Gli Insegnanti di Religione, al termine dell’anno scolastico, si sono riuniti a S. Sabino per un incontro di formazione spirituale. Don Avenati: «dovete crescere nella dimensione spirituale più degli altri vostri colleghi».

Gli Insegnanti di Religione, al termine dell’anno scolastico, si sono riuniti a S. Sabino per un incontro di formazione spirituale. Don Avenati: «dovete crescere nella dimensione spirituale più degli altri vostri colleghi».

Gli Insegnanti di Religione, al termine dell’anno scolastico, si sono riuniti a S. Sabino per un incontro di formazione spirituale. Don Avenati: «dovete crescere nella dimensione spirituale più degli altri vostri colleghi».

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Gli Insegnanti di Religione, al termine dell’anno scolastico, si sono riuniti a S. Sabino per un incontro di formazione spirituale. Don Avenati: «dovete crescere nella dimensione spirituale più degli altri vostri colleghi».
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Venerdì 23 giugno, presso la chiesa di S. Sabino in Spoleto, si è tenuto l’incontro di fine anno scolastico tra tutti gli insegnanti di religione della nostra Archidiocesi, organizzato da don Claudio Vergini, direttore dell’Ufficio diocesano per gli insegnanti di religione. Il pomeriggio è stato scandito da tre momenti: uno di formazione spirituale guidato da don Luciano Avenati, neo parroco di Norcia e parroco dell’Abbazia di S. Eutizio; uno di preghiera, che ha trovato culmine nella celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo; e, infine, uno di fraternità con la cena preparata dalle signore della parrocchia di S. Sabino. Ottima e attenta la partecipazione.

Don Avenati ha delineato l’identikit dell’educatore che fonda il suo servizio sulla solida roccia che è Cristo. «Come prima cosa – ha detto il sacerdote – è fondamentale la professionalità di chi educa; essa sarà efficace, però, solo se unita alla testimonianza di vita. È possibile educare solo se a nostra volta ci lasciamo educare continuamente». Ma perché educare? Don Luciano ha provato a rispondere in quattro punti, sintetici e chiari. «Primo, si educa per aiutare le persone a fare discernimento, ad avere cioè uno spirito critico su se stessi e su quello che ci circonda. Secondo, si educa per aiutarle a dire alcuni “si” e alcuni “no”. Quest’ultimo aspetto è oggi tanto complicato in un mondo pieno di suggestioni. È urgente tornare ad educare i ragazzi dicendo anche dei “no”, altrimenti con i “no” che la vita porrà loro dinanzi potrebbero “soccombere”. Terzo, si educa per liberare il bisogno delle persone di amare e di essere amate. Quarto, si educa per aprire le persone alla speranza di una vita buona e bella. In tutto questo – ha proseguito don Avenati – l’educatore non vende merce non propria, ma è un artista che espone l’opera d’arte che rimanda all’originale». Per gli insegnati di religione, è stato detto, è fondamentale il riferimento a Cristo. «Per voi – ha affermato don Luciano – è importante crescere nella dimensione spirituale più degli altri vostri colleghi. Mi raccomando, ponetevi sempre queste domande: mi lascio rinnovare dall’incontro col Signore, oppure faccio anche io come Pietro che non sente la necessità di essere da Lui amato e salvato? Mi sento amato da Gesù, e quindi impegnato a dare questa testimonianza? Porsi ogni giorno questi interrogativi renderà più edificante il vostro servizio, quello cioè di aiutare le nuove generazioni a fare alcuni passaggi fondamentali del percorso umano: dalla vita come bene di consumo alla vita come vocazione; dalla paura del progettare la vita alla proposta di una vita umana; dalla paura di non farcela alla capacità di affrontare le sfide; dall’essere tristi all’essere meritevoli di amore; dal vivere per sé al vivere per gli altri». Il nuovo Parroco di Norcia ha concluso il suo intervento formativo delineando alcune caratteristiche dell’educatore, tra le quali: proporre ideali alti; avere la capacità di incrociare i percorsi della vita delle persone che ha dinanzi; avere uno stile di vita coerente; essere un coltivatore diretto di relazioni; illuminare con la luce del Vangelo, pur senza nominarlo, le situazioni della vita; dire parole di bontà e di tenerezza; avere il coraggio di proporre una vita buona e bella, nella consapevolezza che non è proibito essere felici; avere la capacità di pazienza dei tempi di Dio.

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