S. Benedetto 2013

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Solennità di S. Benedetto

Norcia, Basilica di S. Benedetto, 21 marzo 2013

 

Cari fratelli e sorelle,

in questo giorno di festa le nostre comunità – civile ed ecclesiale, si ritrovano unite per raccontare ancora una volta la più esaltante ma anche la più incredibile, anzi, la più paradossale delle vicende della vita “religiosa” cristiana. Benedetto e i suoi discepoli hanno gettato le fondamenta del monachesimo occidentale; sono divenuti maestri di spiritualità e di pensiero; sono stati tra i costruttori dell’Europa, unificandola sui comuni valori cristiani e contribuendo in modo unico alla sua civilizzazione. Promuovendo gli studi, le industrie e le arti, le abbazie benedettine si sono collocate al centro della vita non soltanto religiosa, ma anche culturale, sociale e politica del nostro continente. Insomma, l’opera di san Benedetto da Norcia è stata così grande, con il diffondersi della sua spiritualità, da rappresentare un innegabile cemento per l’Europa e il suo cammino storico.

Per questa ragione lo scorso fine settimana, insieme con le Delegazioni di Subiaco e di Cassino, abbiamo portato la fiaccola benedettina fino a Parigi, capitale moderna, dove le razze e le culture si incrociano e si arricchiscono mutuamente. Sotto le arcate austere e solenni della Cattedrale di Notre Dame, l’umile segno della fiaccola ha voluto ricordare e proporre a tutti il messaggio sempre attuale del grande Santo di Norcia.

La sua figura luminosa e straordinaria, infatti, continua ad esercitare un grande fascino, sia per la sua coraggiosa e chiara testimonianza di fedeltà a Cristo, sia per la sua profonda conoscenza dell’animo umano. Per questo guardiamo a lui non solo come ad un protettore, ma anche come ad un educatore, nella consapevolezza che il suo messaggio spirituale è capace di offrire ancora un’indicazione di rotta, per evitare che il grande processo di unificazione europea si realizzi all’insegna di un pragmatismo privo di anima. Anche oggi abbiamo bisogno di uomini come Benedetto il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza non così diverso dal nostro, seppe ricercare e trovare la via della verità e della sapienza e raccogliere attorno a sé le forze dalle quali si formò un mondo nuovo.

Il segreto di Benedetto viene efficacemente riassunto nell’espressione della Regola: «Nulla anteporre all’amore di Cristo». Questa parola non è diretta soltanto ai suoi monaci o a coloro che si richiamano a lui per scelta di vita; essa deve toccare il cuore di ciascuno di noi: solo mettendo l’amore (e l’amore che ha la sua misura piena in Cristo) al primo posto si può sinceramente ed efficacemente promuovere la pace, l’armonia e il dialogo tra i popoli e le culture, la collaborazione e la solidarietà tra i Paesi economicamente più pro­grediti e quelli a cui manca anche l’essenziale per sopravvivere; porre l’amore al primo posto significa che l’uomo, ogni uomo, viene accolto e amato con gli occhi e la carità di Cristo stesso, il vero buon samaritano che si fa prossimo di ogni creatura affaticata o dimenticata lungo le difficili e faticose strade della vita; «non anteporre nulla all’amore di Cristo» vuol dire ancora mettere in secondo ordine interessi, progetti e intenzioni personali,  sete di potere o di guadagno, gusto del dissenso e della protesta, per lasciare spazio all’amore vero, che dona all’uomo la sua più autentica dignità, il suo valore intangibile, la sua piena libertà.

Ce lo ha ricordato autorevolmente avanti ieri Papa Francesco, quando ha affermato: «Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Dobbiamo vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!».

Conosciamo la storia di san Benedetto: ciò che lo spinse a lasciare Roma, dove si era recato per studio, e prendere la via di Affile, poi di Subiaco e infine di Montecassino per darsi alla vita di pre­ghiera, fu una scelta di abbandono del mondo, di “fuga mundi”. Eppure, proprio di quest’uomo che altro non ambiva se non il “cercare Dio – quaerere Deum”, celebriamo oggi il ruolo storico che ha svolto nel lungo cammino di formazione dell’Europa. Qual è la logica di questo apparente paradosso?

In realtà, quella separazione dalla storia in nome del radicalismo evangelico non era un “rifiuto”, ma una “rifondazione”; non era il mondo in quanto tale che Benedetto aborriva, ma i falsi valori che lo abitano e lo inquinano. Egli intuiva che solo la scelta radicale del Vangelo può riportare l’uomo e il mondo a se stessi. È la logica del “perdersi” per “ritrovarsi” (cf Lc 9, 24): “Beati i miti, perché possederanno la terra».

Per spiegare l’influsso storico della Regola benedettina si fa abitualmente riferimento alla saggezza con cui il Santo legislatore seppe conciliare la dimensione interiore della contemplazione con la stima del lavoro: ora et labora! Ma se si vuol cogliere il punto focale della spiritualità di Benedetto e il segreto della sua “efficacia” non c’è di meglio – mi sembra – che partire dal discorso delle Beatitudini, riproposto dalla pagina evangelica appena proclamata. Qui emerge, da una parte, il contrasto netto tra lo spirito di Cristo e lo spirito del mondo, contrasto che il monaco – e anche il cristiano – è chiamato ad incarnare con tutte le sue scelte di vita; dall’altra, è sottolineato che questo contrasto non implica un’opzione di pessimismo e di grigiore, ma al contrario è una condizione di gioia profonda. Il criterio di questa gioia è nettamente rovesciato rispetto a quello comune: beati, felici, sono detti i poveri, gli afflitti, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la causa della giustizia e per il nome di Cristo. 

Per capire il senso intimamente “gioioso” del discorso della montagna, occorre indagare con sapienza dentro il cuore dell’uomo, facendo luce sulle sue tendenze profonde. A tali profondità guardò Benedetto. L’uomo che cede alla tentazione dell’orgoglio può avere per un momento l’impressione di essere più forte. Ma queste scelte contrarie alla legge di Dio non tardano a presentare il conto: orgoglio chiama orgoglio, avidità chiama avidità, sopruso chiama sopruso… L’uomo è così come intrappolato ed esperimenta una sostanziale schiavitù. Le istanze del Vangelo, disegnate nella linea dell’umiltà, della gratuità, della rinuncia a se stessi e della dedizione agli altri, nell’immediato appaiono come una “via stretta”, qual è la via della croce (cf Mt 7, 13-14); ma alla lunga si rivelano come condizione di vera libertà.

Possiamo ancora oggi, nel mondo moderno, parlare di umiltà, gratuità, rinuncia a se stessi, dedizione agli altri? Noi crediamo di sì e, alla scuola di san Benedetto, osiamo proporli come valori sui quali fondare il vivere comune e l’edificazione della società. Utopia? Sogno? Qualcuno lo potrebbe credere. San Benedetto ci dice invece che questa è la via. Quanti altri personaggi storici hanno creduto di aver coniato la “formula vincente”, e la loro memoria si perde nel buio dei secoli… Dopo 1500 anni, invece, Benedetto parla ancora.

Riconosciamo dunque la necessità di metterci tutti, comunità ecclesiale e comunità civile, all’ascolto del suo insegnamento e di lasciarci ispirare e guidare nel compimento del dovere quotidiano, per recare il nostro contributo alla edificazione di una società che sia davvero degna dell’uomo, e perciò degna di Dio.

Ci aiuti e ci sostenga in questa ardua impresa l’intercessione potente del nostro Santo.

 

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