Omelia per festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2025

Omelia per festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2025

Omelia per festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2025

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Omelia per festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2025

Omelia nella solennità di S. Ponziano

Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2025

Sono parole scomode quelle che abbiamo appena ascoltato: «Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 24-26). La croce è la chiave di volta della storia di salvezza e Gesù non può proporre altro; per questo pronuncia la parabola del chicco di grano che deve morire: il seme è Gesù che, con la sua morte di croce porterà frutto abbondante donando la vita a tutti gli uomini. Nasce da qui l’invito alla sequela: «Dove sono io, là sarà anche il mio servitore».

San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, dice che quella comunità, suscitata dalla sua predicazione e dalla sua testimonianza, costituisce la sua vera lettera di presentazione, scritta con lo Spirito del Dio vivente. La lettera della Chiesa di Spoleto-Norcia è il martirio di San Ponziano, che l’ha battezzata nel sangue. Il nostro Santo fa parte del gruppo di quelli «che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (Ap 7, 14). Ormai l’Agnello è il loro pastore e li guida alla fonte delle acque della vita, alla meta gloriosa dell’eternità dove vivranno per sempre nell’infinito oceano di pace che è Dio.

Alla luce di questi insegnamenti, noi guardiamo oggi al giovane Ponziano come al discepolo che ha reso a Cristo la propria testimonianza pacifica con amore e inermità accettando il martirio, è stato perseguitato e ucciso da coloro che rifiutavano il messaggio del Vangelo, ha donato la vita per la fede, e il suo sacrificio è stato come un germe che ha portato frutto, perché «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani» (Tertulliano, Apol., 50,13: CCL 1, 171).

Con il suo sacrificio San Ponziano ci dice il primato assoluto di Cristo e del Vangelo; ci dice che solo nella croce si attua la piena liberazione dal male. Non a tutti è dato il martirio di sangue, però a tutti i suoi discepoli Gesù chiede di donare la vita per amore del Padre e la salvezza dell’umanità. È dunque una forma di martirio anche la vita del discepolo che, accogliendo la legge della croce, si impegna a vincere ogni giorno il male con il bene, per annientarlo con il fuoco dell’amore e del perdono. Tutti possiamo vivere così, in grazia del battesimo e della cresima che abbiamo ricevuto, lasciandoci raggiungere quotidianamente dalla luce del Vangelo e dal mistero dell’amore infinito della Trinità santa. E daIl’Eucaristia possiamo attingere la forza e il nutrimento per ravvivare in noi e nelle nostre comunità questo mistero ineffabile che ci sospinge a fare della vita cristiana un dono per il mondo intero. Infatti, nella partecipazione al sacrificio eucaristico veniamo attratti da Gesù e a lui assimilati, divenendo capaci di irradiare il Vangelo attorno a noi mediante l’accoglienza reciproca, il dialogo, la collaborazione, il perdono, la gioia e la speranza, i gesti della carità.

Questi messaggi possiamo trarre dalla memoria del Santo Patrono e da questa celebrazione, che vuole ricordare solennemente i 1.850 anni dal suo glorioso martirio. Per sottolineare un tale anniversario abbiamo voluto realizzare la nuova artistica teca che custodisce le sue reliquie. E ringrazio vivamente le Pievanie e tutti coloro che, in modi diversi, vi hanno contribuito: i loro nomi sono custoditi all’interno del ciborio.

Ma noi, uomini e donne del terzo millennio, ci possiamo domandare: è ancora attuale la figura di un Santo che protegge ed intercede per la comunità che, tanti secoli fa, lo ha designato patrono? Perché continuare a venerare e a pregare una figura così lontana nel tempo? Cosa trasmette oggi la sua testimonianza?

