabile e impenetrabile iniziativa d’amore. Già il profeta Geremia si dichiarava con sgomento giovane e impotente dinnanzi alla chiamata del Signore (Cf Ger 1,6). E lo stesso apostolo Pietro insieme a Giovanni diceva allo storpio che gli chiedeva aiuto: «Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina!» (At 3, 6). E un mistero di povertà è apparso anche e più ancora nella triplice interrogazione che Cristo Gesù ha fatto a Pietro, dopo il suo triplice rinnegamento, interrogazione che scopriva in Pietro il vuoto, la povertà, la condizione miserabile dell’uomo che pur è chiamato ad essere il capo del collegio apostolico, il fondamento visibile e il sacramento operativo dell’unità della Chiesa di Dio (Cf Gv 21, 15-17).

Così questa sera anche Davide, come già noi che siamo stati gratificati dal dono incommensurabile del Signore nel sacerdozio, è qui con tutto il carico della sua povertà. Non è la sua preparazione che lo rende degno di questa iniziativa; non è la sua scienza teologica che lo rende capace del dono della sapienza dello Spirito Santo; non sono nemmeno le sue qualità umane e la sua bontà che lo abilitano ad accogliere e assumere la parola santificante e creatrice di Dio che ora sta per farlo diventare suo ministro per sempre. È solo la sua trepidante e consapevole povertà che può essere il terreno fecondo dell’abbraccio di Dio. Ed è solo nella misura in cui anche lui, come ogni sacerdote, come ogni Vescovo, come tutta la Chiesa, saprà di continuo riscoprire questa nudità dinnanzi al dono grandissimo e gratuito di Dio e saprà permanere in questo spirito di povertà, che sarà fecondo ed efficace il suo ministero.

Ma ciò che noi ora compiamo, ciò che si attualizza dinnanzi a noi, se parte da un mistero di povertà diventa un mistero di ricchezza, così come il Cristo che si è fatto povero pur essendo ricco, affinché noi diventassimo ricchi (Cf 2 Cor 8, 9). Quello che ora viene conferito a questo nostro fratello lo rende partecipe del collegio presbiterale, assumendolo nello stesso ministero episcopale che è continuazione del ministero apostolico e la concentrazione di tutta la mirabile ricchezza salvifica che Cristo ha dato alla sua Chiesa; è una stupenda ricchezza che fa di lui, povera creatura, sacramento vivente della presenza operante di Cristo Gesù in mezzo a noi. E questo fa sì che lui sia capace di dare la prova suprema che è quella di amare Cristo in totalità di dedizione e di servizio per tutta la vita. È di questa ricchezza che Davide oggi diventa ricco in modo permanente e indelebile. Non è una funzione transitoria quella che a lui viene affidata, non è per una deputazione della comunità che Davide viene chiamato ad essere sacerdote; è Cristo Gesù che lo chiama e determina e specifica la chiamata che già nel Battesimo gli ha rivolto come membro del popolo di Dio. E questa ricchezza lo fa capace ora di ripetere e rendere efficaci le parole e i gesti del Salvatore.

Tuttavia, questa ricchezza tremenda non Io separa dalla Chiesa, non lo separa dalla comunità, non lo separa dal corpo di Dio. Anzi, fa di lui e della ricchezza che riceve nella sua anima la concentrazione e l’apice del potere salvifico e del servizio d’amore che Cristo ha lasciato alla sua Chiesa. Non Io separa anche se lo distingue e fa sì che in lui si manifesti e si realizzi la responsabilità, la grandezza, il formidabile peso della missione della Chiesa nel mondo, missione che è quella di rendere presente Gesù e operante il suo amore che salva e redime e, attraverso il mistero della croce, porta alla partecipazione della sua gloria di risorto.

È in tal modo, allora, che il mistero di povertà e di ricchezza che si compie questa sera sotto il nostro sguardo, diventa un mistero di carità. Gesù l’ha chiesto a Pietro prima di conferirgli il potere supremo e il servizio supremo nella Chiesa di Dio, ponendo in chiara e precisa relazione il ministero apostolico con l’effusione della carità. Un amore che nel sacerdote in modo tutto speciale deve diventare totalità, ricerca dell’assoluto evangelico. Questo assoluto che egli è chiamato a vivere, la povertà, la castità e l’obbedienza ecclesiale, non è determinato unicamente da una legge estrinseca, bensì è una esigenza dell’appello di Dio, è un dono del suo amore che è immenso in noi e chiede a noi soltanto un’umile, costante, dinamica fedeltà.

Sicché il sacerdozio che ci è donato non deve essere visto semplicemente come qualcosa che rimane in noi fermo e immobile e incancellabile; deve piuttosto essere vissuto come un continuo e umile crescere in questa realtà sacerdotale che – una volta che ci ha afferrati nell’amore di Cristo (Cf 2 Cor 5, 14) – deve condurci alla sequela di lui in una scelta di totalità piena e completa che sia servizio e amore di Dio, manifestato e completato nel servizio e nell’amore del prossimo.

Mistero dunque di trepidante povertà il tuo, caro Davide, e il mio, che ho il peso formidabile di comunicarti il dono del Signore. Mistero di ricchezza per questa Chiesa di Spoleto-Norcia che ti accoglie oggi con gioia nel suo Presbiterio. Mistero di ricchezza per la tua anima e per la tua vita, che ormai dovrà essere tutta tesa, tutta carica dell’amore di Dio che diventa amore dei fratelli. Mistero dunque di carità. E soltanto nella misura in cui saprai essere sempre fedele a questa carità, che è amore di Cristo e si traduce nell’amore di comunione con la Chiesa tutta – dal Vescovo, al Presbiterio, al popolo di Dio -, tu sarai fedele, umilmente, ma gioiosamente e costantemente, al mistero di povertà, di ricchezza e di amore che ora si compie dentro di te. Risuona dunque anche per te, caro Davide, la domanda che Cristo ha rivolto quel giorno a Pietro, sulle rive del lago di Galilea: «Mi ami tu?». E a noi pare di risentire da te in qualche modo l’esclamazione dell’apostolo: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Cf Gv 21, 15-17). Questa risposta – umile e trepidante – ti accompagni, come croce e come gloria, per tutta la vita e faccia di te in mezzo a noi un segno credibile dell’amore di Dio.

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