Omelia nel Giorno di Pasqua
Spoleto, Basilica Cattedrale, 20 aprile 2025
Tra i giorni che concludono la vicenda terrena di Gesù di Nazareth e quelli che frantumano il sepolcro varcando nel mistero il limite umano – quello più duro, ossia la morte – troviamo lo smarrimento dei discepoli, umanissimo e doloroso di fronte alla tragedia accaduta al Maestro, stupito e ammirato davanti a un annuncio di resurrezione.
Se abbiamo il coraggio di andare oltre le apparenze, non possiamo non sentirci solidali con loro perché spesso anche noi viviamo un disorientamento simile a quello di Pietro e degli altri apostoli, di Maria di Magdala e anche della Madre: un mondo sta finendo o è già finito, una stagione si va esaurendo e qualcosa di nuovo e inaudito comincia a farsi strada: modi di vivere la vita, di condurre l’esistenza, e anche di intendere, incarnare e comunicare la fede. Già qualche anno fa Papa Francesco ci ha avvisati: «Non siamo in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento di epoca».
E noi ci ritroviamo come le donne al sepolcro: intravediamo i raggi dell’alba senza che la notte sia finita. Forse, questa è la condizione del cristiano da sempre, fin da quel mattino di Pasqua: Cristo è risorto, la tomba è vuota, la pietra che la chiudeva è posta accanto; ma siamo ancora pellegrini nella storia, tra fatiche e gioie, lacrime e sorrisi, protesi verso il ritorno glorioso del Signore, «nell’attesa della sua venuta».
Dobbiamo riconoscere che spesso una tale tensione è proprio quella che attraversa le nostre piccole vite di uomini e donne in cammino, in cerca del volto di Dio che talora troviamo e altre volte ci sfugge; pellegrini che sciolgono le proprie giornate tra la notte e l’alba, tra l’essere in movimento perché abbiamo deciso di seguire Cristo e le pause dovute alle nostre fragilità, ai nostri dubbi, alle nostre stanchezze. Intanto, come per le donne al sepolcro, ci viene incontro un annuncio di stupore: la morte non ha avuto l’ultima parola perché Dio, nel fondo dell’abisso, ha aperto la possibilità di una nuova vita, di una vita risorta. Nella storia del mondo, nella storia di ogni persona, non sono poche le morti e le risurrezioni; ma dall’alba di quel giorno questa diviene la legge del Regno: c’è sempre una possibilità di rinascita, di ripartenza, di speranza. La stessa speranza che ci ripropone l’anno del Giubileo che stiamo celebrando. Non una speranza a basso prezzo, di superficie, ma una speranza profonda, vera. Perché la speranza cristiana è infinitamente più grande di quel certo benigno ottimismo con cui a volte la si confonde. «Andrà tutto bene», recitavano dalle finestre di mezza Italia dei cartelli colorati, nel 2020. Invece, il Covid è stata una strage: non è andato affatto “tutto bene”.
Ecco: la speranza cristiana non è quella, non è un farsi coraggio né un augurarsi di cavarsela alla meno peggio. La nostra speranza è ben altro, e si fonda su una certezza: Cristo è risorto, ha vinto la morte. La morte non opprimerà gli uomini per sempre. Se a quel sepolcro vuoto non crediamo davvero, valgono per noi le parole di Paolo ai Corinzi: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1 Cor 15, 17). Questo è il discrimine della nostra speranza: Lui è risorto! Questa la speranza che nessuno ci può togliere, nemmeno la strage russa a Sumy la domenica delle Palme, il genocidio in corso a Gaza, l’inefficienza degli Organismi internazionali o una politica incapace di mediare per il bene comune, che gioca d’azzardo con la vita dei popoli. Questa mole di crudeltà e sofferenza che pure ci sconvolge e ci immedesima nel dolore di altri uomini, e ci spinge a portare soccorso, non può incrinare la nostra più profonda speranza: risorto dai morti, vivente in Dio, Cristo ci attira a sé (cf Gv 12, 32); incontrandoci nel profondo del nostro essere, pieno di tristezza o di gioia, ci apre alla sua relazione con il Padre e alla comunione con i fratelli, spesso immersi in un mondo che, sotto una facciata spensierata ed euforica, è in gran parte senza attese vere e senza domani. Essere testimone di speranza è oggi il dono più bello che il credente può fare ai suoi simili.
Ogni giorno Cristo risorge nel cuore di chi crede, spera, ama e la sua vicinanza riempie totalmente il cuore: dobbiamo aprire gli occhi per vederlo e capire che è lui a trasformare la nostra esistenza. Gesù è con noi, in mezzo a noi, non ci abbandona mai. E come risorto, vivo e vicino, è il principio della nostra speranza e della nostra gioia. Rallegriamoci ed esultiamo!