Omelia dell’Arcivescovo alla Messa Crismale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 16 aprile 2025
1. «Lo Spirito del Signore è sopra di me… Lo Spirito del Signore mi ha mandato». Questa parola definisce per noi l’essere e l’agire, segnando “per sempre” la nostra vita e la nostra storia. E ci uniamo fraternamente alla gioia e alla gratitudine di don Nolberto Cárdenas Rosas per i 25, a don Renzo Persiani per i 55, a don Giuliano Medori e a P. Mario De Santis, degli Agostiniani di Cascia, per i 60 anni dall’ordinazione presbiterale, mentre ricordiamo don Luigi Galli e don Dante Ventotto, che ora celebrano la liturgia del Cielo.
Il rinnovo delle promesse sacerdotali che fra poco compiremo richiama potentemente al nostro cuore quel «Seguimi!» che non ammette titubanze o mezze misure e rivela il peso, soave e tremendo, di una scelta irreversibile da parte di Cristo, non meritata, non cercata, eppure trepidamente amata e voluta. E ripropone a ciascuno la domanda affettuosa e sconvolgente che Gesù ha posto per tre volte a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?… Mi vuoi bene?… Mi ami?» (Gv 21, 15-17). Si direbbe che essa abbia come unico parallelo, nel suo drammatico contrario, quella fatta a Giuda: «Con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?» (Lc 22, 48). Amore senza limiti e tradimento si trovano vicini, l’uno contrapposto all’altro, come se non fosse possibile accostarsi a Gesù se non con un eccesso, o di amore o di rifiuto. Alla domanda di Gesù, Simone di Giovanni non osa rispondere: la trova troppo coinvolgente, ha paura di presumere nuovamente di sé, preferisce affidarsi alla conoscenza che il Maestro ha del suo cuore: «Signore, tu sai tutto!».
C’è una pagina del Vangelo, però, in cui emerge la risposta che Gesù desidera suscitare in Pietro. L’abbiamo proclamata nella Messa del Lunedì Santo: è l’unzione di Betania, dove una donna sparge su Gesù una abbondanza di profumo di gran prezzo. Marco ci dice che ruppe addirittura il vasetto di alabastro che lo conteneva per indicare la totalità e l’irrevocabilità del suo dono (cf Mc 14, 3). La risposta che Gesù attende da Pietro, e che 1Pietro osa dargli solo in maniera indiretta, è dunque quella della pienezza dell’amore, del vaso di alabastro spezzato, dell’unguento prezioso effuso senza risparmio. È la risposta della dismisura, quella che corrisponde allo Spirito riversato “senza misura” (cf Gv 3, 34) sul Messia “consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18); è la risposta dello spezzarsi del costato di Gesù trafitto sulla croce, del fluire di quel balsamo di salvezza che è il sangue e l’acqua sgorgati dal suo cuore. Alla sovrabbondanza del mistero divino effuso senza calcolo corrisponde la grazia sovrabbondante del nostro ministero. E la domanda trepida e coinvolgente «mi ami tu?» rivela l’intenzione profonda di Cristo di coinvolgerci nel suo mistero di dono senza riserve e senza limiti.
2. In questo Giovedì Santo dell’Anno Giubilare, risuona ancora una volta per noi – vescovo, presbiteri e diaconi – l’invito a spezzare senza paura il vaso di alabastro che contiene l’unguento capace di profumare tutta la casa (cf Gv 12, 3). È una chiamata alla conversione, a crescere in comunione, santità e sapienza. Alcuni anni or sono, Papa Francesco si rivolse alla Curia Romana indicando alcune “malattie” da cui guardarsi. Forse con un po’ di presunzione, per la quale faccio subito appello alla vostra misericordia, ho tentato anch’io di individuare qualche “tipologia” di prete dalla quale prendere le distanze. Oh! So bene che qualcuno lo vorrà interpretare come un’accusa o un giudizio, come so bene che di certo né io né voi ci vorremo riconoscere direttamente in nessuna di esse. Desidero comunque condividere questi pensieri, con umiltà e fiducia: un serio esame di coscienza forse ci permetterà di ritrovarvi almeno qualcosa dei nostri atteggiamenti e comportamenti, e potrà forse suscitare gesti concreti di purificazione e correzione. Provo dunque a farne un piccolo elenco:
1. Il prete “tiepido”: quello cioè che non è né caldo né freddo (cf Ap 3, 15-16); che ha un modo di amare Gesù che si custodisce non più come un fuoco che arde ma piuttosto come la fotografia del fuoco che ardeva in altri tempi; un modo di accostarsi alla Parola di Dio come a pagine già conosciute, che si ascoltano solo per cavarne qualcosa da dire ad altri, senza dissetare la propria anima. E dimentica di conservarsi assetato «di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4), lampada per i passi e luce sul cammino (cf Sal 2119, 105).
