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Ricordati di me
Omelia nella festa di S. Ponziano
Spoleto, Basilica Cattedrale, 14 gennaio 2019

L’annuale ricorrenza del santo Patrono ritrova la comunità diocesana e la comunità cittadina unite per un momento di riflessione e di festa. Dell’una e dell’altra sentiamo tutti il bisogno, in una fase della vita sociale che ci vede ancora angustiati per una crisi che sembra non aver fine e per le ferite del terremoto che si prolungano nella gente della Valnerina e si concretizzano in promesse deluse e in frustranti lentezze burocratiche. Della prima, ossia della riflessione, abbiamo bisogno per non piangerci inutilmente addosso e comprendere almeno le ragioni e le cause delle attuali congiunture traendone un insegnamento per la vita. Anche la festa ci è necessaria, perché ci aiuta a capire l’importanza di ciò che non si compra e non si vende, sempre se ci rendiamo conto che, come dice Papa Francesco, «l’ideologia del profitto e del consumo vuole mangiarsi anche la festa, ridotta a volte a un “affare”, a un modo per fare soldi e per spenderli... È per questo che lavoriamo?», domanda. E conclude: «L’ingordigia del consumare, che comporta lo spreco, è un brutto virus che, tra l’altro, ci fa ritrovare alla fine più stanchi di prima» (cf Udienza Generale, 12 agosto 2015). Dunque, ci fa bene dedicare tempo alla riflessione e alla festa.

Nella cornice di questo incontro pensoso e festoso ad un tempo, porgo il mio deferente saluto alle Autorità civili e militari che ci onorano della loro presenza: tutte ringrazio per il servizio che svolgono sul nostro territorio. Un cordiale pensiero rivolgo ai sacerdoti, ai diaconi, alle persone di vita consacrata e a tutti i fedeli convenuti questa mattina dalle diverse comunità della diocesi.

Per sostenere la riflessione, la liturgia ci introduce a cogliere la radice viva e vivificante da cui è scaturita l'esistenza cristiana di Ponziano: è la forza della fede a far crescere in lui sino alla piena maturazione la fedeltà al Battesimo ricevuto, coronandola con la gloria del martirio. In questa prospettiva, la vicenda del nostro Patrono diventa una stupenda lezione di vita: è la storia di una generosa obbedienza alle esigenze radicali che la Parola di Dio, oggi ascoltata attraverso la voce dell'apostolo Paolo e del Signore Gesù, propone anche alla nostra assemblea.

L'amore è dono: così è in Dio, così è in noi. Dio ci ama come Creatore e Padre, nel segno luminosissimo dell'assoluta gratuità. E l'uomo, proprio perché creato a immagine e somiglianza di Dio, è chiamato lui pure ad amare e a donarsi imitando e rivivendo, secondo le sue possibilità, la gratuità del Signore. Per questo Paolo dice: «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9, 7). Quel "con gioia" testimonia la libertà interiore del dono, il suo attuarsi non per interesse o convenienza, ma per pura bontà: perché è bello donare senza nulla chiedere.

Vorrei qui ringraziare tutti coloro che si prendono cura dei loro fratelli e sorelle segnati dalla sofferenza e dal bisogno: penso specialmente alla Caritas diocesana e di pievania che, spesso in cordiale sinergia con le istituzioni civili e con le altre forze di volontariato,  aiuta non solo i migranti o gli extra-comunitari (come anche qui da noi sostiene qualcuno) ma anche quanti - italiani e spoletini - esperimentano la fatica del vivere quotidiano perché sono scesi sotto la soglia di povertà. Penso ancora alla Mensa della Misericordia, ai “Centri di ascolto” e ai numerosi volontari che svolgono un prezioso ed insostituibile servizio con delicatezza e amorevole attenzione.

