«Santa Chiara della Croce si è fatta piccola e ha scoperto la gioia del vivere anche tra le difficoltà e la povertà, perché non ha mai avuto la pretesa di essere abbastanza grande da poter portare il peso della sua vita interamente da sola». È un passaggio dell’omelia che l’arcivescovo Renato Boccardo ha tenuto a Montefalco, sabato 17 agosto 2024, per la festa liturgica di Santa Chiara della Croce. Nel santuario dedicato alla Santa agostiniana si sono adunati, come ogni anno, tanti fedeli. Col Presule hanno concelebrato il Pievano don Mariano Montuori, il vicario generale don Sem Fioretti, altri presbiteri diocesani e dell’ordine di S. Agostino. Presenti, naturalmente, le monache agostiniane, eredi del messaggio spirituale e umano di Santa Chiara. Diverse le autorità civili e militari presenti, tra cui la presidente del Consiglio Regionale dell’Umbria Eleonora Pace e il sindaco di Montefalco Alfredo Gentili. C’erano anche membri di associazioni del territorio, tra cui i rappresentanti dei Rioni della Città. La liturgia è stata animata dal coro del Santuario e dalle monache. Dopo l’omelia c’è stata l’offerta dell’olio da parte del Comune di Montefalco per alimentare la lampada dell’urna della Santa. È stato il sindaco Gentili ad accendere la fiammella, mentre la presidente del Consiglio regionale Pace ha deposto un mazzo di fiori dinanzi al corpo di Santa Chiara.
Nell’omelia mons. Boccardo ha riflettuto sul passaggio del Vangelo di Matteo dove Gesù dice: “Prendete il mio giogo sopra di voi – continua – e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11, 29). «Non sa forse che l’uomo non cerca spontaneamente il ristoro per la propria vita ma piuttosto l’accumulo dell’avere per goderne e la ricerca del prestigio per apparire? Chi crede dunque di convincere colui che si definisce dolce ed umile, quando chi vuole radunare le masse attorno a sé e cerca di vendere i suoi prodotti o di trasmettere le sue idee non agisce così, non parla questa lingua, non si presenta con i tratti miti di un re che viene, come dice il profeta, cavalcando un asino, un puledro figlio d’asina (cf Zac 9, 9). Per ottenere ascolto e adesione non bisogna forse imporsi e impressionare o anche convincere e condizionare? Ma lui va contro la logica comune e, mentre porta la croce, lo strumento più antipubblicitario che esista, invita ognuno a sottoporsi con lui ad un giogo e a portare con lui un peso (cf Mt 11, 30), a seguire la sua legge e a caricarsi della sua croce. Chi avrà il coraggio di seguirlo? Gesù invita ad imparare a camminare con lui, al suo stesso passo; il giogo, infatti, è condotto normalmente da coppie di animali da tiro dove uno dei due guida l’altro e, tenendo lo stesso passo, rendono il lavoro sopportabile ad entrambi. Che cos’è questo giogo, che invece di pesare alleggerisce, invece di schiacciare solleva? Il giogo di Cristo è la legge dell’amore, il comandamento che ha lasciato ai suoi discepoli (cf Gv 13, 34; 15, 12); una regola di vita basata sull’amore fraterno, che ha la sua sorgente nell’amore di Dio. La relazione con Dio non è più definita da un freddo dovere o dal timore del giudizio; è piuttosto fondata sull’amore filiale e spontaneo ed è per questo molto più esigente e piena. Il segreto quindi è quello di assumere il passo di chi conosce la vita e vuole condividerla con noi; chi vuole vedere il Padre deve legare la propria esistenza a quella del Figlio e sarà lui, con leggerezza, a condurlo a destinazione».
«Cristo – ha proseguito l’Arcivescovo – dichiara esplicitamente la scelta dei suoi veri amici e compagni di viaggio: sono i piccoli, i poveri, i semplici, ai quali egli rivelerà i segreti del suo cuore, i misteri divini del Padre. Nella persona e nella missione del Cristo piccolo e disprezzato i piccoli riescono a vedere l’azione del “Signore del cielo e della terra”, perché sono quelli che si lasciano prendere in braccio dall’amore di Dio e per questo comprendono che c’è qualcosa che vale molto di più che stare in piedi da soli fondandosi sui propri ragionamenti: è sentire di appartenere sempre a Qualcuno. I sapienti, gli intelligenti, gli orgogliosi hanno invece gli occhi spenti e vedono in Gesù solo un modesto predicatore galilaico, figlio di un artigiano, degno solo di ironia per le sue velleità».
«E Santa Chiara ha compreso tutto questo, tanto da trasmettere alle sue sorelle un invito forte: “Vi raccomando di essere umili e di fondare tutte le altre virtù sull’umiltà”. E, proprio come Gesù, ha potuto gioire e lodare il Padre. Proprio in forza dell’umiltà Chiara della Croce è capace di accoglienza: e in lei la Parola si fa carne, si fa evento di salvezza. In forza dell’umiltà sta “davanti” a Dio; da lui riceve un progetto di vita; con lui lo porta a concretezza. In forza dell’umiltà è capace di dire nel suo testamento: “Offro l’anima mia e offro tutti voi. .. Siate umili, siate pazienti, siate obbedienti, siate uniti nella pace e nell’amore di Dio”. L’umiltà non è – come sembrano equivocare taluni “maestri” – un atteggiamento da assumere; è un modo di essere e di relazionarsi, caratterizza la persona nella sua capacità di valutare e accogliere sé stesso e nella posizione che assume nel mondo e di fronte a Dio».



















