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Omelia ordinazione diaconale Pier Luigi Morlino
Montefalco, Santuario della Madonna della Stella, 8 settembre 2018
 
 

La festa che stiamo celebrando ci invita anzitutto a contemplare la Vergine Maria nel quadro del disegno divino di salvezza, un disegno che parte dall’eternità, ci raggiunge nel tempo e ci conduce verso la pienezza della vita, cioè alla totale e gloriosa conformità a Gesù. La natività della Vergine è un capitolo di questo progetto di Dio, come pure il nostro convenire questa mattina presso il Santuario della Madonna della Stella è un momento di grazia e si inserisce nel piano divino, che accogliamo con gioia dall’intercessione di Maria e vogliamo ora leggere insieme nelle sue coordinate spirituali e santificanti.

A partire dal versetto che precede immediatamente il testo proclamato, la profezia di Michea (5, 1-4a) presenta un forte contrasto tra una Gerusalemme assediata e l’annuncio di un nuovo re che pascerà il suo gregge; contrasto tra la città di Sion, detta imprendibile eppure umiliata dai nemici, e la piccola Betlemme che darà origine ad un nuovo condottiero del popolo eletto. L’oracolo del profeta ci invita a non disperare mai, nemmeno nei tempi più difficili, perché continuamente il Signore ricostruisce le rovine e apre orizzonti di pace. E la Chiesa legge nella piccolezza di Betlemme quella di Maria: da lei uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele.

La seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani (8, 28-30), insegna che il lungo itinerario della salvezza è saldamente ancorato alla volontà salvifica di Dio che ci ama e non viene mai meno alle sue promesse. La parola dell’Apostolo ci è di conforto e di sprone:

come il Signore ha accompagnato Maria dalla sua concezione e dalla sua na tività fino alla sua assunzione al cielo, così Egli sostiene ed accompagna tutti noi nel cammino della vita e nel proposito di presentarci al mondo quale comunità animata e vivificata dalla gioia del Vangelo.

La pagina dell’evangelista Matteo (1, 18-23), poi, ci mostra il compiersi dell’opera di Dio nella famiglia di Nazaret. Attraverso momenti di difficoltà, Giuseppe giunge a comprendere il disegno di Dio e la missione di Gesù che salverà il suo popolo dai peccati. Con la stessa fiducia di Giuseppe e di Maria, anche noi affrontiamo la peregrinazione nella fede, con il desiderio di fare l’esperienza del Dio-con-noi.

Ci raccogliamo quindi con ammirazione attorno a Maria, prima fra tutti i salvati, madre e sorella a ciascuno di noi, chiamati come lei a vivere santificandoci nella purezza dell'amore. È un intreccio di benedizione e di grazia; mistero di salvezza e di speranza.

Questo Santuario testimonia la prossimità materna della Vergine Maria ai fratelli del suo Figlio. Da oltre 150 anni le genti della vallata di Spoleto e delle contrade vicine vengono qui a riascoltare il messaggio rivolto dalla Madre di Gesù al piccolo Righetto: «Sii buono!». Parole semplici e immediate, che risuonano ancora una volta nella nostra assemblea e sembrano rivolte specialmente a te, caro Pier Luigi, che le ricevi questa mattina in modo nuovo, capaci di suscitare nel tuo intimo inattesa e feconda risonanza. Perché qui veniamo ogni primo sabato del mese ad affidare alla preghiera di Maria la richiesta di vocazioni al sacerdozio per la nostra Chiesa; perché qui, cinque anni fa, sei stato ufficialmente ammesso tra i candidati al presbiterato per la nostra diocesi; e perché ancora qui, ai piedi della Madonna della Stella, Aiuto dei cristiani, hai desiderato ricevere l’ordine sacro del Diaconato. Che cosa può significare dunque per te, da oggi, quella raccomandazione

materna: «Sii buono»? Mi sembra che essa consista in un invito a comunicare mirabilmente ad un mistero di povertà, di ricchezza e di carità.

