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Omelia dell’Arcivescovo nella Messa Crismale
Spoleto, Basilica Cattedrale, 17 aprile 2019

Carissimi Confratelli,

come ogni anno, la celebrazione della Messa Crismale realizza e manifesta l'unità del sacerdozio ministeriale e la sua diaconia nella Chiesa locale; mai come in questo momento il mistero eucaristico si rivela come segno operativo di unità e vincolo di carità. Da questa azione liturgica, infatti, la Chiesa di Spoleto-Norcia riprende più vigorosa e sicura il suo viaggio di carovana di Dio, perché dal nostro servizio sacerdotale si apre per lei, ancora una volta, la fonte dei doni sacramentali e scorre l'olio dell'esultanza a santificare i catecumeni, a confermare i battezzati, a consacrare i nuovi ministri, a confortare e dar vita agli infermi.

Questa sera siamo qui per una sosta vivificante nel nostro cammino e per fare viva e riconoscente memoria della nostra ordinazione sacerdotale: rinnoveremo le promesse pronunciate allora e consacreremo e divideremo insieme il pane e il calice del Signore.

Ci stringiamo fraternamente a quanti di quel momento indimenticabile celebrano un anniversario: don Natale Rossi, 70 anni; don Antonio Diotallevi e p. Giorgio Giamberardini, dei Passionisti della Madonna della Stella, 65 anni; mons. Luigi Galli, don Guido Mondi, p. Luigi Sperduti, degli Agostiniani di Santa Rita, p. Alipio Vincenti, degli Agostiniani di Cascia, 60 anni; Mons. Giovanni Scanavino, Vescovo emerito di Orvieto-Todi, e il can. Mario Giacobbi, 55 anni; Mons. Luigi Piccioli, Vicario Generale, mons. Vittorio Pignoloni, p. Oronzo Saponaro, dei Francescani di Monteluco, e don Mario Giacometti, dei Missionari del Preziosissimo Sangue, 50 anni; p. Giuseppe Thekkummattom e p. Raffaello Tonello, dei Francescani della Custodia di Terra Santa, 25 anni. E non dimentichiamo i confratelli che ci hanno preceduto nella casa del Padre: p. Remo Piccolomini, degli Agostiniani di Cascia, e il diacono Fernando Masetti.

In un'ora tanto importante e feconda per la nostra Chiesa diocesana e per la nostra vita, non possiamo dimenticare che attorno a noi voci desolanti e scoperte crisi denunciano gravi turbamenti nella stima del ministero sacerdotale. Condivido con voi il dolore e la pena che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni. La notte della Chiesa non è la persecuzione che, puntualmente, la segue nella sua storia bimillenaria; la vera notte è il peccato dei suoi figli. Qualcuno ha parlato di quanti oggi, anche fra il clero, crocifiggono la Chiesa. Non possiamo ritenerci immuni da questa responsabilità. Le nostre mediocrità spirituali, le reciproche chiusure, anche nella carità sacerdotale, il risentimento alimentato da riconciliazioni mai avvenute, le sordità alla voce del Vangelo, gli accomodamenti e i cedimenti allo spirito del mondo, anche i peccati che solo Dio conosce, non sono forse le pietre che lanciamo contro la Chiesa, i chiodi della sua crocifissione? Certo la Chiesa troverà la forza di uscire anche da questo momento doloroso con più forte energia di rinnovamento e di testimonianza; ma non ci è lecito, in forza di questa certezza, far finta di nulla. Perché non possiamo dimenticare di essere comunità, con una solidarietà spirituale che ci eleva quando operiamo il bene, e ci deprime quando commettiamo il male. Per questo ci sentiamo in dovere di chiedere perdono non solo per i nostri errori ma anche per i fratelli che hanno sbagliato. Tutta questa triste vicenda è innanzitutto un invito alla conversione e alla penitenza. Perché il rinnovamento della Chiesa - lo sappiamo bene - non consiste che in questo: in una trasparente, umile e progressiva fedeltà al Vangelo, da interpretare con la vita, la parola e le opere.