In un’epoca di secolarizzazione spinta come quella che stiamo vivendo e nella quale sembrano venir meno i segni identitari, il Patrono è per tutti il “simbolo fondatore” della memoria della comunità, la cui storia si è svolta tra passioni e lotte, tra ferite e vittorie, in un territorio che ha una sua propria identità ad un tempo civile e religiosa. Non cantiamo forse nell’inno tradizionale: «Tuo nome palpita tra le sue istorie, nell’ore trepide, nelle alte gioie»? Il civis (il cittadino) non è definito solo per l’uguaglianza dei diritti, ma anche e soprattutto per la diversità delle sue radici, che sono differenti tra Foligno, Terni, Perugia e Spoleto. Spoleto è San Ponziano e San Ponziano è Spoleto. Con tutte le vicende che la storia ha visto scorrere in questi 1850 anni. Perciò bisogna parlare della “identità spoletina” (qualcuno la definisce “spoletinità”), perché chi dimentica le radici perde il futuro. Un popolo che non ricorda il suo passato – non tanto gli accadimenti effimeri quanto ciò che sussiste intatto nei secoli – non è più un popolo, è un’accolta di individui, un gruppo senza consapevolezza, che non può essere soggetto attivo e dominante della vicenda in cui si trova immerso, ed è facile preda di periodiche infatuazioni. Un territorio è se stesso anche in virtù delle sue tradizioni e delle sue memorie: appunto perché non dimentica quello che è sempre stato, può affermare la sua tipicità e la sua consistenza pur nel continuo mutare delle forme politiche e sociali e delle condizioni di vita. Se non vogliamo perdere la nostra ricchezza umana e cristiana, cadendo in sterili campanilismi che dividono, dobbiamo ricuperare un’identità ricca capace di parlare agli altri. Parlare di San Ponziano, allora, è dire della memoria della nostra città e della nostra diocesi.

Per la comunità cristiana, poi, il patrono è una delle sorgenti del lungo fiume della tradizione che ha generato uomini e donne come Brizio di Spoleto, Emiliano di Trevi, Felice di Martana, Gregorio presbitero martire con cento spoletini, Sabino, Giovanni arcivescovo, Eutizio abate del Monastero in Valle Castoriana, Benedetto da Norcia, Chiara della Croce, Rita di Cascia, Maria Luisa Prosperi, Gabriele dell’Addolorata, Pietro Bonilli, Giovanni Merlini, e tanti altri, i cui nomi sono scritti nei cieli (cf Eb 12, 23).

Il patrono è colui che “intercede”, cioè che “sta in mezzo” e “cammina in mezzo” al suo popolo, si prende cura della sua vita spirituale, ne sostiene la speranza, ne diffonde la carità, lo difende nel momento del pericolo, lo rincuora nel tempo della prova, lo sprona nel tempo delle passioni tristi. Per questo, la devozione e la venerazione del patrono è la riscoperta dell’anima autentica della nostra Chiesa spoletana-nursina, del fatto che Cristo, Lui che è l’unico Signore, è capace di rendersi presente in infinite “figure”, quelle dei santi che corrispondono al “genio” di un popolo. Oggi, anzi, ci dice una cosa nuova: se le nostre comunità vogliono guardare con fiducia e fierezza verso il futuro, lo potranno fare, anche in un tempo dove comunità religiosa e civile non si sovrappongono più, solo se sapranno farsi carico di tutti, se sapranno cioè custodire e coltivare quello che vorrei definire “un cuore dilatato”: dilatato per lo sguardo sulla vita delle persone e sui temi della convivenza civile; dilatato per la passione che promuove nuovi legami sociali; dilatato per la cura del bene comune contro ogni particolarismo; dilatato per lo spirito di pace e di tolleranza; dilatato per il compito dell’educazione e del futuro dei giovani; dilatato per la carità rivolta verso tutti senza distinzione di provenienza, religione e appartenenze; dilatato per la condivisione del destino della città e del territorio; dilatato per il “supplemento d’anima” di cui questo tempo, pieno di mezzi e povero di significati, ha estremamente bisogno non solo per star bene, ma per vivere bene. Dobbiamo fare tutti insieme uno sforzo per rendere le nostre città e i nostri paesi belli, accoglienti, generosi e creativi. E così potranno “generare speranza” anche in questo anno del Giubileo, attingendola alla certezza che ha sostenuto Ponziano nelle torture e nel martirio.

Lui ci sorregga nell’impresa e torni con la sua protezione e il suo insegnamento a visitare la “vigna” che ha irrorato con il suo sangue (cf Sal 80, 15-16).

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