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Ricordati di me
Omelia Assemblea Diocesana
Spoleto, Basilica Cattedrale, 20 ottobre 2018
 
 

Siamo ancora sulla strada verso Gerusalemme e, per la terza volta, Gesù confida ai discepoli il destino di morte che lo aspetta. Invece Giacomo e Giovanni, per nulla toccati dalle tragiche parole del Maestro e con una notevole durezza di cuore, si fanno avanti per chiedergli i primi posti quando instaurerà il suo regno. La verità è che i discepoli sono davvero distanti dal pensiero e dalle preoccupazioni di Gesù e non riescono a sintonizzarsi con lui. Non basta, infatti, stargli fisicamente vicino per conoscerlo in verità; è necessario ascoltarlo e obbedire alla sua parola; e quindi seguirlo in un vero e proprio itinerario di crescita interiore.

Era ovvio che la richiesta dei due figli di Zebedeo scatenasse l'invidia e la gelosia degli altri apostoli. Gesù allora chiamò ancora una volta tutti attorno a sé - come chiama anche noi - per una nuova lezione evangelica. È istintiva nei discepoli, come del resto in ogni persona, la tendenza a fare da maestri a se stessi, a credersi indipendenti e autosufficienti fino al punto da fare a meno di tutti, persino di Dio. Per il Vangelo è vero l'esatto contrario: il discepolo resta sempre alla scuola del maestro; anche se dovesse occupare posti di responsabilità, sia nella Chiesa che nella vita civile, egli rimane ai piedi di Gesù (cf Lc 10, 39) e ascolta le sue parole: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così» (Mc 10, 43).

Ad una logica consolatoria e utilitaristica del discepolato, Gesù contrappone una vita radicata nel servizio; ad una cultura di ambizioni, rivalità e privilegi, Gesù sostituisce una attenzione a chi è nel bisogno e nella necessità; ad una vita cristiana pensata come garanzia da ogni rischio, Gesù ricorda che la regola fondamentale della comunità resta la sua vita: «infatti, anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire» (Mc 10, 45). Il servizio del cristiano non è rivolto a un "cliente" in vista di un guadagno, è invece il risultato di una concezione relazionale e solidale dell’esistenza, attenta alla cura di chi è piccolo e povero; con il suo comportamento, egli intende comunicare un messaggio semplice: tu sei per me un fratello, una sorella; tu sei importante per me; insieme, rendiamo più bella questa vita. Anima del servizio, l'amore per Dio e per i fratelli costituisce la legge fondamentale che regola e anima la comunità cristiana, dove tutti ricevono la chiamata a seguire Gesù e a testimoniare la gioia del Vangelo e ciascuno è responsabile nei confronti degli altri.

Lo Spirito Santo non cessa di attrarre la Chiesa al suo Signore e di chiamarla insistentemente ad una conversione missionaria che porti la Chiesa stessa e ogni suo membro a dire: «Io sono una missione su questa terra» (EG n. 273). Se Gesù Cristo più che "avere una missione" è nella sua stessa persona e per la sua intera esistenza "missione dal Padre per la vita del mondo" (cf Gv 6, 51; 10, 10), dobbiamo dire non che la Chiesa “ha” una missione ma che la Chiesa “è missione”: «Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare», affermava Paolo VI, oggi Santo (Evangelii nuntiandi n. 14). E il suo "essere da Gesù Cristo" coincide con il suo "essere per gli uomini"; così che soltanto nella forza amorosa del suo "essere per" brilla la verità del suo "essere da".

Tuttavia, «non ci sarà rilancio dell'azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio» (Benedetto XVI, Discorso all’Assemblea Generale della CEI, 24 maggio 2012). È perciò fondamentale che ci lasciamo interpellare in modo sempre nuovo dalla Parola del Signore, che viviamo più decisamente e con maggiore impegno lo spirito del Vangelo. Senza la ricerca docile della volontà di Dio, senza lo spirito di adorazione e senza la preghiera continua non ci sarà rinnovamento della Chiesa; senza la nostra conversione personale tutte le riforme, anche le più necessarie e benintenzionate, diventano sterili e finiscono in un vuoto attivismo.

Ecco cosa siamo chiamati a sognare e a realizzare: una Chiesa che si nutre e si rigenera nella Parola di Dio e nell’Eucaristia; un corpo armonico e ben articolato che cresce nella ricchezza di tutte le sue diverse membra, in cui ciascuno può e deve offrire il proprio apporto prezioso, nessuno inutile o secondario, ognuno anzi da promuovere nel suo servizio e da riconoscere nella sua dignità. Questo è il nostro sogno, perché la nostra Chiesa sia veramente il Corpo di Cristo: i piedi con cui Egli possa andare incontro all’umanità di oggi, le mani per soccorrere le miserie e i problemi, le orecchie per ascoltare e comprendere i bisogni e le inquietudini, gli occhi per continuare a posare sull’uomo contemporaneo il suo sguardo incoraggiante e compassionevole, la bocca con cui ancora far sentire la sua voce soave per consolare e confortare, il cuore con cui continuare ad amare.

Per questo risuona nella nostra assemblea liturgica l’esortazione di Sant’Agostino che abbiamo dato come titolo al nostro convenire di questa sera: «Amate questa Chiesa. Siate questa Chiesa» (Sermo 138, 10). Ricordando dunque il monito con cui John F. Kennedy inaugurava il 20 gennaio 1961 la sua presidenza: «Miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese», ci diciamo reciprocamente in spirito fraterno: «Cristiano di Spoleto-Norcia, non chiedere che cosa la nostra Chiesa diocesana può fare per te, chiediti che cosa puoi fare tu per la nostra Chiesa».

Ci provoca e stimola a questa riflessione anche il gesto di due giovani della nostra diocesi, Luca e Salvatore, che dopo alcuni anni di preparazione presso il Seminario Regionale di Assisi manifestano pubblicamente il loro desiderio di dedicarsi al servizio di Dio e della comunità nel sacerdozio ministeriale, perché venga ratificato dalla santa Chiesa. Corrispondendo alla sollecitudine del Signore e alla necessità del popolo cristiano, essi sono pronti ad accogliere la divina chiamata con le parole del profeta: «Eccomi, manda me!» (Is 6, 8). Riconosciuta l’autenticità della loro vocazione, potremo un giorno consacrarli con il particolare sigillo dello Spirito Santo e associarli al nostro ministero, per edificare con la Parola e i Sacramenti le comunità alle quali saranno inviati. Noi tutti, confidando nel Signore, li sosteniamo con la preghiera e l’amicizia fraterna perché proseguendo nel cammino della formazione imparino a vivere secondo l’insegnamento del Vangelo per guadagnare a Cristo tutti gli uomini.

La nostra Chiesa diocesana, il suo presente e il suo futuro, sono certamente nelle mani di Dio provvidente e misericordioso, ma anche nelle nostre. Ritroviamo dunque incessantemente - e sono ancora parole di San Paolo VI - «il fervore dello Spirito. Conserviamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi ... uno slancio interiore che nessuno né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell'angoscia ora nella speranza, ricevere la Buona Notizia non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore e che abbiano per primi ricevuto la gioia del Cristo, accettando di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunciato e la Chiesa sia piantata nel cuore del mondo» (Evangelii nuntiandi n. 80). Amate questa Chiesa! Siate questa Chiesa!