2. Il prete “distratto”: quello cioè che vive una preghiera sbrigativa o ridotta ad adempimento, ha abolito l’esame di coscienza, occupa buona parte del suo tempo a chattare sul telefonino o a navigare nel web per inseguire l’ultima notizia o curiosare nella volgarità, con gli occhi che guardano tutto e tutti e non vedono niente oltre l’apparenza. E dimentica che la sua scelta di vita gli domanda sobrietà, custodia degli occhi e del cuore, raccoglimento interiore, fuga dalla dissipazione.
3. Il prete “individualista”: quello cioè che ritiene di poter fare a meno della fraternità sacerdotale (da ricercarsi invece e costruirsi giorno dopo giorno con pazienza, determinazione e perseveranza); quello che assicura il minimo indispensabile di presenza agli incontri del Clero o addirittura li evita sistematicamente con un progressivo isolarsi. E dimentica il monito di Sant’Agostino: «Chi abbandona l’unità, viola la carità; e chi viola la carità, per quanto grandi siano i doni che può avere, non è nulla» (Sermo 88, 18, 21: PL 38, 550).
4. Il prete “funzionario”: quello cioè che si considera appagato quando ha adempiuto ai propri irrinunciabili doveri ministeriali e reclama tempo per condurre una sua vita privata, quasi volendo riprendersi, pezzo dopo pezzo, quanto ha dato; quello che esercita un ruolo o recita una parte ma che non viene toccato nel cuore, cambiato in quel santuario intimo che nessuno vede. E dimentica che solo una vita donata senza riserve costituisce la risposta adeguata a Colui che ha fatto di noi il prolungamento della sua presenza e azione di salvezza.
5. Il prete “accontentatore”: quello cioè che vuole accontentare la gente, assecondando sempre ogni richiesta per evitare critiche, tensioni e opposizioni, e fa comunella con quanti dicono che i cambiamenti nella pastorale «fanno perdere la fede». E dimentica che la gente può essere contenta davvero solo quando ha incontrato e fatto esperienza concreta di Gesù, il Vivente.
6. Il prete “autoreferenziale”: quello cioè che si discosta sistematicamente dal progetto pastorale diocesano, che considera la propria visione delle cose come l’unica produttiva e mette in pratica una pastorale parallela, provocando in giovani e adulti l’erosione del senso di appartenenza alla Chiesa locale. E dimentica che un prete può realizzare anche opere meravigliose, ma se lavora da solo batte l’aria e distrugge con la sua presunzione quanto di buono ha fatto.
7. Il prete “impaziente”: quello cioè che conta i giorni che mancano al termine della missione episcopale dell’Arcivescovo e incoraggia la gente ad avere pazienza perché – dice – «dopo, tutto tornerà come prima». E dimentica che la nostra missione non è custodire mummie o imitare i pompieri che spengono il fuoco, bensì quella di essere architetti capaci di sognare e di costruire il futuro.
8. Il prete “scaricatore”: quello cioè che, credendo di essere sminuito nella propria dignità perché non conserva il titolo formale di parroco, “scarica” sistematicamente sul Pievano ogni responsabilità pastorale e decisionale. E dimentica che presbiteri e diaconi trovano la propria vera identità nell’appartenenza all’unico presbiterio, in comunione con il Vescovo, nella complementarietà dei ministeri e dei ruoli, indirizzati all’unità della missione pastorale.
9. Il prete “male-dicente”: quello cioè dedito alle chiacchiere, alle parole cattive, alle mormorazioni che insinuano sospetti e seminano discredito, alle lamentele vittimistiche e deprimenti che diffondono scontento; quello che dice male della gente, dei confratelli, del vescovo, della diocesi: cioè della Chiesa. E dimentica che chi sparla della Chiesa diocesana – che lo ha generato alla fede, gli ha comunicato il dono incommensurabile del sacerdozio e continua a prendersi cura di lui, anche economicamente – è come se sputasse in faccia a sua madre e scandalizza e suscita disorientamento nel popolo di Dio (cf Mt 18, 6).
