Natale 2012

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Natale del Signore 2012
Santa Messa del Giorno – Basilica Cattedrale, 25 dicembre

 

Di tutte le feste, nessuna più del Natale fa l’unanimità. Di tutti i ricordi del passato, nessuno è evocato con altrettanto fervore. Neppure negli avvenimenti più prestigiosi e significativi della storia si trova qualcosa di simile. Ma quando si sa che ciò che si ricorda è semplicemente la nascita di un bambino (cf Lc 2, 7) ai margini di un villaggio anonimo di Giudea (cf Lc 2, 8), si rimane sorpresi e confusi… Eppure, in ogni angolo della terra si celebra la memoria di questo evento.

Perché tutto ciò? Nel solo fatto della celebrazione del Natale c’è qualcosa che ci supera e sfugge a tutte le leggi della sociologia, della psicologia e anche della religione; qualcosa che nessuna tradizione acquisita saprebbe giustificare. Si tratta di un “fenomeno” che, da duemila anni, attraversa le culture, le civiltà e le epoche e raggiunge il più profondo dei cuori. È come se l’uomo (più o meno consciamente, è vero, ma anche in modo molto reale) ritrovasse qui il ricordo di qualcosa di essenziale. Si tratta dei beni più preziosi e desiderati: la verità, la libertà e l’amore, tre doni la cui sorgente sgorga a Natale.

 

Il primo è il dono della verità. Ma «che cos’è la verità?» (Gv 18, 38). Tutte le risposte possibili sono state proposte da parte dei più grandi sapienti, dei migliori pensatori, dei saggi più illuminati. Ma nessuno di essi si è imposto sugli altri. E la tendenza, o la tentazione, continua ad affermare, oggi forse più che mai: «A ciascuno la sua verità». E la verità si riduce così alla sincerità. Tutto è relativo, giacché tutto è ugualmente “vero”. Ciò che è vero “per sé” è percepito come vero “in sé”. Ma se tutto è “relativizzato”, allora tutto diventa illusorio. È sufficiente, in fin dei conti, mettere in atto degli “equilibrî di forze”, far coabitare così le diverse “morali”, far rispettare le nostre “leggi”, elaborare le nostre proprie “ideologie”. Scetticismo, nichilismo, esistenzialismo, relativismo ….(e la lista si potrebbe prolungare), diventano altrettante “religioni”.

 

Che cosa ci rivela invece il Natale? Ci dice che, se c’è una verità, essa ha necessariamente un carattere assoluto; se c’è una verità, essa non può essere molteplice, è unica; ci supera tutti, e nessuno potrebbe dire di possederla. Noi cristiani crediamo che esiste una verità, e che la verità è Dio stesso, che illumina, conduce e governa il mondo. Solo Dio può parlarci di Dio; solo il Creatore dell’uomo può dire all’uomo tutta la verità circa la sua esistenza; solo qualcuno che viene dal cielo può dire che cosa è il cielo e come lo si raggiunge (cf Gv 3, 12-13).

 

Ecco la grazia di questo giorno: Dio stesso riveste la nostra natura umana (cf Gv 1, 14) e viene incontro a noi per parlarci, guidarci, raccoglierci in unità. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (cf Is 9, 1; Mt 4, 16): appare tra gli uomini il Verbo di Dio fatto carne, «pieno di grazia e di verità» (cf Gv 1, 14), lo stesso che un giorno oserà dire ciò che nessun uomo ha mai detto: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8, 12); «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). Siamo liberi di accettarlo o di rifiutarlo; di credergli e di seguirlo o di misconoscerlo e di allontanarci.

 

Perché il secondo dono del Natale è proprio quello della libertà. Ma che cosa è la libertà? A che cosa serve in effetti vivere, se poi bisogna morire? A cosa serve essere liberati da una folla di alienazioni, se è per rimanere, nel più profondo di noi stessi, prigionieri del nostro mondo, del nostro peccato? A cosa serve essere autonomi, realizzati, ricchi, ammirati, se poi rimaniamo schiavi di noi stessi o perennemente minacciati da una interruzione della carriera o da un problema di salute?

 

Sappiamo quanto bisogno abbiamo di un liberatore (cf Sap 19, 9; Sal 144, 2). E a Natale gli angeli proclamano: «Oggi è nato per voi un Salvatore» (Lc 2, 11). «Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1), esorta san Paolo. Questo annuncio non è riservato a pochi privilegiati, ma è dono di salvezza per tutti gli uomini e vale per riscattarci da ogni iniquità (cf Tt 2, 11. 14). Ciò significa che con la nascita del Salvatore ci è restituita la libertà più vera (cf At 7, 34), malgrado tutte le nostre contraddizioni. La morte rimane, ma diventa l’ingresso nella vita. I nostri peccati persistono, ma possiamo ottenerne il perdono. Restiamo ancora schiavi di noi stessi, ma è possibile svuotarsi di sé per accogliere la vita di Dio. Siamo deboli e paurosi, ma a tutti è data la grazia sufficiente per diventare santi. Come scrive sant’Ireneo di Lione: «Il Verbo di Dio è venuto ad abitare tra gli uomini per abituare gli uomini ad abitare in Dio». Dipende da noi essere testimoni di questa verità: possiamo esperimentare una nuova nascita perché non siamo più schiavi ma figli, figli del Padre e coeredi di Cristo, partecipi della gloriosa libertà dei figli di Dio (cf Rm 8, 15-21).

 

Il terzo dono del Natale, poi, è quello dell’amore. Vorremmo tutti amare ed essere amati. E vorremmo tanto poterci amare gli uni gli altri. Ma conosciamo fin troppo bene le difficoltà che dobbiamo continuamente superare per realizzare un tale progetto. Che cosa ci rivela in proposito il Natale? Una meravigliosa Buona Notizia: noi siamo amati senza misura da Dio stesso, e possiamo amarlo in risposta, con tutto noi stessi (cf Deut 6, 5). «Dio infatti ha tanto amato il mondo – sta scritto – da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Ecco che cosa impariamo in questo giorno benedetto: il Padre stesso ci ama (cf Gv 16, 27), e tutta la nostra vita non è che un cammino verso di lui (cf Gv 14, 1-3).

 

Ma c’è di più: rivelandoci che Dio è nostro Padre, la nascita del Figlio ci ripete che siamo tutti fratelli (cf Mt 23, 8; Rm 8, 29), apparteniamo alla stessa famiglia, non siamo più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio (cf Ef 2, 19). «Da allora – scriverà san Cipriano – l’offerta migliore da presentare a Dio è la nostra fede nel suo amore e la nostra intesa fraterna». «Niente dunque – conclude san Benedetto – deve essere preferito a Cristo, perché lui stesso non ha preferito nulla a noi».

 

Davanti alla tenerezza manifestata dall’Onnipotente che si fa “piccolo bambino”, come non sentirci chiamati ad amarlo e a lasciarci amare? Un desiderio immenso di comunione discende dal cielo e coinvolge tutta la terra: Dio è nell’uomo e l’uomo abita in Dio.

 

Allora:

Crediamo umilmente ma fermamente nella verità.

Camminiamo nella gioia di una autentica libertà.

Impariamo ad amare con tutto l’amore che Iddio ci dona.

E sarà davvero – per tutti – un buon Natale!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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