Omelia nella festa di S. Ponziano, Duomo di Spoleto, 14 gennaio 2021

Omelia nella festa di S. Ponziano, Duomo di Spoleto, 14 gennaio 2021

Omelia nella festa di S. Ponziano, Duomo di Spoleto, 14 gennaio 2021

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Omelia nella festa di S. Ponziano, Duomo di Spoleto, 14 gennaio 2021
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Mentre rivolgo a tutti un saluto cordiale di benvenuto e di pace e tutti ringrazio della loro presenza, in particolare l’On. Presidente della Giunta Regionale dell’Umbria e le altre Autorità civili e militari, insieme con voi desidero pormi una domanda: è ancora attuale la figura di un Santo che protegge ed intercede per la comunità che lo ha designato patrono? Perché continuare a venerare e a pregare una figura così lontana nel tempo? Che cosa trasmette e ci insegna oggi la sua testimonianza?

In un tempo di secolarizzazione spinta come il nostro in cui sembrano venir meno i segni identitari, parlare del Patrono significa ricuperare la memoria di una città e di un popolo. Il Patrono infatti è per tutti il “simbolo fondatore”: la sua vicenda umana si è svolta nel cuore di un territorio e ne ha segnato per sempre l’identità ad un tempo civile e religiosa.  Nel corso dei secoli si è come cementata una alleanza indissolubile tra gli spoletini e San Ponziano: troviamo una conferma di questo stretto legame nella prima esedra sinistra entrando in questa nostra Cattedrale, dove una epigrafe marmorea ricorda l’impegno economico del Comune (allora si diceva Senato) e del popolo di Spoleto che, in onore del «munificentissimo Patrono», sostennero il restauro dell’edificio nel 1785. Spoleto è San Ponziano e San Ponziano è Spoleto. Con tutte le vicende che la storia ha visto scorrere in questi quasi 2000 anni dalla sua morte. Parlare di San Ponziano perciò è dire della memoria della nostra città e della nostra diocesi. Perché un popolo che ignora o dimentica le proprie radici si condanna a non avere futuro.

Per la comunità cristiana il Patrono è ispirazione ed esempio, e nello stesso tempo è colui che “inter-cede”, che parla cioè in favore del suo popolo: alimenta la vita spirituale, sostiene la speranza, diffonde la carità, difende nel momento del pericolo, rincuora nel tempo della prova, sprona nella stagione delle passioni tristi, esercitando una continua sollecitudine per il vero bene di quanti a lui si affidano. Penso che San Ponziano ci direbbe oggi che se la comunità cristiana e civile di Spoleto vuole guardare con fiducia e fierezza verso il futuro, lo può fare solo coltivando un’anima che definirei “dilatata”. Dilatata per lo sguardo sulla vita delle persone e sui temi della città; dilatata per la passione che promuove nuovi legami sociali; dilatata per la cura del bene comune contro ogni particolarismo; dilatata per lo spirito di pace e di tolleranza; dilatata per il compito dell’educazione e del futuro dei giovani; dilatata per la carità rivolta verso tutti senza distinzione di religione e di provenienza; dilatata per la condivisione del destino della città e del territorio; dilatata ancora per il “supplemento d’anima” di cui questo tempo, ricco di mezzi e povero di significati, ha estremamente bisogno non solo per stare bene, ma per vivere bene.

 La Passio che documenta il processo di Ponziano evidenzia sostanzialmente due aspetti: in primo luogo il coraggio e la libertà interiore che, pur di fronte alla concreta possibilità di morire, lo hanno condotto a non arretrare davanti agli accusatori; in secondo luogo, la determinazione ad essere fino in fondo testimone coerente di  Gesù Cristo, nella convinzione che l’unica vera vita è quella con Dio e che, nell’attesa di quella eterna e amando profondamente quella terrena, anche la prova e la fatica trovano un senso e un fine (cf Mc 8, 36; Fil 3, 7-13). Il coraggio della verità e la decisione per il bene costituiscono dunque l’eredità preziosa che siamo chiamati a raccogliere dal nostro Patrono.

