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Ricordati di me
Omelia per l’ordinazione presbiterale di Pier Luigi Morlino
Spoleto, Basilica Cattedrale, 27 aprile 2019

L’evangelista Giovanni ci ha raccontato il ritorno di Gesù tra i suoi, la sera di Pasqua. L’apparizione non mira a cancellare i cattivi ricordi della Passione impressi negli occhi e nella mente degli Apostoli. L’ultima volta che hanno parlato con lui è stato laggiù nella valle del Cedron, quando veniva arrestato. Poi lo hanno abbandonato. Si trovano ora riuniti in un luogo le cui porte sono chiuse «per timore dei giudei», dice il Vangelo. In verità, più che le porte del cenacolo sono chiuse quelle del cuore: la loro paura, infatti, non è soltanto quella di un gruppo di uomini che non osano confessarsi discepoli davanti alle minacce esteriori; è - molto più in profondità - quella di persone che non riescono a comprendere ciò che è successo e si nascondono perché la Passione li ha disorientati. Questo timore è il risultato del tradimento; è l’incapacità a confrontarsi con quell'uomo e con la sua sofferenza. Loro lo hanno tradito, è vero. Ma lui, Gesù, ha fatto di peggio: li ha delusi. Ecco il sentimento che li abita. «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele. Ma sono ormai tre giorni che è stato messo a morte», dicono i due di Emmaus (cf Lc 24, 21).

Quando Gesù appare in mezzo a loro, la prima parola, la stessa che ritornerà a tre riprese, è: «Pace a voi». Questa pace è la pienezza di ciò che Dio dà a quelli che egli ama; questa pace significa il perdono, significa la speranza. Perché là dove sembrava non esserci che il silenzio della morte Gesù pronuncia una parola di vita. Poi mostra a Tommaso le mani e il costato, mostra le sue piaghe. Non è un segno di riconoscimento. Non è neppure una verifica di identità. Parola e gesto introducono i discepoli a comprendere che Gesù, entrando nella prova della morte, ha fatto sorgere da quel baratro spalancato la vita che viene da Dio. Così facendo, li obbliga a richiamare alla mente ciò che era per loro intollerabile, assurdo, scandaloso, per rileggerlo come un gesto scaturito dall’amore e dispensatore di perdono, un evento che nasconde nelle sue piaghe distruttive la sorgente della salvezza. Porgere loro le sue ferite da toccare vuol dire condurli a riprendere come grazia ciò che hanno vissuto come maledizione; come perdono ciò che hanno subìto come castigo; come gesto d'amore proveniente da Dio ciò che hanno interpretato come oppressione e fallimento. Non si tratta di dimenticare, ma di ricordare. È un restituire loro la memoria della Passione perché comprendano finalmente che cosa questa significa: la sofferenza del Cristo, del Messia, è necessaria per la salvezza del mondo (cf Lc 24, 7)! È condurli con sapiente pedagogia alla professione della fede in lui: «Mio Signore e mio Dio!».

E subito, ecco il compito affidato alla Chiesa: «Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi»: gli apostoli sono partecipi della stessa missione del Figlio. Perciò Egli effonde su di loro il Dono che viene dal Padre: «Ricevete lo Spirito Santo», quello stesso Spirito da lui ricevuto al battesimo. E con la forza dello Spirito di Gesù, essi diventano segno e fonte della misericordia, della remissione del peccato: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi...».

Parole di fiducia e di missione che questa sera risuonano con particolare intensità nel tuo animo ed assumono un significato costitutivo per te, carissimo Pier Luigi. I pastori, infatti, sono i cristiani che consegnano lealmente e lietamente la propria vita al supremo Pastore e lo seguono dovunque vada (cf Ap 7, 17), perché in loro la gioia di essersi lasciati chiamare per nome ha azzerato la smania di farsi un nome. Nel nostro mondo occidentale, che sprofonda nelle sabbie mobili di un narcisismo pervasivo e dilagante, solo uomini che hanno deciso per una follia d’amore di perdere la testa dietro a Cristo e di perdere la vita per il suo Vangelo (cf Mt 16, 25), potranno aiutare molti a ritrovare la propria vita e la propria testa. «O meraviglia che si possa così donare ciò che per se stessi non si possiede. O dolce miracolo delle nostre mani vuote!», sospirava il Curato di campagna. Da queste mani passa l’amore di Cristo che salva il mondo...