È necessario dunque che in questo momento solenne noi meditiamo un istante su ciò che costituisce il fondo del nostro essere e la ragione del nostro agire. Cristo Gesù è l'unico Sommo Sacerdote, ed ha fatto di noi strumenti personali e viventi del suo sacerdozio, per proclamare la sua parola, per celebrare i sacramenti della sua presenza e della sua azione, per stimolare e porre in esercizio il sacerdozio comune del popolo di Dio, per edificarlo e compaginarlo nel suo corpo vivente, che è la Chiesa. Per noi, staccarci da Cristo significa cadere nel nulla della nostra personalità; perdere in profondità e in calore il nostro rapporto con lui vuol dire rivestirci degli abiti del funzionario scettico e deluso. Occorre rinnovare ogni giorno la coscienza che non può esistere per noi che un solo amore, indiviso, profondo e dinamico, geloso e fedele: l'amore di Cristo, della sua persona che rivela il Padre, della sua presenza misteriosa, ma ineludibile e vera, nella storia e nel mondo. «Nulla anteporre all'amore di Cristo»: il grande assioma della regola benedettina deve diventare e rimanere il segno qualificatore (e il tormento segreto) della nostra vita.

Non è sufficiente, certo, restare ad un livello di pura astrazione e idealità; tanto meno accontentarsi di generosi sentimentalismi. Il rapporto vitale con Cristo esige da noi una spiritualità seria, profonda ed impegnata. Non possiamo essere semplicemente i "ministri" del culto; dobbiamo essere gli uomini della preghiera, che è adorazione gratuita, rendimento di grazie, grido di implorazione e di pietà su noi e sul mondo, alimento della nostra vita, sostegno e anima del nostro ministero. È la mancanza di preghiera che fa cadere nel funzionalismo e mette in crisi, in noi e negli altri, la stima del nostro sacerdozio, degradandolo ad una desolata ed ambigua funzione sociale.

Alla preghiera dovrà congiungersi poi, come sua naturale conseguenza, il servizio e l'amore dei fratelli, la diaconia della dedizione generosa e senza riserve. Servi di Cristo, non lo saremo realmente se non nella misura in cui serviremo la Chiesa, suo corpo vivente e dolorante, che lo completa e lo manifesta nel tempo.

Scrive un autore contemporaneo: «L’olio non è acqua; non lava, unge. Non si toglie, resta. L’olio lascia il segno; non lascia mai uguali. Forse è questo il significato degli olii santi che in queste ore si consacrano in tutte le cattedrali del mondo. È la scelta di un segno che lasci il segno. Unto, allora, significa che sei di qualcuno. Per questo l’olio fa brillare le cose. Tu brilli quando trovi un’appartenenza. Splendi quando sei di Qualcuno» (L. M. Epicoco). Con coscienza trepidante e serena - e vorrei dire quasi con santo orgoglio -, celebriamo dunque oggi il dono incommensurabile che ci è stato gratuitamente elargito, ed in noi è stato dato alla Chiesa di Spoleto-Norcia, quel dono che costituisce la nostra unica personale ricchezza, il nostro unico motivo di vivere e di operare: il sacerdozio di Cristo.

