Omelia per la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio e accoglienza delle reliquie del beato Giovanni Merlini, 2 febbraio 2025

Omelia per la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio e accoglienza delle reliquie del beato Giovanni Merlini, 2 febbraio 2025

Omelia per la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio e accoglienza delle reliquie del beato Giovanni Merlini, 2 febbraio 2025

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Omelia per la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio e accoglienza delle reliquie del beato Giovanni Merlini, 2 febbraio 2025

Festa delle Presentazione di Gesù al Tempio e accoglienza delle reliquie del beato Giovanni Merlini

Spoleto, Basilica Cattedrale, 2 febbraio 2025

Nel Bambino che Maria e Giuseppe presentano al Signore Simeone e Anna riconoscono il Messia promesso. Le parole del santo vegliardo hanno toni profetici: egli guarda al passato e preannuncia l’avvenire, mentre esprime il compimento dell’attesa che costituiva la sua ragione di vita. Altrettanto avviene per la profetessa Anna, che gioisce alla vista del Bambino e ne parla “a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”.

Cari fratelli e sorelle religiosi, la presentazione di Gesù al Tempio getta una luce particolare sulla vostra scelta. Non vivete forse anche voi il mistero dell’attesa della venuta di Cristo, manifestata e quasi impersonata da Simeone ed Anna? Figure dell’Antico Testamento poste sulla soglia del Nuovo, essi rivelano un atteggiamento interiore che non è caduto in prescrizione. Voi lo avete fatto vostro, proiettati come siete verso il ritorno del Signore.

Questa specifica testimonianza appartiene all’essenza della vocazione che avete ricevuto: la vostra consacrazione per il Regno di Dio costituisce un messaggio che lanciate all’umanità circa il destino definitivo dell’uomo. «Mentre la vita del mondo – dice Papa Francesco – cerca di accaparrare, la vita consacrata lascia le ricchezze che passano per abbracciare Colui che resta. La vita del mondo insegue i piaceri e le voglie dell’io, la vita consacrata libera l’affetto da ogni possesso per amare pienamente Dio e gli altri. La vita del mondo s’impunta per fare ciò che vuole, la vita consacrata sceglie l’obbedienza umile come libertà più grande. E mentre la vita del mondo lascia presto vuote le mani e il cuore – conclude il Papa -, la vita secondo Gesù riempie di pace fino alla fine, come nel Vangelo, dove gli anziani arrivano felici al tramonto della vita, con il Signore tra le mani e la gioia nel cuore» (Omelia, 2 febbraio 2018).

In questa luce guardiamo al Beato Giovanni Merlini, che oggi “ritorna a casa” nella Basilica Cattedrale che lo ha visto fanciullo e giovane sacerdote. E noi lo ricordiamo discepolo fedele di San Gaspare del Bufalo, incontrato nell’Abbazia di San Felice di Giano, missionario generoso e appassionato, guida sicura dei Missionari del Preziosissimo Sangue con intelligenza di fede e sapienza di discernimento, apostolo infaticabile della misericordia divina che rigenera nel Sangue redentore. Con la sua recente beatificazione, vediamo accrescersi la schiera di uomini e donne figli della Chiesa di Spoleto-Norcia che hanno seguito il Signore con cuore indiviso e generosità apostolica e segnano il cammino spirituale ed ecclesiale del nostro essere popolo di Dio. Essi, vissuti diffondendo attorno a sé la gioia del Vangelo che ne caratterizzava il sorriso e ne animava il servizio e l’intera vita, sono il frutto più fecondo di una comunità cristiana che trova anche oggi nella fede in Cristo e nella carità verso i fratelli la via della sua presenza missionaria nella società.

Ce lo conferma il nuovo Beato, che in ginocchio, “davanti al grande libro del Crocifisso” (come amava dire) prega con queste parole: «Mio Dio, mi accorgo che mi vuoi santo. Sii mille volte benedetto! La mia vita è tua: te la consacro interamente e senza riserva. Non voglio più vivere ai miei desideri, ma voglio essere tuo, tutto tuo e sempre tuo. Disponi di me come più ti piace… Dammi solo il tuo santo amore: questo mi basta. Sì, mio bene, che di amore io viva, di puro amore io muoia, di amore mi pasca per tutta l’eternità».