10. Il prete “battitore libero”: quello cioè che «come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare» (1 Pt, 5, 8), percorre territori che non gli sono stati affidati, è scollegato da ogni progetto pastorale e distribuisce come un postino il dono della grazia. E dimentica che ogni azione apostolica risulta feconda solo se realizzata nella comunione e non nella contrapposizione o nella competitività.
Fratelli, sono forme di vita sacerdotale che possono costituire una tentazione, un pericolo per ognuno di noi. Sappiamo bene che solo lo Spirito Santo guarisce ogni infermità; è Lui che sostiene ogni sincero sforzo di purificazione e ogni buona volontà di conversione; è ancora Lui a farci capire che ogni membro partecipa alla santificazione del corpo e al suo indebolimento. A Lui dunque ci rivolgiamo fiduciosi perché ci tenga lontano dal male.
3. Mentre guardo a voi, cari Confratelli, vedo dietro di voi e con voi le vostre Pievanie, le famiglie, i ragazzi e i giovani, le persone sole, gli ammalati, gli anziani, i disabili, coloro che cercano Dio con cuore sincero e anche quanti credono di non credere. E misuro ammirato le vostre fatiche, i desideri e gli scoramenti, le cicatrici del tempo e le consolazioni dell’essere prete oggi.
Viviamo una stagione stupenda e drammatica: è solo stringendoci la mano per camminare insieme che potremo essere generativi e riscoprire l’etica del dono, con la responsabilità per cui ciò che è di tutti appartiene a ciascuno. Perché – lo sappiamo bene – senza passione non si va da nessuna parte, senza trasmettere forza, energia, fiducia non rinasce la vita, senza coraggio e testimonianza personale non si è contagiosi, senza perdere qualcosa e senza donare un po’ di sé stessi non si apre neppure una fessura e non si tocca il cuore di nessuno. Dobbiamo essere preti “appassionati”: prima perché “patiscono” le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce, la fatica della vita quotidiana della loro gente; poi perché si “appassionano” per una comunità cristiana dove la vita buona cresce e si trasmette e si apre al domani, dove è bello convenire perché tutti vi si trovano “a casa”. Mentre intorno sentiamo segnali di morte, noi dobbiamo essere generatori di vita. Domandiamoci: chi viene da noi – dico da noi preti e nelle nostre comunità – esperimenta una vita buona, serena, affasciante, persino travolgente? Sogniamo insieme e impegniamoci ad edificare una diocesi “tonica”, grande nel cuore e con Io spirito dilatato, con la vista lunga e iI gesto coraggioso!
Intanto, accogliamo umilmente l’invito a vivere, come dice San Paolo, «secondo la verità nella carità, [cercando] di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare sé stesso nella carità» (Ef 4,15-16).
4. Rivolgo infine il pensiero a tutti voi, cari fratelli e sorelle delle diverse Pievanie, convenuti questa sera nella Basilica Cattedrale rispondendo al mio invito. Voi siete i testimoni quotidiani del servizio apostolico dei vostri preti, i collaboratori preziosi e discreti del loro ministero, gli amici fedeli che sanno accogliere, ascoltare ed aiutare, aprendo le porte della casa e del cuore. Penso in particolare ai membri delle Équipes pastorali, ai ministri della Comunione e della carità, a quanti in modi diversi partecipano attivamente alla vita della Pievania.
La vostra presenza ci è di sostegno e conforto, e dice in modo eloquente la stima che nutrite per il Sacerdozio. E noi vi ringraziamo, con sentimento intenso e profondo. Non vi stancate di accompagnare il nostro cammino, compatiteci nelle nostre povertà ed incoerenze, pregate per noi e continuate a volerci bene. Infatti, che cosa sarebbe un prete senza la sua gente? Perché solo nell’amore e nel servizio a tutti voi, alla scuola dell’unico Maestro, la nostra vita trova la sua definizione e la sua più alta realizzazione.
Nel Vangelo che è stato proclamato, Gesù ci ha detto che la profezia di Isaia si è adempiuta oggi. Noi sappiamo che quell’oggi indica il tempo di Dio, che è permanente, perché la sua fedeltà è eterna e non viene mai meno. Anche per noi, sacerdoti, religiosi e laici, oggi si adempie questa fedeltà di Dio, si rinnova e si riattua lo sguardo amoroso che Cristo ci ha rivolto chiamandoci a far parte della sua famiglia, la Chiesa, nella varietà e ricchezza delle diverse vocazioni. Su questa fedeltà appoggiamo la nostra fiducia e le nostre debolezze, sicuri che come roccia indistruttibile essa ci sosterrà in ogni momento.
E «a Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1, 5-6).