Il coraggio della verità, innanzitutto. Qualcuno ha parlato di “tempo sospeso” per definire quello che stiamo vivendo. Personalmente, preferisco chiamarlo “tempo di riscoperta”. Avevamo pensato di poter vivere senza tormentarci ad affrontare le questioni fondamentali del perché della vita e della morte, del senso della sofferenza e della capacità di sopportarla, della gioia per la quale l’uomo è fatto, della sua sete di infinito e di bellezza, della sua libertà che va sempre coniugata con la responsabilità; non ci preoccupavamo di capire che cosa nasconda il bisogno di prossimità e di tenerezza, di una relazione verace e trasparente e, al tempo stesso, di una pausa per habitare secum (come dicevano i latini) nel silenzio nella solitudine; così come non abbiamo mai imparato a scoprire fino in fondo quanto abbiamo in cuore, attenti a ciò che lo può infettare. In una società che ha accumulato tantissimi saperi, dove in un telefonino è concentrato un mondo di tecnologia, avevamo perso “il sapere della vita”. La pandemia nella quale siamo immersi nostro malgrado ci riconduce brutalmente a noi stessi e ci insegna a non continuare a mentirci e farci del male, ignorando le domande che contano. Dobbiamo reimparare il sapere della vita, mettendoci onestamente e con coraggio di fronte al nostro io interiore, per arrivare ognuno a compiere una scelta di campo libera e responsabile.

San Ponziano ci insegna poi la determinazione per il bene. Quanto è necessario oggi riportare al centro della attenzione il concetto di “bene”, per liberarlo dalle interpretazioni individualistiche e consumistiche, e restituirgli il suo senso proprio che è quello di essere “comune”! Missione primaria e irrinunciabile che incombe innanzitutto a quanti sono stati chiamati dalla fiducia popolare ad esercitare azioni di governo.

Da troppi anni l’agire politico, sia a livello nazionale che locale, ha assunto le caratteristiche di una battaglia di potere più che di un confronto di idee leale e costruttivo: il risultato è una politica dal corto respiro e incapace di visione e di coraggio. Un autentico confronto deve essere orientato a cercare ciò che è bene per la nazione e per la città in un determinato momento della sua storia e deve permettere a ciascuno di sentirsi partecipe di un processo positivo, sia che la partecipazione venga assicurata da chi governa che da chi sta all’opposizione. Purtroppo dobbiamo spesso assistere ad un triste spettacolo, simile ad una guerra senza esclusione di colpi, che produce inevitabilmente lacerazioni profonde. Non sarà facile ricostruire un tessuto sano. Ma non c’è alternativa. «Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle giovani generazioni. Ognuno faccia la propria parte», ammoniva il Presidente della Repubblica nel recente Messaggio di fine anno. E continuava: «Ora dobbiamo preparare il futuro. Questo è tempo di costruttori. Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte», concludeva.

Mi sembra che San Ponziano richieda a tutti noi di convertire il cuore e rimodulare il modo di pensare e di agire, offrendo ciascuno al Paese e alla città il proprio contributo di riflessione, di competenza e di dedizione operosa. I cristiani parlano in questi casi di un atteggiamento fondamentale: quello dell’amore per il prossimo. L’amore per il proprio simile è una costruzione; non è una collezione di buoni sentimenti, né è appannaggio delle anime belle; non sfugge alla prova della realtà, ma richiede di coltivare un saper pensare, un saper vivere, un saper fare, insieme alla capacità di impegnarsi con generosità, di mediare e di risolvere i conflitti che inevitabilmente insorgono. Non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà comunque a finire bene, ma la certezza che vale la pena spendere la vita per un grande ideale, indipendentemente da come andrà a finire. Chi si muove sulla spinta dell’amore fraterno sa che non è nel compimento dell’opera la prima e fondamentale ricompensa, ma nel cammino che, camminando, si apre.

In questo nuovo anno, paradossalmente aiutati da un flagello che mette in discussione le certezze acquisite e sovverte le abitudini personali e sociali, ci è chiesto di scrivere una pagina nuova della storia comune, dentro un avvenire che non è predeterminato, ma che dipende da noi. Insieme con l’intercessione di San Ponziano, ci sia di aiuto il monito di un antico Padre della Chiesa: «Il denaro e i beni che possiedi costituiscono il valore del tuo patrimonio. L’amore che hai dentro di te costituisce il valore della tua stessa vita» (S. Agostino, Sermo 34, 7).

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