Così, don Giovanni Merlini e i Santi e Beati della nostra Chiesa diocesana risplendono davanti a noi come segni luminosi di speranza fondata sulla fede. A loro siete uniti anche voi, cari fratelli e sorelle consacrati, particolarmente in questo Anno Giubilare che proprio la speranza ha per tema e contenuto.

Essa è una “virtù bambina”, la più piccola in confronto alle altre due, ricordava Charles Peguy: ma è proprio lei a prendere per mano e a portare in avanti la fede e la carità. Senza speranza, infatti, non c’è futuro, ci si ripiega sul presente e sull’immediato, si “naviga a vista”, privi di prospettiva. Senza la speranza prende il sopravvento la “cultura del provvisorio” che impedisce alla libertà di decidere “per sempre” e di creare legami stabili. E proprio la vita consacrata è chiamata a rispondere alle sfide della precarietà del nostro tempo, mostrando che con la grazia di Dio è possibile prendere decisioni non “fin che dura”, ma per la tutta vita, impegnando totalmente la propria esistenza fino alla fine. Sulla fedeltà di Dio possiamo rischiare la nostra libertà per sempre. Perché la speranza rende possibile non solo essere “liberi da”, ma soprattutto essere “liberi per”. La vita consacrata ha il compito di ricordare a tutti che esiste un significato ultimo al tempo che scorre: è Gesù risorto, vincitore sul nulla e sulla morte. I religiosi non sono chiamati ad indicare un “aldilà” etereo, estraneo alla “città terrestre”, ma a dire con la propria vita che Gesù risorto è la speranza del mondo e che pertanto vale la pena vivere intensamente il presente.

La festa che stiamo celebrando, poi, è detta “Candelora”, cioè festa della luce. Che cosa significa la candelina che abbiamo tenuto nelle mani? Significa un messaggio che ci sentiamo ripetere tante volte ma che, forse, facciamo fatica a comprendere o credere pienamente: noi dobbiamo essere la luce del mondo; nessuno accende una lampada per tenerla nascosta sotto il moggio; e nemmeno Cristo ha acceso le nostre lampade nel Battesimo perché le teniamo ben occultate, ma piuttosto perché con esse diffondiamo luce attorno a noi (cf Mt 5, 14-15). Non faremo mai abbastanza per superare un duplice equivoco. Il primo: credere che la luce della fede ci sia stata data per rischiarare solo la nostra strada, disinteressandoci degli altri. Il secondo: credere che la fede sia come una candela che si tiene accesa quando si è in chiesa, facendo però attenzione a nasconderla subito appena si ritorna alla vita di ogni giorno. Un serio esame di coscienza ci viene richiesto: che cosa abbiamo fatto della nostra luce? che ne è stato della candela accesa nel nostro Battesimo? chi se ne è accorto? chi ha potuto riscaldarvisi? Gesù disse di essere venuto «a gettare fuoco sulla terra» (Lc 12, 49); non era, certo, il fuoco materiale che brucia e distrugge, ma il fuoco che riscalda, quello che doveva e deve operare il grande disgelo del mondo attanagliato dal gelo dell’egoismo e dell’odio. Il servizio al Vangelo nasce sempre da un’esperienza di amore e da un incontro vivo con Cristo; nasce dalla condivisione della sua incessante offerta al Padre e della sua passione apostolica, e sfocia necessariamente nella missione, che ci chiede, ogni volta che usciamo dalla chiesa, di far luce “a tutti quelli che sono nella casa”.

Nel tempio di Gerusalemme Simeone riconobbe Gesù come il Messia atteso e lo proclamò salvatore e luce del mondo. Nel nuovo tempio di Dio che è la Chiesa gli uomini “incontrano” Cristo, imparano a conoscerlo, la sua parola diventa luce e il suo corpo forza e nutrimento per il cammino. È quanto si realizza nella celebrazione eucaristica: ogni volta è un vero andare incontro a Gesù che ci chiama, in attesa di andargli incontro un giorno nella luce eterna, quando saremo noi ad essere “presentati” da lui al Padre. Celebriamo allora con gioia e nell’azione di grazie questa “festa dell’incontro”: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20).

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