Omelia Messa Crismale 2020

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Omelia dell’Arcivescovo alla Messa Crismale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 30 maggio 2020
 

«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). La parola profetica di Isaia trova ancora una volta la sua misteriosa realizzazione nelle nostre umili persone e nel gesto sacramentale che stiamo per compiere. In attesa di accogliere il dono dello Spirito Santo, ci riuniamo questa mattina nella comunione ministeriale per aprire, nel nome e nella persona di Cristo, le sorgenti nuove della grazia, che si diffonderà per un anno intero sulla Chiesa di Spoleto-Norcia pellegrina nel tempo. E da questa fonte inesausta la nostra Chiesa diocesana verrà di giorno in giorno riedificata, purificata e vivificata per un rapporto vitale con il suo Signore. Per questo possiamo applicare a ciascuno di noi le parole profetiche – impegnative e solenni – di Isaia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato» (cf Is 61, 1-2).

Ministri di Cristo, uniti a lui in modo singolare, noi garantiamo l’esercizio del suo sacerdozio e siamo destinati ad essere protagonisti umili, ma indispensabili, della storia della salvezza; siamo – secondo l’espressione paolina – «servi di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor 4, 1). Così ci sentiamo e così pensiamo a quanti tra noi celebrano un anniversario significativo del proprio ministero presbiterale: don Dario Del­l’Orso 70 anni, mons. Giuseppe Chiaretti 65 anni, don Giu­lia­no Me­dori 55 anni, don Renzo Per­siani 50 anni, p. Angelo Be­da Ison, dei Francescani della Custodia di Terra Santa, 25 an­ni. Mentre facciamo grata me­mo­ria di don Natale Rossi, di p. Luigi Montanari, degli Agosti­nia­ni di Cascia, di p. Bonaven­tura Vergari, dei Francescani di Monteluco, e di don Gio­van­ni Fer­ri, chiamati in que­sto ulti­mo anno a celebrare la liturgia del cielo.

L’esercizio del nostro ministero si colloca in un tempo particolare che ha “scombussolato” la vita del mondo. Ma ogni crisi è fonte di trasformazione. Così come di purificazione, di correzione, di rinnovamento. E, prima ancora, di verità. Perché ha la caratteristica di porre in evidenza ciò che normalmente rischia di passare in secondo piano; diventa una opportunità per ricentrarsi sull’essenziale, che non è diverso da ciò che dovrebbe orientare le scelte e i comportamenti di ogni tempo. E allora bisogna provare a decifrare ciò che abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo…[1].

Impotenza, incertezza, paura, solitudine, sono sentimenti che abbiamo esperimentato in prima persona e con le nostre comunità. Siamo stati spogliati delle abitudini e delle occupazioni che consideravamo la struttura portante della nostra identità, che è stata inevitabilmente messa in discussione. La sofferenza e il disagio che abbiamo provato ci hanno fatto vedere che un certo modo di vivere la Messa, i sacramenti e le devozioni personali, spesso concentrate sul clero e sui locali parrocchiali, sono ciò su cui effettivamente poggia la nostra prassi pastorale consueta, perché sono quelle più ovvie e più facili. E quindi tutti o quasi siamo stati portati a replicarle nelle piattaforme digitali. Abbiamo inoltre avuto conferma che il popolo cristiano, in gran parte, è impreparato a vivere e gestire in modo attivo, creativo e responsabile le espressioni della propria fede. Nel contempo, però, sono germogliate cose belle e per certi versi inaspettate: la riscoperta di relazioni più autentiche, la condivisione nella fede in famiglia, un contatto più profondo e vitale con la Parola di Dio, una rinnovata attenzione e sensibilità operativa nei confronti di chi è nella sofferenza e nel bisogno.

Non possiamo sapere ora – e sarebbe imprudente pretenderlo – quali indicazioni verranno dalla riflessione e dalla ricerca comune; forse dobbiamo anche prevedere e accettare che delle risposte fattive non le avremo nell’immediato. Per questo dobbiamo porci in un atteggiamento di ascolto e discernimento, per cogliere quanto lo Spirito dice alla nostra Chiesa (cf Ap 2, 7). L’incontro di martedì scorso con il Collegio dei Pievani e l’Assemblea del Clero che speriamo di poter celebrare a metà giugno ci collocano già in questa prospettiva. Sappiamo bene, però, che per poter individuare e orientare con sapienza e parresia il cammino da intraprendere, abbiamo più che mai bisogno dell’aiuto di Dio. Perché «se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori» (Sal 127, 1). Chiedo pertanto a voi, fratelli sacerdoti, di dedicare un’ora in preghiera con questa intenzione ogni giovedì, dalla settimana prossima fino alla solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno: tutto il nostro presbiterio, unito in fraternità (cf At 4, 32), si presenta così presso l’Altissimo come un movimento corale di supplica e di intercessione per la nostra Chiesa diocesana e per il suo Vescovo.

L’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco ci offre già alcune preziose indicazioni (cf n. 33) quando ci chiede di diventare audaci e creativi nel ripensare obiettivi, strutture e metodi, per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria; riscoprire sobrietà ed essenzialità; immaginare e realizzare forme nuove per esprimere la vita cristiana; curare la qualità delle relazioni e la ricerca di forme di prossimità che manifestino il volto materno della Chiesa; sviluppare la fantasia pastorale a livello di comunità parrocchiali; rivalutare il sacerdozio dei battezzati e il battesimo dei presbiteri, cioè incoraggiare la creatività e la responsabilità ecclesiale dei laici e, allo stesso tempo, ritrovare una dimensione umana, evangelica e fraterna della vita del prete, ridimensionando tutto ciò che è accentrato su di lui; approfondire il senso profondo dell’Eucaristia secondo la Scrittura e il Concilio e, di conseguenza, riconsiderare l’onnipresenza delle Messe.

