Omelia nella festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2017

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Omelia nella festa di S. Ponziano, 14 gennaio 2017
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Festa di S. Ponziano 
Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2017 
 

Alessandro Manzoni, descrivendo ne I Promessi sposi l’accorrere della gente per incontrare il Card. Federico Borromeo, scrive: «Per un uomo. Tutti premurosi, tutti allegri, per vedere un uomo… Un uomo persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto» (cap. XXII). Potremmo dire la stessa cosa di noi, convenuti in questa Basilica secolare «per vedere Ponziano», affascinati dalla sua storia e dal suo messaggio. Il nostro Santo infatti continua a parlare a Spoleto e alla sua gente e a ricordare a tutti che la vita è un dono e un impegno, una grave responsabilità.

La “Passio Pontiani” custodita nei Lezionari del Duomo attesta che il giovane fu posto dal giudice Fabiano di fronte alla scelta: venerare gli dei romani ed avere salva la vita o andare incontro alle torture e al carcere e, finalmente, alla morte. Egli non esitò: certamente custodiva nel cuore le parole del Maestro che abbiamo appena ascoltato: «Chi ama la propria vita la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna». Disse dunque al carnefice: «Mia madre mi ha imposto il nome di Ponziano, ma più di ogni altra cosa al mondo desidero essere chiamato cristiano. Io confido nel Signore; non temo quello che mi potrà fare l’uomo». E così, presso il Ponte Sanguinario, firmò con il sangue la sua adesione al Signore Gesù.

Noi siamo qui questa mattina per fare memoria grata e riconoscente del suo martirio. Perché le ferite sono il segno dell’amore, se sono patite per amore. Per quanto non finirà mai di apparire scandaloso che l’amore esponga alle ferite, anche mortali, esse costituiscono la prova della sua forza (cf Ct 8, 6). La capacità di rimanere ben saldi nella comprensione di questo misterioso legame tra l’amore e le ferite è la sorgente di ogni vero coraggio e di ogni vera compassione, perché sottrae al calcolo, che rende l’animo piccolo e vile: inadatto alla parresia, ossia alla franchezza che viene dalla libertà dello Spirito, e incapace dei miracoli di agape, ossia della potenza di guarigione che viene dalla misericordia di Dio.

Che cosa siamo venuti a vedere, dunque, questa mattina? L’icona di un’anima bella e ignara, che non conosce il dolore? Un’anima bella e ignara non sa nulla dell’amore. Ed è incapace di compassione. No. Noi siamo venuti a vedere un uomo coraggioso, che si è consacrato alla testimonianza di un Amore il cui Spirito fa vivere anche le ossa più aride e fa risorgere anche dalle ferite più orribili. Siamo venuti a vedere un uomo che ha conosciuto le tragedie e non ne è stato vinto; un uomo docile allo Spirito e forte della fede in Dio: senza la quale la Chiesa non vive e il mondo si accartoccia su se stesso.

Risplende così davanti alla nostra assemblea la meta luminosa della santità. Non dobbiamo avere paura della parola “santità”, quasi si trattasse di un eroismo impossibile: santità è la partecipazione gratuita alla vita stessa di Dio, ed è quindi grazia, dono, prima di essere frutto dei nostri sforzi. Il cammino che ci viene proposto sull’esempio di san Ponziano è una consegna totale nella fede, nella speranza, nell’amore, al Dio della vita eterna; una consegna a lui che si attua nell’esistenza quotidiana vissuta con amore e gioia, accettando le prove e le consolazioni di ogni giorno con la certezza che tutto ha senso davanti al Signore. Perché, in fondo, è più facile essere santi che mediocri: la mediocrità comporta fatica, amarezza, noia; la santità invece suscita gioia, creatività, limpidità di cuore.

Le letture bibliche che sono state proclamate annunciano lo stesso messaggio. Il breve testo del Vangelo secondo Giovanni esprime già il senso degli altri due: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo … Se uno mi vuol servire mi segua…» (12, 24-26). Il seme è Gesù che, con la morte di croce, porterà frutto abbondante donando la vita a tutti gli uomini. Il giovane Ponziano è icona del perfetto discepolo di Cristo: ha reso a lui una testimonianza pacifica accettando il martirio, ha donato la vita per la fede, e il suo sacrificio è stato come un seme che ha portato frutto per la crescita della Chiesa spoletina.

Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, ringrazia anzitutto Dio che, attraverso le prove della vita, lo assimila al trionfo finale di Cristo e applica l’immagine del profumo sia al messaggio che ai messaggeri, ad indicare che il Vangelo comporta la scelta tra la vita e la morte. La comunità di Corinto è la sua vera lettera, scritta con lo Spirito del Dio vivente. La lettera della Chiesa di Spoleto è il martirio di san Ponziano, che l’ha battezzata nel sangue.

La prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, illustra la sorte finale dei santi e dei martiri, di coloro che sono passati attraverso la tribolazione e sono risultati vincitori nella fede del Signore Gesù. Per questo stanno davanti al trono di Dio e la loro voce diventa presso di lui intercessione potente in favore dei fratelli.

Alla preghiera di San Ponziano la nostra città si affida fiduciosa attraverso i secoli. Se la tradizione vuole che la terra abbia tremato al momento del suo martirio, è dal 14 gennaio 1703 – quando si ebbe la prima di una lunga serie di scosse che avrebbero funestato la regione – che la devozione popolare gli attribuisce la profezia: «Spoleto tremerà ma non crollerà». E noi questa mattina riconosciamo la protezione di San Ponziano nel fatto che, pur in mezzo alle macerie delle case e delle chiese, non dobbiamo piangere vittime.

Alla sua preghiera desideriamo ancora raccomandare le popolazioni e i paesi vicini a noi che, come e più di noi, portano le ferite del recente sisma; mentre a loro ci stringiamo in un abbraccio orante e solidale. Proprio per questo abbiamo desiderato avere tra noi questa mattina – e li saluto fraternamente e li ringrazio a nome di tutti – i Vescovi di quelle zone, insieme con i Vescovi nativi della nostra diocesi, con l’Abate di Montecassino che ci porta il messaggio sempre vivo di San Benedetto, e con l’Arcivescovo Riccardo, che qui ha vissuto il terremoto del 1997.

Da sempre i terremoti e le altre catastrofi naturali rendono pensosi gli uomini. E di fronte ad eventi di questa portata essi rinnovano l’esperienza bruciante della loro piccolezza e della loro impotenza. Ma anche scoprono ed esperimentano una rinnovata fortezza d’animo, il coraggio, la tenacia e – insieme – la pazienza e la solidarietà nell’aiuto vicendevole. E quindi la fede, che si manifesta nei gesti e negli atteggiamenti di una grande umanità.

Il terremoto lascia il segno: «Le ferite guariranno, ci ha detto il Papa nell’incontro famigliare di giovedì della scorsa settimana, ma le cicatrici rimarranno per tutta la vita, e saranno un ricordo di questo momento di dolore… La vita non sarà più la stessa di prima». Ci piace pensare allora al tempo che si apre davanti a noi come ad una grande occasione per compiere un salto di qualità, per “ricostruire” – insieme alle case, alle chiese, ai luoghi del lavoro e dello svago – anche l’uomo “dal di dentro”. Occorre guardare avanti con sguardo lungo e alto, in uno sforzo condiviso di intelligenza e di comprensione; attenersi fedelmente non alle opinioni correnti e ai calcoli interessati ma a ciò che è vero, buono e giusto; non accontentarsi di un ottimismo senza fondamento ma alimentare e custodire la speranza. È urgente rinnovare in qualche modo un patto sociale e civile, riscoprire le buone ragioni per stare insieme, resistere alla tentazione dello scoraggiamento e della delusione, non lasciarsi abbattere dal moltiplicarsi dei segni di logoramento, visibili anche quando lo spazio pubblico si configura come mera palestra di incontro di interessi, nei cui confronti si cerca di procedere contrattualmente, fino al punto che gli interessi diventano pubblici e i valori vengono confinati nel privato.

«Per ricostruire ci vogliono il cuore e le mani, le nostre mani, le mani di tutti», ha affermato ancora Papa Francesco. Vogliamo pensare e sperare che la ricostruzione, di cui tanto si parla, dia inizio ad una nuova stagione che riproponga le virtù civiche come l’onestà, la volontà di servizio, l’impegno per il bene comune e l’attenzione agli ultimi, la salvaguardia dei diritti di tutti; una stagione in cui tornino a risplendere il coraggio, la sobrietà, la responsabilità, il dialogo, l’unità e contemporaneamente competenze, politiche e tecniche, da mettere insieme in un gioco di squadra, indispensabile per conseguire – senza inutili lungaggini burocratiche – quel risultato che tutti attendiamo e che esprima creatività e crescita per una autentica rinascita dei nostri borghi e delle nostre città.

Alla intercessione immancabile del nostro antico Patrono, che non ci ha mai abbandonati, affidiamo il tempo che stiamo vivendo e le gravi responsabilità che ci attendono a livello ecclesiale e civile: la sua preghiera ci ottenga il dono della sapienza del cuore e l’energia necessaria per passare dalla facile verbosità alla difficile concretezza delle attuazioni e risvegli in tutti quelle potenzialità di bene capaci di rendere la vita bella, buona e ricca di frutti.

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