Celebrata la Messa Crismale. L’Arcivescovo: «quando i preti si vogliono bene, si stimano e si sostengono a vicenda, sono una testimonianza persuasiva e raggiungono anche pastoralmente migliori risultati». Omelia. Foto.

Celebrata la Messa Crismale. L’Arcivescovo: «quando i preti si vogliono bene, si stimano e si sostengono a vicenda, sono una testimonianza persuasiva e raggiungono anche pastoralmente migliori risultati». Omelia. Foto.

Celebrata la Messa Crismale. L’Arcivescovo: «quando i preti si vogliono bene, si stimano e si sostengono a vicenda, sono una testimonianza persuasiva e raggiungono anche pastoralmente migliori risultati». Omelia. Foto.

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Mercoledì 4 aprile l’arcivescovo Renato Boccardo, unitamente al presbiterio diocesano, ha celebrato nella Basilica Cattedrale di Spoleto la Messa Crismale, simbolo di unità della Chiesa locale raccolta intorno al proprio Pastore. Mons. Boccardo, come tutti gli altri suoi confratelli del mondo, ha consacrato gli Oli Santi: il Crisma (usato nei Battesimi, nel sacramento della Confermazione e nel rito di ordinazione di un Vescovo o di un prete), l’Olio dei Catecumeni (usato nel Battesimo come segno di fortezza) e l’Olio degli Infermi (amministrato alle persone sofferenti nel corpo). Nella Messa Crismale, inoltre, tutti i sacerdoti presenti hanno rinnovato le promesse fatte il giorno dell’ordinazione.

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In modo particolare si è pregato per quei sacerdoti tornati alla Casa del Padre nell’ultimo anno solare: don Jean Paul Matoe, mons. Sergio Virgili, don Ludovico Bella,  don Carlo Cardarelli, mons. Salvatore Leonardi e don Antonio Guidi. Un pensiero particolare è stato rivolto a don Feliziano Luconi, don Franco Albanesi e padre Angelo De Sanctis, passionista, che celebrano il 50.mo anniversario di ordinazione e, infine, ai confratelli  anziani e malati, che rappresentano, come in ogni famiglia, una risorsa ricca di grazia da accogliere con gioia e solidale amicizia.

Nell’omelia l’Arcivescovo ha invitato i sacerdoti a riscoprire alcuni tratti costitutivi della famiglia presbiterale. In particolare, «a condividere il nostro rapporto personale con il Signore, parlando senza pudore della nostra ricerca ed esperienza quotidiana di Dio; confortarci a vicenda nelle prove, comunicate e non tenute dentro, nella disponibilità vissuta a portare gli uni i pesi degli altri (cf Gal 6, 2); evitare che i nostri contatti siano per lo più contatti di lavoro, pressoché di “funzionariato”; praticare il perdono vicendevole, affidandoci con fede e fedeltà al perdono sacramentale; dirsi la verità, senza finzioni, consapevoli che la bisaccia dei nostri difetti è posta dietro le nostre spalle, impossibile a vedersi con i nostri occhi se qualcuno, per amore e con amore, non ce li manifesta; domandare incessantemente insieme nella preghiera che il Signore Iddio continui a tenerci ogni giorno la mano sulla testa». Mons. Boccardo ha insistito sul fatto che il prete non è un capo che gestisce in proprio una professione: «siamo – ha detto – parte integrante e membra di un unico corpo di servi del Signore e dei fratelli. L’individualismo pastorale logora i rapporti e, se può apparire immediatamente più produttivo in casa propria, alla lunga non lo è per il regno di Dio. Dobbiamo lavorare insieme per rendere il nostro presbiterio un soggetto forte e di sostegno reciproco, garantendo così un effetto moltiplicatore anche delle nostre fatiche: quando i preti si vogliono bene, si stimano e si sostengono a vicenda, sono una testimonianza persuasiva e raggiungono anche pastoralmente migliori risultati». Il pensiero dell’Arcivescovo è andato anche ai preti giovani ai quali «raccomando di sviluppare, imponendoselo se necessario come dovere, un costante dialogo con il padre spirituale e con il Vescovo e di curare forme di unione amicale e gioiosa con i compagni». Poi, un pensiero alle nuove vocazioni e alla constatazione che la prima via della pastorale vocazionale è il rinnovamento spirituale di coloro che sono già preti: «su questo si misura il nostro comune impegno. È difficile, infatti, che una vocazione al sacerdozio nasca senza un rapporto stretto con un sacerdote, senza contatti personalizzati con i ragazzi e i giovani, senza amicizia e paziente accompagnamento spirituale».

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