Di fronte alle tante forme di povertà che ci circondano, sentiamo di dover favorire un cambio di mentalità: non basta più un welfare statale, occorre un welfare di comunità; non basta più la solidarietà, ci vuole maggior prossimità: la prima è fatta condividendo risorse e beni, la seconda mettendo in circolo persone e donando il proprio tempo. Detto in modo concreto: se ognuno di noi desse due o tre ore al mese in qualche iniziativa di volontariato, le nostre città e i nostri paesi cambierebbero volto... Perché abbiamo bisogno di fraternità. Non di fratellanze, di cordate, di consorterie; ma di quel legame - mai solo di interesse - che sta alla base del grande umanesimo al quale la tradizione cristiana ha contribuito in modo decisivo a dare anima; di quella fraternità per cui nessun dolore e nessuna gioia degli esseri umani ci sono estranei o indifferenti. Abbiamo bisogno di fraternità come risposta mite e forte ad una insistente predicazione che dichiara inconciliabili le diverse parti della nostra comune umanità. Ne abbiamo urgenza proprio mentre più assillanti e apparentemente trionfanti si fanno le visioni e le politiche che non si curano delle radici della disuguaglianza, subordinano anche le libertà fondamentali alla sicurezza e liquidano come “buonismo” il semplice e naturale desiderio di riconoscerci fratelli e sorelle e di agire di conseguenza, nella custodia e nella conduzione della nostra casa comune. Ce lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica nel recente discorso di fine anno, quando ha rilevato «l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. Sentirsi comunità - ha aggiunto - significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme».

L'amore - dicevamo - è dono: non solo di beni materiali - pure necessari per vivere e spesso addirittura per sopravvivere - , ma anche dono di se stessi. Il dono è sempre un gesto così personale che fa della persona il principio e insieme il termine della donazione: è la persona che dona e che dona se stessa. Così nel dono di sé l'amore svela la sua piena verità e la sua bellezza incantevole, ma anche trova la grande sfida che è quotidianamente chiamato ad affrontare: scegliere cioè tra l'io rinchiuso su se stesso o l'io aperto e donato al tu, pronto dunque ad entrare in comunione con gli altri e a donarsi agli altri. Nessuno come il Signore Gesù ha meglio illustrato, con un'immagine incisiva e forte, questo dinamismo radicale: «In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12, 24-15). E non solo ha definito l’essenza dell'amore come dono di sé, ma lo ha anche vissuto in pienezza con la sua morte: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13).

La sollecitazione a “dare la vita” interpella la società degli adulti anche in riferimento all'opera educativa delle nuove generazioni. Se si guarda a questo compito con occhio limpido si può essere tentati dallo scoraggiamento. Noi vediamo drammaticamente che è diventato difficile trasmettere la fede, ma agli occhi di attenti osservatori, anche laici, è evidente che si fatica a trasmettere e far ereditare le responsabilità della vita. Se non vogliamo elevare solo il lamento sterile sulle fragilità dei giovani, dobbiamo star loro vicini come testimoni credibili, valorizzare la loro creatività e inventiva, aprire spazi perché si mettano alla prova, in patria e all'estero. Perché sono la fatica, l'allenamento, l'agonismo, la lotta, il sacrificio, che costruiscono grandi personalità. I giovani, pieni di energie fresche, lo comprendono naturalmente, ma noi dobbiamo saper offrire loro luoghi di crescita personale e di impegno civile, che costituiscano come un tirocinio per l'accesso al lavoro, alla professione, alla responsabilità sociale. Per diventare grandi è necessaria una "iniziazione", mettere alla prova se stessi, per vedere dove e come si vale: occorre dunque far accedere quanto prima i giovani alla fatica e al cimento nella vita adulta. Altrimenti, quando saranno più grandi, saranno simpatici ma velleitari, rampanti ma senza spina dorsale, persone che tengono bene la scena, ma perdenti poi nella vita.

Infine, sempre nella prospettiva del dono responsabile, un ulteriore orizzonte sembra spalancarsi davanti a noi: affacciandoci dall’alto del colle su cui è edificata questa Basilica Cattedrale, possiamo ammirare la stupenda "valle spoletana”, terra che offre infinite possibilità agricole, turistiche, culturali, artistiche, con iniziative di qualità che, quando operano insieme, diventano eccellenze che si segnalano a livello nazionale e internazionale. «Non lasciamoci rubare la speranza!», direbbe Papa Francesco. Dobbiamo uscire dal torpore e dal miope ripiegamento sul proprio particolare, che deprime la creatività, impoverisce il lavoro in qualità e quantità, droga il consumo a spese della vitalità. Una società è generativa se, mentre fa crescere il lavoro e l'impresa, allarga l'orizzonte della fiducia e della speranza, costruisce i legami sociali, ricupera il senso della bellezza, fa diventare città e paesi luogo dell'incontro, della cultura e della vita civile.

Queste riflessioni e provocazioni mi sembra suggerire a tutti noi la festa che stiamo celebrando. San Ponziano, protettore della città e della diocesi, ci aiuti a non disperdere la sapienza dei padri e le energie del presente. E preghi per noi: alla tua supplice città fedel propizio chinati, Ponzian, dal ciel! Amen.