In te, carissimo Pier, si rinnova pertanto il mistero della Chiesa, che è quello di essere un popolo di chiamati; in te rifiorisce, nel suo valore sempre creativo, il gesto con il quale Gesù chiama, interpella, sospinge alla sequela: «Vieni, seguimi» (cf Mc 10, 21). Non possiamo dimenticare, infatti, che alla radice più profonda del nostro essere sacerdoti, come del nostro essere cristiani, vi è l’iniziativa divina carica di amore, vi è l’appello e la scelta di Dio, in Cristo Gesù. Se vai indietro nei tuoi giovani anni, se ripensi al tratto di strada che hai percorso e cerchi di coglierne il senso misterioso e profondo, ti accorgi che non tu, non le tue qualità, non i tuoi meriti, ma Dio ti ha spinto fin qui. Con amore delicato e fedele ti ha inseguito e ti ha raggiunto; ti ha atteso ai crocicchi più impensati; anche dopo ripulse e infedeltà, ti ha chiesto, insistente, il tuo sì. Ed ora, pur consapevole della tua fragilità e del peso che ti assumi, «ricolmo di gioia e di Spirito Santo» (At 13, 52) riconosci con la Chiesa la sua voce e ti lasci catturare per sempre.

                                                          

E mentre con te rendiamo grazie all’Onnipotente per la sua fedeltà e le meraviglie del suo amore, è dolce e doveroso dire grazie a chi ti ha fin qui accompagnato e condotto: i tuoi genitori Maria Grazia e Renato, innanzitutto, con i tuoi fratelli e gli altri famigliari, la parrocchia di San Venanzo e le comunità del Cammino Neo-catecumenale e, finalmente, la comunità formativa dell’Almo Collegio Capranica in Roma, qui presente con il Rettore e numerosi alunni. Tutti e ciascuno Dio ricompensi per il bene compiuto, come Lui solo sa fare!

L'imposizione delle mani da parte del Vescovo e dell'intero Presbiterio, con la preghiera di tutta la Chiesa, sono il segno sacramentale dell’unzione dello Spirito, che scende in te e tocca intimamente la tua personalità, segnandoti di uno speciale carattere che ti configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di lui, capo del Corpo, e ripetere per noi, popolo sacerdotale, i suoi gesti e le sue parole. Perciò ogni giorno della tua esistenza dovrà vivere di questo dono, dovrà misurarsi su questo impegno, dovrà ripetere, con la trepidazione di Pietro: «Signore, tu sai tutto, lo sai che ti voglio bene» (Gv 21, 17).

Mi dicevi qualche tempo fa: «Non mi sembra ve­ro che stia succedendo realmente!». E aggiungevi: «Prego con insisten­za ­­affinché il mio sacerdozio possa essere sem­pre più entu­sia­smante, nonostante i miei limiti». Non ti intimorire, ma guarda con fede adorante e umiltà riconoscente a quello che Dio sta per compiere in te. Egli assume la nostra debolezza e colma la nostra insufficienza, perché rifulga la potenza della sua grazia e gli uomini sappiano che non da noi, ma dalla sua fedeltà e dal suo amore viene la salvezza (cf 2 Cor, 12, 9-10). Tu sarai perciò, nell'umiltà della tua persona, immagine vivente del Signore Gesù, sommo ed unico sacerdote; sarai segno sensibile ed efficace della sua permanente operosità salvifica nella Chiesa e nel mondo. Ma proprio questo dono di configurazione a Cristo dovrà renderti disponibile, in totale dedizione, al servizio della Chiesa nel mondo. Valga per te il monito e l'incentivo di Paolo: «L'amore di Cristo ci possiede» (cf 2 Cor 5, 14) e impara da lui - e insegna anche a noi - a farti tutto a tutti, ad esercitare il tuo sacerdozio come un servizio sacro del Vangelo, a viverlo come una donazione umile e totale a tutto il popolo di Dio.

Carissimo Pier, la Chiesa di Spoleto-Norcia ti accoglie con gioia come un dono grande del suo Signore, come la sua assicurazione di voler rimanere con noi a continuare nella storia la sua opera di salvezza e di amore; il Vescovo ti abbraccia come padre; il Presbiterio ti riceve come fratello ed amico, unito nel vincolo del sacramento e della missione; gli uomini e le donne del nostro tempo ti aspettano perché, in un servizio fraterno di carità, di speranza e di pace, tu sia per loro compagno e guida nel cammino del Vangelo e nell’attesa del Regno che viene.

Mistero e ministero di grazia questo, carissimo Pier Luigi, che stasera la Chiesa pone fiduciosa nel tuo cuore e nelle tue mani, perché il mondo creda che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbia la vita nel suo nome (cf Gv 20, 31). L’umile e trepidante “sì” che ora pronunci davanti a noi possa accompagnarti, come croce e come gloria, per tutta la vita, e fare di te un segno credibile dell’amore di Dio. È il nostro augurio e la nostra preghiera.