Mistero di povertà, innanzitutto. Non la tua preparazione ti rende degno del Sacramento che ricevi; non la scienza teologica acquisita in questi anni di studio ti abilita ad ospitare il dono della sapienza dello Spirito Santo; non sono nemmeno le tue qualità umane e la tua bontà che ti fanno capace di accogliere e di assumere la parola creatrice e santificante di Dio che ora sta per farti diventare suo ministro. Perché alla radice più profonda del nostro essere cristiani, come del nostro essere sacerdoti, vi è la chiamata, vi è l’iniziativa divina carica di amore, vi è l’appello e la scelta di Gesù. Tu lo sai, come noi tutti ben lo sappiamo. Se vai indietro negli anni, se ripensi al tratto di strada che hai percorso e cerchi di coglierne il senso misterioso e profondo, ti accorgi che è stato Dio a spingerti fin qui. Con amore delicato e fedele ti ha inseguito e ti ha raggiunto; ti ha guidato su vie impensate; anche dopo ripulse e infedeltà ti ha chiesto, insistente, il tuo sì. Ed ora, pur consapevole della tua fragilità e del peso che ti assumi, «pieno di gioia e di Spirito Santo» (cf At 13, 52), riconosci con la Chiesa la sua voce e ti lasci catturare per sempre, accogliendo nella tua trepidante e consapevole piccolezza l’abbraccio di Dio. E il tuo ministero sarà fecondo ed efficace solo se saprai di continuo - come ogni sacerdote, come ogni vescovo, come tutta la Chiesa - riscoprire questa nudità e permanere in questo spirito di povertà dinanzi al dono incommensurabile e gratuito di Dio.

Ma ciò che ora si attualizza dinanzi al nostro sguardo, se parte da un mistero di povertà si trasforma in mistero di ricchezza, così come il Cristo che si è fatto povero affinché noi diventassimo ricchi (cf 2 Cor 8,9). Quanto ora ti viene conferito ti inserisce nel nostro presbiterio diocesano, cui sono affidati il servizio e l’amministrazione di tutta la mirabile ricchezza salvifica che il Signore ha dato alla sua Chiesa: tu diventi un sacramento vivente della presenza operante di Cristo Gesù in mezzo a noi. E questo fa sì che tu sia capace di dare la prova suprema che è quella di amare Cristo in totalità di dedizione e di servizio per tutta la vita. Di una tale ricchezza tu diventi oggi depositario in modo permanente e indelebile.

Essa però non ti separa dalla comunità, che è il corpo di Cristo. Anzi, fa di te e del tesoro che ricevi “il luogo” del ministero della salvezza e del servizio d’amore che Cristo ha lasciato ai suoi, mentre conferisce anche a te la responsabilità, la grandezza, il peso della missione della Chiesa, che è quella di rendere presente Gesù, operante nel suo amore che redime e salva e attraverso il mistero della croce conduce alla partecipazione della sua gloria di risorto. È in tal modo, allora, che il mistero di povertà e di ricchezza che oggi si compie diventa mistero di carità.

Perché Gesù ha posto il ministero apostolico in chiara e precisa relazione con l’effusione della carità (cf Gv 21, 15-17). Un amore che nel diacono e nel sacerdote deve diventare totalità, ricerca di quell’assoluto evangelico che è conseguenza diretta dell’appello di Dio, dono incondizionato di grazia che ci chiede soltanto un’umile, costante, dinamica fedeltà. Sicché la nostra consacrazione non può essere vista semplicemente come un qualcosa che una volta nato rimane fermo e immobile e incancellabile in noi, ma deve essere vissuta come un continuo crescere in quella realtà sacerdotale che, dopo averci afferrati nell’amore di Cristo, ci conduce ad una sequela generosa, caratterizzata dal servizio e dall’amore di lui, manifestato e completato nel servizio e nell’amore degli altri.

Mistero di trepidante povertà il tuo, caro Pier, e il mio, che ho il peso formidabile di comunicarti il dono del Signore. Mistero di ricchezza per la Chiesa tutta, squassata in queste settimane da venti burrascosi, ferita dalle infedeltà di taluni tra i suoi ministri, sottoposta agli attacchi subdoli del Maligno artefice della divisione, ma confortata dalla generosa donazione di giovani vite come la tua.

Mistero ancora di ricchezza per questa Chiesa di Spoleto-Norcia che ti accoglie oggi nel suo Presbiterio. E mistero di ricchezza per la tua esistenza, che ormai dovrà essere tutta presa dall’amore del Signore e dei fratelli: mistero dunque di carità. E soltanto nella misura in cui saprai essere fedele a questa carità, che si traduce nell’amore di comunione con la Chiesa - dal vescovo al presbiterio al popolo di Dio - tu sarai fedele al mistero di povertà, di ricchezza e di amore che ora si compie dentro di te.

Prima dunque di imporre le mani sul tuo capo, carissimo Pier Luigi, il vescovo ti rivolge in suo nome la domanda che Cristo ha posto a Pietro:

«Mi ami tu?» (cf Gv 21, 15-17). Nascano dalla tua risposta - che ora Gesù sacerdote pone nel tuo essere e nella tua anima - la povertà, la ricchezza e l’amore che faranno di te il suo sacramento vivente. Per la consolazione della Chiesa e la salvezza dei fratelli.