E stiamo attenti e vigilanti: le strutture mentali e pastorali di cui siamo stati spogliati ritorneranno con forza (nel nostro inconscio e anche in tante richieste che riceveremo dalla gente) a pretendere di essere recuperate e ripristinate. Il rischio è quello di voler raccogliere le cose belle e nuove nate o scoperte in questo periodo “aggiungendole” a quelle che abbiamo sempre fatto (e sarebbe un modo di non ascoltare in profondità quello che ci sta accadendo).

Domandiamoci, ad esempio, come investiremo energie sulla ricerca di prossimità, di elaborazione della fede in casa e in famiglia se i locali parrocchiali saranno sempre al centro delle nostre attività, dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni economiche; come dedicarci all’accompagnamento dei ragazzi nel momento in cui si pongono le grandi questioni della vita, come curare le relazioni e l’ascolto se gran parte del nostro tempo sarà dedicato all’organizzazione di attività diverse (per non parlare degli impegni amministrativi dei parroci e ora anche degli adempimenti della sicurezza circa la diffusione del virus…); come metteremo al centro la Parola di Dio se dovrà essere incastrata tra le celebrazioni delle varie Messe; come potremo accompagnare le persone e le comunità nel disagio che ci travolgerà, dal punto di vista economico, umano-psicologico, spirituale, relazionale, tenendo presente che questo disagio lo viviamo e lo vivremo anche noi presbiteri…

Intanto, vorrei lasciare a me e a voi due verbi, che possano accompagnare e anche illuminare il cammino che ci attende. La situazione straordinaria che abbiamo vissuto è stata ed è ancora un importante esercizio di distacco. Distacco dalle abitudini e attività (e attivismo…) che riempivano le nostre giornate. Il primo verbo su cui siamo invitati a soffermarci, come questione urgente, è dunque “lasciare”. Come affronteremo la paura di lasciare? Perché certamente dovremo scegliere di lasciare alcuni aspetti della nostra abituale vita ecclesiale. Saremo in grado di compiere qualche scelta coraggiosa? Come accompagneremo le comunità nell’abbandonare abitudini consolidate e non più corrispondenti al tempo che viviamo? Come le aiuteremo ad investire in percorsi inediti? Sarà importante come presbiteri e come Chiesa diocesana dare un nome alle paure, altrimenti esse domineranno le scelte (o le non-scelte)…

Il secondo verbo è “desiderare”. Siamo preti ancora capaci di desiderare un domani per la nostra Chiesa? Sentiamo la gioia di metterci in gioco, di lasciarci inquietare, di non rassegnarci al quieto vivere? Desiderare è guardare la stella polare del nostro ministero, è sentite la nostalgia per quello cui abbiamo donato la vita. I preti anziani non dovrebbero contare solo gli anni che stanno davanti a loro, ma essere lieti che i sogni per i quali hanno faticato lungo il loro ministero siano consegnati con nuovo slancio alla generazione futura. I sacerdoti di mezza età dovrebbero sentire che il meriggio fecondo del loro ministero non è una rendita, ma un tesoro prezioso in vasi di creta (cf 2 Cor 4, 7), la manna che deve essere rinnovata ogni giorno (cf Es 16, 16-20), vivendo il dono del ministero non da soli ma nella sinfonia dei legami ecclesiali. I preti giovani intuiscono che la Chiesa di domani sarà la loro Chiesa. Forse saranno meno numerosi, ma se non coltivano fin da ora legami di fraternità e di prossimità tra loro, con i giovani, le famiglie e le comunità, non potranno tessere il loro futuro. Carissimi fratelli, torniamo a risvegliare il desiderio, non deprimiamoci nel consumo della gratificazione istantanea, non confondiamo la fedeltà con la mediocrità. La fedeltà è sempre creativa. Se muore la creatività pastorale vuol dire che si è spenta la passione nel cuore del pastore, che allora diventa il funzionario del divino o il custode del museo. Dalle circostanze che stiamo vivendo e da questa stessa celebrazione nasce per il nostro presbiterio l’invito a coltivare sogni in grande! Un sogno, se non è condiviso, si intristisce e dura lo spazio di un mattino; non regge alla prova del tempo. Un sogno richiede coraggio, calore, fiducia, generosità. Torniamo a desiderare, camminando insieme! O risorgiamo insieme oppure languiremo per il tempo a venire: dipende da tutti noi!

«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). Oggi, in quest’ora grande del nostro sacerdozio, mentre facciamo memoria grata e commossa della sua istituzione e della sua attualizzazione in noi, riprendiamo coscienza di questa misteriosa realtà, con immensa confusione per il nostro passato ma con rinnovato fervore per ciò che ci resta da vivere. E nell’esultanza, che ricopre ogni rossore, riascoltiamo – parafrasando – quanto Dio dice a ciascuno di noi per bocca del salmista: «Con il mio santo olio ti ho consacrato; la mia mano è il tuo sostegno, il mio braccio è la tua forza. La mia fedeltà e il mio amore saranno con te e nel mio nome s’innalzerà la tua fronte. Tu mi invocherai: «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza» (dal Sal 88).

 

1) Mi aiuta un testo interessante e stimolante che ho avuto recentemente tra le mani: F. Passaniti, Appunti di un prete nel “tempo sospeso”.

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