Omelia dell’Arcivescovo per l’ordinazione diaconale del seminarista Giacomo Santeramo
Spoleto, Basilica Cattedrale, 11 maggio 2025
La pagina evangelica appena proclamata indica le tre caratteristiche che qualificano la relazione del buon pastore – o pastore “bello”, come scrive il testo greco di Giovanni -, con il suo gregge.
Egli anzitutto conosce le pecore e chiama ciascuna per nome (cf Gv 10, 3). Il rapporto è personale, non si limita all’insieme ma si traduce in una conoscenza nella quale ogni pecora ha il suo volto, il suo nome, la sua storia. Il verbo conoscere assume qui il significato forte che riveste abitualmente nel Iinguaggio biblico: significa anche amore, nel suo continuo e reciproco intrecciarsi con la conoscenza. Si conosce davvero quando si ama e la conoscenza nutre e approfondisce I’amore, in una spirale virtuosa inesauribile.
Poi, la conoscenza nutrita dall’amore genera un altro atteggiamento: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10, 11), dona cioè la vita eterna, che non è soltanto un bene da attendere oltre Ia morte, ma una realtà che possiamo gustare sin da ora, nel corso della nostra vicenda storica: ci è dato di condividere Ia vita stessa di Dio! Da questa relazione niente e nessuno ci potrà mai separare.
Ecco allora il terzo atteggiamento: il pastore ci custodisce nell’amore, sia nel senso che ci ama, sia nel senso che ci fa rimanere nell’amore, nonostante tutte le difficoltà, le persecuzioni e i tentativi di divisione che possono minacciarci. Come annuncia l’Apocalisse nella seconda lettura, anziché strapparci dalla mano del pastore, la tribolazione ci consente di percepire in modo sempre più vero la potenza e I’amore di Colui che ci guida «alle fonti delle acque della vita».
Due verbi descrivono poi la risposta delle pecore: ascoltare e seguire. Esse ascoltano la voce del pastore; vi percepiscono la promessa di una vita piena, frutto dell’amore che le conosce e le protegge; Ia sanno distinguere da altre voci, soprattutto da quella di ladri e mercenari; hanno imparato a prendere le distanze da parole e rumori inutili, che distolgono l’attenzione della mente e del cuore. Di conseguenza, si lasciano attrarre e lo seguono con gioia e fiducia. L’ascolto è per loro una scelta, è frutto della volontà e della libertà di farne la linfa vitale della relazione con lui, è l’attitudine interiore decisiva che permette di instaurare legami destinati a rimanere solidi e vivi.
Tanto più che – ricorda ancora I’Apocalisse – si tratta di seguire un pastore che si è fatto Agnello. Non è rimasto Iontano: è sceso a vivere la loro stessa vita, è diventato come uno di loro. E proprio perché ha accettato di piangere come Ioro e con loro, egli può ora asciugare ogni loro lacrima e «le guiderà alle fonti delle acque della vita».
L’immagine del pastore buono che conosce e conduce le sue pecore è presente oggi tra noi non solo attraverso le pagine della Scrittura che abbiamo ascoltato, ma ci viene in un qualche modo proposta anche dai gesti e dalle parole che accompagnano il rito sacro e interpella in modo particolare te, Giacomo carissimo, chiamato nell’Ordine del diaconato a diventare ad un tempo servo e pastore del popolo di Dio. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), dice Gesù, e tu lo hai voluto citare nella immaginetta-ricordo di questa giornata.
Si sta per compiere un grande mistero, un mistero che ci supera e insieme ci provoca, perché è a favore delle nostre comunità e dell’intera diocesi che Giacomo si offre per il ministero, dando così ad una società spesso pigra, indifferente e pavida, un segnale di coraggio e di gratuità. Perché la vita deve essere messa in gioco per ideali che contano. E l’ideale sommo è Gesù. Seguendo Lui, non è soltanto vero, nobile e giusto dedicarsi a Dio, ma è anche bello: è bello vivere secondo lo spirito delle beatitudini; è bello scommettere tutta la propria esistenza sul Vangelo; è bello dare la vita per i fratelli; è bello irradiare la pace; è bello poter seminare nel cuore degli uomini la speranza e la gioia. Proprio per questo oso ripetere con trepidazione l’invito pronunciato da Papa Leone XIV qualche ora fa, alla preghiera del Regina cœli: «Ai giovani dico: Non abbiate paura di accettare l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!».
E, ancora, questo mistero ci coinvolge profondamente. Coinvolge i genitori e i famigliari di Giacomo, che sono la prima sorgente del suo dono (e li saluto e li ringrazio); coinvolge le comunità di Santa Rita, di Cannaiola, di Trevi, per un po’ anche di San Pio X a Roma e ora quelle della Pievania di San Giovanni Battista, che negli anni lo hanno accolto e accompagnato nel cammino; coinvolge i Superiori del Seminario – quelli di ieri e quelli di oggi – che lo hanno seguito nella formazione e preparato a questo giorno; coinvolge me, che conferendogli l’Ordine Sacro mi farò garante del suo patto di fedeltà con la Chiesa di Spoleto-Norcia; coinvolge tutta la nostra assemblea e la invita ad una riflessione: c’è per tutti una strada che si chiama vocazione, che si chiama risposta al disegno del Signore, e bisogna che tutti ne prendiamo reale coscienza perché impariamo ad essere fedeli. Il gesto di Giacomo conferma e corrobora la nostra fede, forse titubante e incerta, dà alla nostra speranza un palpito nuovo. Questa celebrazione non ci trovi dunque soltanto spettatori, ma richiami ciascuno all’impegno di fedeltà alla vocazione battesimale, perché Cristo sia glorificato con il Padre suo, la Chiesa sia consolata con la dedizione dei suoi figli e il mondo sia aiutato davvero a ritrovare le strade dell’amore, della fraternità e della pace.
Infine, quello che oggi ci riunisce è un grande evento di fede: nel corso di questa liturgia, avverrà su Giacomo una speciale effusione dello Spirito Santo che lo conformerà in maniera specifica a Cristo, servo del Signore e servo degli uomini. Il gesto silenzioso dell’imposizione delle mani che tra poco compirò significa l’invocazione e la discesa dello Spirito Santo su di lui, come un dono che lo rende segno vivo di Gesù e lo fa diacono della Chiesa. È un dono permanente perché non cesserà mai di essere diacono e anche da prete continuerà a vivere il servizio della carità pastorale, come Gesù che è stato servo dell’amore. E custodirà come preziosa indicazione le parole di Papa Leone XIV, che nella sua prima omelia ha definito un «impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo» (Santa Messa con il Collegio Cardinalizio, Cappella Sistina, 9 maggio 202).
Mentre celebriamo il Giubileo come pellegrini di speranza, vediamo in te, carissimo Giacomo, un bel segno di speranza: il tuo consegnarti, libero e gioioso, al Signore che ti ha chiamato è dono della fedeltà di Dio alla nostra Chiesa diocesana e garanzia della volontà di Gesù di camminare ancora con noi e di affidarci ancora l’annuncio della Parola che salva. Per questo, nella fiduciosa attesa che anche grazie alla tua testimonianza qualche altro giovane scelga la via del sacerdozio, formuliamo in preghiera il nostro augurio per te: «Custodisci, o Padre, il cammino di questo tuo figlio perché possa conformare la sua vita a quella di Cristo Gesù e rendilo, con il dono del tuo Spirito, servo umile e santo, annunciatore lieto e credibile del tuo amore per ogni uomo. Amen».