In questa prospettiva, riconoscendo la consegna della vostra vita al Vangelo e ai fratelli, permettete che il Vescovo si faccia voce delle diverse comunità che compongono la nostra diocesi - qui rappresentate da tanti fratelli e sorelle - e dica a voi, sacerdoti di questa Chiesa, l’ammirazione e il grazie sentito per il peso che portate con serenità e discrezione, per l’umiltà con cui accettate -  nonostante l’esperienza accumulata - di rimettere quotidianamente in questione il vostro modo di fare e di vedere, per la vostra povertà che si fa abbondanza di condivisione e di disponibilità, per il vostro impegno costante di servire e non di essere serviti, per la vostra castità ed il vostro celibato vissuti senza drammi e senza rimpianti; grazie per la vostra preghiera semplice e fedele, con le mani aperte e cariche della presenza di tutti, per la benevolenza che vi fa capaci di trattenere il rimprovero e l’indulgenza con cui nascondete le offese, per la vostra fede vivificata dall’Eucarestia e dalla Parola; grazie per il vostro senso della Chiesa che vi richiede molti distacchi e continua conversione, fiducia e tenacia; grazie per la vostra bontà paziente e benevola, interpretata talvolta per debolezza o mancanza di progetto pastorale; grazie per la passione che vi anima nel trasmettere a tutti, piccoli e grandi, la buona notizia di Gesù. Il Signore che vi ha scelti e vi ha consacrati sia la vostra eredità (cf Dt 18,2) e ricolmi il vostro cuore e la vostra vita della gioia e della pace che riserva per i suoi amici.

Vorrei infine ripetere a me e a voi che un grave e primario impegno di tutto il presbiterio rimane quello delle vocazioni al ministero sacerdotale. E ciò non solo per evidenti ragioni di personale, ma innanzitutto per essere aperti al dono gratuito di Dio, che continua a far sentire la sua voce là dove il terreno è fecondo e la santità dei suoi ministri manifesta la sua potenza nella debolezza (cf 2 Cor 12, 9). «Se partiamo dalla convinzione che lo Spirito continua a suscitare vocazioni ... possiamo “gettare di nuovo le reti” nel nome del Signore, con piena fiducia. Possiamo - e dobbiamo - avere il coraggio di dire ad ogni giovane di interrogarsi sulla possibilità di questa strada», ha affermato recentemente Papa Francesco (Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit, 274). Le vocazioni segnano la temperatura spirituale delle nostre comunità e ne manifestano il radicamento evangelico, ma segnano anche la nostra comunione presbiterale e ne testimoniano la sincerità e la profondità umana, spirituale ed ecclesiale. Sacerdoti santi e un presbiterio santo non possono non suscitare vocazioni nel popolo di Dio.

Ho scritto su questo tema una lettera alla diocesi, che verrà distribuita all’uscita della Cattedrale, ed ho composto una particolare preghiera da recitare insieme alle vostre comunità al termine di ognuna delle celebrazioni festive almeno fino alla prossima Messa Crismale. Chiedo poi che ogni parrocchia preveda durante l’anno una speciale “giornata vocazionale”, da organizzare e realizzare con l’aiuto e la presenza dei nostri seminaristi. E mentre ci rallegriamo per l’ordinazione ormai prossima del diacono Pier Luigi - a cui fin d’ora diamo l’abbraccio di accoglienza nella nostra famiglia presbiterale -, giacché «la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai», continuiamo a domandare con insistenza al Signore della messe di mandare operai nella sua messe (cf Lc 10, 2). Non mi stancherò mai, a questo proposito, di invitare con insistenza sacerdoti e fedeli a farlo con fiducia pellegrinando ogni primo sabato del mese, come ormai da dieci anni, al Santuario della Madonna della Stella.

Cari Confratelli,

                                                                                              

Qui riuniti e unificati nel sacerdozio di Cristo, ministri del mistero eucaristico e artefici dell'organismo sacramentale che attualizza la sua presenza e la sua azione nel popolo di Dio, rinnoviamo la nostra speranza e ravviviamo il nostro impegno: sacerdoti di Cristo, noi Io ameremo con amore indiviso e totale, nella testimonianza sempre più chiara di una vita evangelica, umile e generosa; posti nella Chiesa come strumenti di unità e di comunione, vivremo nella carità fraterna fra noi, operosa e sincera, e saremo in costante servizio di dedizione e di esempio a tutti i figli di Dio.

Sia allora, questa concelebrazione, la riacquistata giovinezza del nostro sacerdozio e costituisca realmente, per la Chiesa di Spoleto-Norcia e per noi «il sacramento di pietà, il segno di unità, il vincolo di carità» (S. Agostino, In Jo. Tr. 26, 13: PL 35, 1613).