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Ricordati di me
Omelia dell’Arcivescovo nel giorno di Pasqua
Spoleto, Basilica Cattedrale, 21 aprile 2019

Pasqua è la nostra grande festa, la festa dei cristiani, festa della vittoria della vita sulla morte. Ma come intendere queste espressioni? Come fare perché la gioia della Pasqua, che tutti avvertiamo oggi nel cuore, non sia superficiale, fragile, inconsistente? Consideriamo innanzitutto la nostra condizione umana. L'uomo va incontro alla propria morte e lo sa da sempre, è roso da tale pensiero per tutta la sua esistenza. Possiamo anzi dire che la certezza della morte è per noi già parte del nostro morire; esistiamo inevitabilmente come posti a confronto con la fine; leggiamo la vita come un insieme di tempi definiti che vanno verso un termine irrevocabile. I filosofi contemporanei parlano infatti di "esistenza votata alla morte".


Naturalmente possiamo rimuovere questo pensiero, possiamo “esorcizzare” la morte; oppure possiamo accettarla o rifiutarla. In ogni caso si tratta di una presa di posizione. Difficilmente non ci poniamo, prima o poi, la domanda: Che cosa sarà di me dopo la morte? Che cosa sarà di tutte le ricchezze che hanno costituito la mia vita, cioè l'amore, la fedeltà, il dolore, l'amicizia, la responsabilità, la libertà, la coscienza? Avvertiamo infatti che questi beni sono di una natura diversa rispetto a quella del mondo biologico.


La risposta cristiana che ci viene data in questo giorno conferma il nostro presentimento. Ma non dice semplicemente che quelle ricchezze rimarranno e che dopo la morte continueremo a vivere. Dice, piuttosto, che con la risurrezione di Gesù l'eternità è già qui, la vita nuova e definitiva è già entrata, adesso, nella mia esperienza. Essa nasce dal mio affidarmi a Gesù morto e risorto, dal mio affidarmi al Padre come lui si è affidato. Così, l'eternità di Gesù che ha vinto la morte entra in me e fa parte fin da ora della mia esistenza.


Esperimento tutto questo ogni volta che compio un atto di fede e di amore; ogni volta che ricevo l'eucaristia o un altro sacramento; ogni volta che prendo una decisione seria, buona, moralmente rilevante. L'esperienza di eternità è implicita, per la grazia del Risorto, in ogni atto morale veramente gratuito, in ogni azione che compio non per motivo di puro comodo, ma perché è giusta, è vera, pur se va contro il mio interesse. Ogni volta che compio un atto eticamente buono, partecipo al dono che Dio mi fa del suo essere eterno, del suo essere un Dio vero, giusto, buono in assoluto, del suo essersi mostrato tale nella verità, nella fedeltà, nell'amore, nella giustizia di Gesù. Così la risurrezione ci è vicina, così l'eternità entra in me e Gesù mi vivifica, lo Spirito Santo mi inabita, il Padre mi grida che sono suo figlio e io lo posso invocare come Padre.


Come un presente senza futuro diviene un non senso e una tomba, così all'opposto un presente gravido del futuro di Dio ci apre il cuore. Guardando l'uomo Gesù, noi vediamo la risurrezione come fine nostro e di tutta la creazione, come luce per orientarci nella vita e nelle scelte di ogni giorno. Questo evento straordinario ci svela dunque un orizzonte di senso, un universo di speranza e ci ripropone l'alleanza che Dio ha siglato da sempre con l'uomo e con la sua vita, perché ci apre una prospettiva diversa da quella del declino e dell'autodistruzione.

Questa certezza illumina di nuova luce l’esistenza dell’uomo sulla terra. È importante che non lo dimentichiamo mentre qualche voce ritenuta autorevole afferma che la legge sull’eutanasia, in discussione in queste settimane al Parlamento, «è assolutamente prioritaria» e la spaccia come «una grande opportunità». In realtà, anziché aiutarci a morire, abbiamo bisogno che ci aiutino a vivere e a non giungere ad invocare la morte; prima di pensare se sia giusto o meno dare la morte a chi la chiede, si dovrebbero creare le condizioni utili affinché nessuno la domandi per disperazione, solitudine o mancanza di aiuto; o perché non ci sono le leggi, le strutture, l’assistenza, l’umanità che permettono di affrontare senza angoscia anche l’autunno dell’esistenza. Invece, si prende a pretesto la richiesta della Corte Costituzionale di elaborare una disciplina dei casi assolutamente estremi per inoculare in un corpo solidale come quello del nostro Paese il veleno della “morte a comando”. Si vorrebbe mettere la vita sullo stesso piano della morte, dove ognuno decide mentre lo Stato rimane neutrale, indifferente. Se non c’è reazione critica e argomentata, è questo che potrebbe accadere.


E di fronte al progredire silenzioso di una “cultura della morte”, come credenti, non possiamo tacere e dobbiamo continuare a proclamare e difendere la “cultura della vita”, che «non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Quando la Chiesa dichiara che il rispetto incondizionato del diritto alla vita di ogni persona innocente - dal concepimento alla sua morte naturale - è uno dei pilastri su cui si regge ogni società civile, essa vuole semplicemente promuovere uno Stato umano, che riconosca come suo primario dovere la difesa dei diritti fondamentali della persona, specialmente di quella più debole. Non può avere solide basi una società che - mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace - si contraddice radicalmente accettando o tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana» (cf Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitæ, 101 passim).


Tra le tante conseguenze della Pasqua, che ci riguardano da vicino, vorrei sottolineare la speranza e la gioia. Speranza che noi e tutta la terra siamo chiamati a risorgere. Gioia fin da ora perché il Signore Gesù è vivo, risorto, è tra noi in questa assemblea eucaristica. Troppe sono le ragioni umane che militano contro questa speranza e questa gioia: la mancanza di pace, le nostre sorti incerte, le offese alla moralità. Chi crede non può non sentire su di sé il peso di tante sofferenze, di tanti dolori, di tante incertezze, ma in lui prevale la forza dell'annuncio pasquale. Oggi chiediamo che siano molti ad aprirsi con noi al grande annuncio del Risorto, perché nelle nostre città fioriscano più speranza, più gioia, più comprensione, più pace.

È il mio augurio per tutti voi: buona Pasqua!