Omelia nel giorno di Natale, 25 dicembre 2016

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Giorno di Natale 
Cascia, Tensostruttura abibita a Centro Pastorale, 25 dicembre 2016 

 

Abbiamo appena ascoltato l’annuncio dell’Incarnazione del Figlio di Dio nella sua altissima formulazione dottrinale: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Lo stesso mistero è stato presentato nella messa di questa notte, nel suo svolgersi storico a Betlemme, con la narrazione della nascita di Gesù e l’annuncio che gli angeli ne danno all’umanità. Un evento che sollecita la risposta degli uomini, concretamente presentata nel cammino dei pastori che si avviano alla grotta. Betlemme. Il mistero del Natale in sé, nel suo divenire storico e nella accoglienza da parte dell’uomo, sono da meditare insieme. Noi dobbiamo però fermare la nostra attenzione sulla liturgia di questo giorno, dedicata al mistero nella sua sublimità, e le nostre parole umane risultano sempre inadeguate perché si tratta del mistero stesso di Dio. «Il Verbo si è fatto carne», la Parola interiore di Dio diventa un individuo storico particolare, un piccolo Bambino nel presepio, cosicché unico e identico è l’eterno Verbo di Dio e questo Bambino nato a Betlemme.

Scrive un autore contemporaneo: «Tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere “dio”. Solo Dio vuole essere bambino» (L. Boff). Il Verbo di Dio, increato, assume delle proprietà in virtù delle quali si fa bambino, senza cessare di essere Figlio di Dio. Gesù uomo sarà quindi conscio di sé e come eterna Parola di Dio e come persona storica, e nelle sue opere e parole esprimerà e rivelerà Dio. Vivendo, soffrendo, morendo come essere umano, Egli compirà un insieme di azioni straordinarie con cui supererà, vincerà e riparerà tutti i danni causati dalla malvagità morale degli individui, delle società e della storia. E, grazie a una relazione intima con lui, la vita stessa di Dio potrà essere condivisa dagli uomini, in un’unione vicendevole di conoscenza e di amore.

Comprendiamo allora, di fronte a parole tanto grandi che osiamo appena balbettare, la pagina del profeta Isaia, proclamata nella prima lettura come coscienza della Chiesa: «Prorompete in canti di gioia…Tutti vedranno la salvezza del Signore» (cf Is 52, 7-10). Siamo qui per fare nostri quei canti di gioia, le voci delle sentinelle che rispondono all’annuncio del messaggero: «Ecco la salvezza, ecco Gesù, il consolatore, il liberatore, il Figlio di Dio nato per noi». È così grande e così inaudito l’annuncio degli angeli: «Oggi è nato per voi un Salvatore, Cristo Signore», che persino le rovine di Gerusalemme – dice ancora il profeta – sono invitate ad un inno di giubilo: «Prorompete in canti di gioia, rovine dì Gerusalemme!».

Sono, oggi, le rovine della violenza che insanguina popoli a noi lontani e a noi vicini (come non pensare alle città di Aleppo e di Berlino, martirizzate dalla brutalità degli uomini); sono le rovine della fame e della povertà; le rovine della nostra società, come l’incertezza civile e politica, la disoccupazione, l’ingiustizia, la corruzione; sono le rovine delle nostre case e delle nostre chiese, sfregiate o ridotte ad un cumulo di macerie; sono le rovine interiori di ciascuno, che ci opprimono e fiaccano la nostra esistenza: la paura del futuro, la delusione e lo scoraggiamento, la tentazione di partire, amarezze, malumori, solitudini. Rovine che inducono il rischio del rinchiuderci in noi stessi, così da non essere più in grado di vedere la luce che può squarciare le tenebre.

È vero: il terremoto ha come polverizzato le certezze di una vita normale, le conquiste realizzate con anni e anni di lavoro e sacrifici, le speranze riposte in progetti per il domani. E poiché l’attualità non prova alcuna pietà, nemmeno in presenza di tragedie simili, la cronaca documenta continuamente fatti sconcertanti, richiamando l’attenzione su miserie di ogni sorta: guerre e conflitti in varie parti del mondo, viaggi della fortuna e sbarchi di immigrati, episodi di violenza e criminalità varia, incertezze di ordine politico, economico e finanziario a livello nazionale ed internazionale. È come se quell’ammasso di sassi volesse seppellire anche le ragioni della speranza.

Tuttavia, negli incontri e nelle interviste ai terremotati trasmesse da radio e televisione e riportate sui giornali, è apparsa la loro dignitosa reazione, la dichiarata volontà di restare ancorati alle proprie origini e la determinazione nel richiedere ogni sostegno necessario per la ricostruzione, senza sottrarsi a collaborarvi in prima persona. E anche noi uniamo la nostra alla loro voce per rinnovare l’impegno e sottolineare l’urgenza di una ricostruzione morale e materiale: morale, che faccia a tutti ritrovare fiducia e determinazione; materiale, che a tutti restituisca una vita sicura e dignitosa.

«Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme!»; il buio che è dentro di noi e intorno a noi è rischiarato oggi dallo splendore del Natale. La luce splende nelle tenebre. Il Figlio di Dio si fa uomo per entrare nel mondo buio e pieno di rovine; egli viene in mezzo a noi, è tra noi realmente, storicamente ha preso la nostra stessa carne, si è fatto uno di noi per fare di noi uno con lui. Il Natale è un avvenimento storico ed universale, di proporzioni immense, ma insieme è un evento intimo e personale, perché per ciascuno di noi il Verbo di Dio si è inserito nel tempo, per salvarci e liberarci dalle tenebre.

Il piccolo Gesù che adoriamo nel presepio è il segno della salvezza e dell’amore di Dio. Nella sua piccolezza conosciamo il volto del Padre, la sua straordinaria potenza. Dio è talmente grande da amarci al punto di farsi piccolo; in Gesù, Dio si svuota di sé in qualche modo, per condividere fino in fondo la nostra sorte. Perché condividere è la forma suprema dell’amare. E qui vogliamo ringraziare tutti coloro, singoli ed Istituzioni, che in questi mesi non ci hanno fatto mancare la loro presenza, il loro aiuto, la loro fattiva solidarietà.

Possiamo dunque ascoltare il brano bellissimo del prologo di Giovanni come il racconto dell’itinerario del Figlio di Dio che, dalla luce divina, penetra nel buio dell’umanità, in un viaggio che incontra ostilità e porte sbarrate, ma anche disponibilità ed accoglienza. Il Signore resta sempre viaggiatore, viene a noi quest’oggi, continua e continuerà ad offrire la sua luce, l’unica che scioglie il gelo dell’egoismo, della superficialità, del male e del peccato.

Sta a noi accogliere almeno un raggio di questa luce, perché illumini la mente e riscaldi il cuore nella “avventura” che tutti dobbiamo quotidianamente intraprendere: dalle macerie del terremoto può nascere un modo nuovo di stare insieme che superi l’individualismo e ci faccia solleciti del bene comune; può essere definita una nuova regola di vita sociale, che si sviluppi nella giustizia e nell’onestà; può prendere origine un nuovo stile caratterizzato da accoglienza e rispetto reciproco, attenzione concreta a chi è nel bisogno, collaborazione e mutuo sostegno, per guardare al futuro con forza, fiducia e speranza.

Potrebbero essere i doni che, secondo la tradizione, riceviamo nel Natale. Chiediamoli insieme, gli uni per gli altri, e sarà davvero un buon Natale.

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